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La Nuova Zelanda alla Biennale di Venezia: Judy Millar e Francis Upritchard
Data: 07.07.2009

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Vai alla sede: Biennale di Venezia

Gli artisti correlati: Judy Millar, Francis Upritchard


Una pittura che si amplifica e dialoga con lo spazio, preferendo al peso di storia e contenuti la dinamicità di una presenza stupita dal trovare ancora nuove ragioni al dipingere. Una scultura di piccole figure che vivono la propria salvezza nell'onestà completa, spesso gioiosa, con cui riconoscono e attraversano il proprio materiale onirico ed esistenziale. Sono queste le due vie attraverso cui la Nuova Zelanda, guidata dal commissario Jenny Harper, presenta la propria contemporaneità artistica alla 53esima Biennale di Venezia; e lo fa con due opere, in due distinte sedi, di Judy Millar e Francis Upritchard, artiste diverse per ispirazioni, materia ed esiti.  
Nella Chiesa della Maddalena ha trovato posto la vivacità dialogica di "Giraffe-Bottle-Gun", installazione pittorica di Judy Millar curata da Leonhard Emmerling. Nata ad Auckland, classe 1957, Judi Millar ha visto una parte del suo percorso formativo svolgersi nel nostro paese. Laureata nel 1980 alla Elam School of Fine Arts di Auckland, si è in seguito interessata alla cultura italiana, vincendo nel 1990 una borsa di studio messa a disposizione dal nostro governo e passando quindi un anno a Torino, periodo durante il quale ha studiato gli artisti italiani degli anni '60 e '70. Nel 2002 ha vinto il Wallace Art Award, premio neozelandese per l'arte contemporanea. Ha esposto ed espone in Nuova Zelanda e Europa; attualmente vive e lavora dividendosi tra Berlino e Auckland. Per la descrizione di "Giraffe-Bottle-Gun" pare utile procedere in tre momenti, corrispondenti a tre parti diverse di un’opera che è però sempre unitariamente organica. Al centro de La Maddalena, sotto la cupola, c'è una grande forma circolare, simile ad un foglio che si avvolge su se stesso restando leggermente di sbieco. Su di esso sono stati stampati, enormemente ingranditi, dei dipinti scannerizzati della Millar. Lo stesso procedimento (pittura-digitalizzazione-ingrandimento) ha portato anche alle stampe che si trovano appoggiate alle colonne e alle pareti della chiesa, impresse su supporti la cui particolare forma è all'origine del titolo dell'opera. Gli amici della Millar cui furono mostrati mentre l'opera era ancora in progetto, le dissero infatti che sembravano loro una giraffa, una bottiglia oppure una pistola. Nasce da questo il felice non sense di "Giraffe-Bottle-Gun", titolo che sconsiglia una lettura contenutistica dell'installazione, invitando piuttosto a lasciarsi giocare da essa. Infine, per arrivare al terzo momento della nostra descrizione dell'opera, ai fianchi dell'ingresso dell'altare ci sono due dipinti della Millar, acrilico e olio su tela, dove si vede direttamente e senza amplificazioni il suo particolarissimo rapporto fisico con la pittura, in grado di far convivere in un equilibrio impensabile delicatezza e senso di problematicità.
La sensazione complessiva che si ha a contatto con l'opera presa nel suo insieme è quella di una monumentalità leggera, nata da un gesto intimo, ma non per questo timido, e di una pittura che si mostra scoprendo nuove declinazioni del gesto corporeo da cui nasce. Interessante la scelta, riferitaci dal curatore Leonhard Emmerling, di decidere consapevolmente di non interagire con la storia de La Maddalena e con l'arte in essa contenuta. Decisione nata dalla volontà di mostrasi e interagire attraverso la freschezza dell'arte neozelandese, riconoscendone l'esigua tradizione storica e investendo di più nel suo potenziale di attuale e incisiva presenza. 


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Judy Millar, Giraffe-Bottle-Gun, Installationview La Maddalena, Venice, New Zealand pavilion 53rd Venice Biennale, 2009, photograph Hans-Georg Gaul


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Judy Millar, Giraffe-Bottle-Gun, Installationview La Maddalena, Venice, New Zealand pavilion 53rd Venice Biennale, 2009, photograph Hans-Georg Gaul          


La Fondazione Claudio
Buziol, nel palazzo Mangilli-Valmarana, ospita invece la mistica colorata e minuta di "Save Yourself", opera di Francis Upritchard co-curata da Heather Galbraith e Francesco Manacorda.
Francis Upritchard, nata nel 1976, si è laureata alla Ilam School of Fine Arts dell'Università di Canterbury trasferendosi poi a Londra dove vive tuttora. Ha esposto ampiamente in Nuova Zelanda, Europa e America. Nel 2006 ha vinto il Walters Prize, il più prestigioso premio neozelandese per l’arte contemporanea, assegnato con cadenza biennale.
Il lavoro con cui si presenta a Venezia è composto da una serie di piccole statue in materiale da modellato; alte all'incirca 15 centimetri, raffigurano tutte degli esseri antropomorfi che in alcuni casi sono addobbati con qualche tessuto a mo' di vestito; le figure sono disposte su tre tavoli in tre diverse stanze assieme ad alcune lampade e, in un solo allestimento, a dei piccoli alberi dalla funzione scenografica. Le figure create dalla Upritchard colpiscono per la loro fragile freschezza e per porsi su di un piano comunicativo non prepotente; altra loro caratteristica che ci è parsa evidente è l'essere immerse in una dimensione di libertà dove l'individualismo è percorso completamente fino ad autonegarsi, arrivando ad una comunanza nell'indipendenza. Questo vale per il lavoro nel suo complesso, ma particolarmente per le statue esposte nella sala a sinistra, tutte danzanti. Ognuna segue un suo ritmo con movenze che le sono proprie, ma ciononostante è in una sintonia  spirituale oltre che stilistica con tutte le altre. "Bone Dancer" è significativo a riguardo, mostrandosi e rappresentando uno stato di grazia dove proprio il singolo si è attraversato e conosciuto fino in fondo, arrivando a riscoprire una gioia dell'essere e nell'essere. Altre opere esposte, come ad esempio "Richard" rappresentano invece più a pieno un'altra delle dimensioni presenti in "Save Yourself", e cioè un senso di psichedelica mistica dove anche la follia trova non solo un posto, ma anche valore. Infine tutte le sculture esposte tradiscono, manifestandolo, uno stato meditativo, non legato alla concettualizzazione e al pensiero; tale sembra infatti lo stato da cui sono nate le statue, risultato materico ed estetico che sembra riuscito nell'impresa di circumnavigare il pensiero senza portarne traccia alcuna, esito ricco perché privo di una esplicita e inequivocabile intenzionalità comunicativa.

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Bone Dancer, 2009 modeling material, foil, wire, paint, cloth 54 x 33 x 14.5 cm, photograph by Anna Arca, courtesy Kate MacGarry, London


in copertina: Richard, 2008, modeling material, foil, wire, paint, cloth 26.5 x 19 x 14 cm, photograph by Anna Arca, courtesy Kate MacGarry, London  
     





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