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L’ambiguità della finzione
Autore: Luca Panaro
Data: 23.07.2009

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Gli artisti correlati: Thomas Demand, Edwin Zwakman, Oliver Boberg, Miles Coolidge


La finzione è qualcosa di ambivalente, rappresenta contemporaneamente la menzogna e la verità. Molti artisti che hanno lavorato con la fotografia si sono serviti del mezzo per produrre inganni autentici, alcuni di questi delle vere e proprie “sculture fotografiche”. Non c’è in ogni modo ragione di dubitare della sincerità di un’immagine ottica, anche se al suo interno si scorgono particolari che ne relativizzano la pertinenza. Quello che accade in una finzione non può che essere considerato vero, così come a fatica si mette in dubbio l’autenticità di una scena tratta da serials televisivi, anche se i personaggi muoiono in una puntata e ricompaiono in un’altra.

Dopotutto anche la celebre fotografia del miliziano spagnolo di Robert Capa, The Falling Soldier (5 settembre 1936), non ha mai perso la sua validità storica, anche se tra i critici vi è stato chi ha sostenuto che sia stata “costruita”. Il recente ritrovamento delle valigie di Capa contenenti i negativi originali dovrebbero permettere di stabilire definitivamente se la fotografia è autentica oppure no. In ogni caso molte delle immagini di guerra sono frutto di una messinscena, come afferma Susan Sontag la cosa più strana non è che lo siano ma che ci si sorprenda di scoprirlo.«Non si sa dove arrivi la vera vita, quella che Gore chiama life or nonfiction e fin dove l’intricata giungla delle storie immaginarie…». Così commenta Italo Calvino nel lontano 1983 parlando di Duluth, il celebre romanzo di Gore Vidal, dove, in anticipo di quindici anni sul film The Truman Show, la vita reale si confonde con le immagini di una trasmissione televisiva. Qualunque situazione deve essere trasformata in spettacolo per diventare interessante, pare ormai che la realtà abbia abdicato a favore della sua rappresentazione mediale (Sontag). A questo proposito Jean Baudrillard parla di “delitto perfetto”, l’uccisione della realtà e lo sterminio dell’illusione da parte dei media. Per il sociologo francese ciascuno è invitato a presentarsi tale e quale, e a recitare la sua vita in diretta sullo schermo (reality show), così come gli oggetti di Marcel Duchamp (ready-made) recitano la loro parte tali e quali, in diretta, sullo schermo del museo.Secondo Marc Augé l’immagine diventa veramente una rappresentazione al quadrato quando riprendiamo luoghi che sono a loro volta finzioni, «come Disneyland dove circolano per le strade di una falsa città personaggi dei disegni animati usciti a loro volta dalle fiabe europee». La crescente indistinzione tra realtà e finzione nel mondo d’oggi, o meglio della straordinaria capacità della finzione di diventare realtà, emerge dall’ultimo video di Olivo Barbieri (TWIY, 2008) ispirato alla notizia letta su The Guardian, secondo la quale la villa del fratello del boss della camorra Francesco Schiavone è stata costruita ad immagine e somiglianza di quella mostrata nel noto remake del film Scarface, scritto da Oliver Stone e diretto da Brian De Palma.A testimonianza di come oggi sia la realtà a copiare la finzione, un’altra notizia di cronaca riferisce come qualche tempo fa gli architetti della Disney Corporation si siano aggiudicati un concorso relativo alla risistemazione del centro di New York (Times Square, Fifth Avenue, Central Park). Commentando la notizia, Augé afferma che «da uno stato in cui le finzioni si nutrivano della trasformazione immaginaria del reale, siamo passati a uno stato in cui il reale si sforza di riprodurre la finzione».Alla luce di tutto questo non dobbiamo stupirci se alcuni autori contemporanei hanno deciso di ricostruire la realtà prima di fotografarla, o altri che, non accontentandosi della ripresa diretta da modello, l’anno cercata “già fatta” in qualche parco di divertimenti. Oliver Boberg, Miles Coolidge, Thomas Demand, Edwin Zwakman, artisti che ho selezionato per questa esposizione virtuale, si muovono in una simile direzione.

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Safetyville (Schoolhouse, Office Buildings, Storefronts), 1994, C-print, 30x37 inches; Courtesy ACME, Los Angeles

Oliver Boberg (Germania, 1965) realizza istantanee per le città che più gli interessano, documentando uffici, strade, parcheggi e giardini pubblici. Con questo materiale elabora una composizione che andrà poi a costruire minuziosamente in studio ottenendo un modello tridimensionale. L’unico punto di vista possibile di questi palcoscenici in miniatura sarà quello della macchina fotografica dell’artista, capace di trasformare quell’illusione in realtà. Viene da chiedersi a quale scopo ricostruire ciò che già esiste, una risposta la possiamo trovare nel cinema e negli studios hollywoodiani, oppure potremmo guardare alla grafica 3-D, dove, come nelle opere di Boberg, la realtà da riprendere deve essere costruita “ex novo” prima di venire ripresa da una macchina fotografica o telecamera.Per Miles Coolidge (Canada, 1963), invece, nella serie Safetyville, il problema della ricostruzione non si pone, poiché l’anonima cittadina da lui documentata è “già fatta”, pur non essendo reale. Osservando con maggiore attenzione i particolari delle sue fotografie s’insinua il dubbio sulla veridicità dei soggetti ripresi. L’edificio industriale, la stazione di servizio o la centrale di polizia, sono in realtà luoghi di una città in scala (1:3), costruita in California negli anni Ottanta per educare i bambini alla sicurezza pedonale. Come non ricordare a questo proposito l’Italia in Miniatura fotografata da Luigi Ghirri alla fine degli anni Settanta, un precoce esempio di finzione (fotografia) di una finzione (luogo non reale). Per Coolidge, inoltre, questa serie d’immagini è l’occasione per compiere una critica nei confronti della nostra società, riflettendo sulla necessità di riprodurre i logotipi del consumismo (McDonald’s, Procter and Gamble...) sugli edifici di questa città miniaturizzata, più simile a un centro commerciale che a un luogo d’istruzione.Thomas Demand (Germania, 1964) è probabilmente il più noto fra gli artisti scelti per questa mostra virtuale, il suo lavoro si concentra sugli spazi interni, le sculture di carta sono fotografate simulando la ripresa dal vero. A differenza di Boberg, Demand esegue le sue composizioni in scala reale. Nel 2006 realizza Grotto, la fotografia di un sito sotterraneo ricavato da una cartolina riproducente una grotta dell’isola di Majorca. Nel 2007, a fianco di Grotto, l’artista espone per la prima volta la titanica ricostruzione in 900.000 strati di cartone sagomato al computer della grotta costruita inizialmente nel suo studio di Berlino. Nasce così Processo Grottesco, esposizione di cartoline, libri, guide turistiche, fotografie, illustrazioni tratte da cataloghi, che hanno consentito a Demand di raccogliere informazioni sull’immagine da realizzare. Per la prima volta l’artista non distrugge la sua scultura dopo lo scatto fotografico, in questa occasione è interessato a mostrare il “processo” che lo ha condotto all’opera finita. In un altro recente lavoro dell’artista tedesco, Yellowcake (2007), si nota un elemento di novità rispetto alla produzione precedente. Come scrive Robert Storr nel catalogo della mostra, «finora, Demand ha usato queste tecniche per costruire ambientazioni generiche: magazzini, uffici, spazi domestici, il palco di un oratore, la rampa di un aeroporto e così via. Tutto ciò suggeriva una narrazione, ma prima non esisteva una specifica storia da raccontare. La sua operazione più recente, invece, inserisce un elemento di novità. Basandosi su fotografie scattate personalmente all’ambasciata del Niger a Roma, Demand ricrea la scena di un reato...».Anche le opere di Edwin Zwakman (Olanda, 1969) giocano sull’illusione fotografica. Dietro ai suoi spaccati di vita si nasconde sempre la finzione, le composizioni apparentemente casuali sono in realtà diligentemente costruite in studio. Lo spettatore rimane disorientato di fronte a questo sovvertimento della realtà. Nella serie Backyards l’attenzione di Zwakman si sofferma sui cortili di villette a schiera, la cui falsità è fin da subito smascherata con evidenza. Il giardino posteriore di queste abitazioni è concepito come un’altra stanza della casa, un’estensione del proprio spazio privato. Osservando dall’alto come sono “arredati” questi luoghi, l’artista raccoglie informazioni sui proprietari facendo una vera e propria antropologia del quotidiano. Si deduce così il carattere degli abitanti di queste villette e il loro orgoglio o la noncuranza nei confronti della piccola area di libertà che si sono costruiti. Questi inganni fotografici di Zwakman, volutamente grossolani, fanno inoltre riflettere sulla paura che spesso abbiamo nel condividere lo spazio privato con quello dei vicini, per conservare la nostra individualità siamo disposti, paradossalmente, a standardizzare per forma e dimensioni il territorio.

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Seite 5 / Page 5, 2006, Lambda print, ed. of 5, 70x106 inches, Courtesy DCKT Contemporary, New York

Un esempio insolito di “scultura fotografica” - che definisco in questo modo anche se della fotografia c’è soltanto l’idea - riguarda un’opera realizzata nientemeno che dal grande Marcel Duchamp: Etant donnés: 1. la chute d’eau, 2. le gaz d’éclairage (1946-66). Si tratta di un diorama, «un apparecchio per sbirciare delle immagini», una vecchia porta di legno molto consumata e senza maniglia, circondata da una muratura di mattoni. Solo se il visitatore si avvicina può notare due piccoli buchi all’altezza degli occhi, dietro questa sorta di apparecchio fotografico senza lenti e pellicola, si presenta una scultura, un’installazione che con grande realismo illude lo spettatore: un corpo nudo di donna sdraiata a gambe aperte fra la vegetazione, dai lunghi capelli biondi che ne coprono il volto. L’assemblaggio di Marcel Duchamp è un manufatto molto complesso e meticoloso, così come quelli costruiti da Thomas Demand. L’opera non si mostra direttamente, ma soltanto dopo essere mediata da una visione ottica, che sia quella offerta dal foro sulla porta di Duchamp oppure quella dell’obiettivo della macchina fotografica di Demand. In entrambi i casi la realtà di primo grado è simulata in studio mediante una finzione, per poi convertirsi in una nuova forma di realtà grazie all’illusione ottica.Ma il riferimento più prossimo alle finzioni fotografiche fin qui considerate riguarda le opere dello statunitense James Casebere. Dalla fine degli anni Settanta l’artista costruisce in studio case, scuole, città, prigioni e corridoi di dimensioni da tavolo, fatte di materiali semplici e forme essenziali, per poi trasformarli in realtà mediante l’ausilio del mezzo fotografico, così come operano Oliver Boberg e Edwin Zwakman. Dalla finzione alla realtà il lavoro di Casebere esplora continuamente le mitologie dei luoghi e i sistemi dominanti del nostro tempo. L’importanza ricoperta da certe architetture istituzionali fa riflettere l’artista sulla loro funzione di controllo sociale, offrendo livelli sempre più raffinati d’interpretazione.Dalla realtà alla finzione, invece, l’italiano Olivo Barbieri realizza opere fotografiche e films sorvolando con l’elicottero reali metropoli, restituite dall’obiettivo come una sorta di modellini sovradimensionati. Le immagini ottenute dall’artista nella serie site specific_ suggeriscono una Disneyland al contrario: se nel parco di divertimenti si visita ciò che non esiste ma sembra vero, nelle opere di Barbieri la realtà dei luoghi è trasformata in una sorta di finzione. Come Miles Coolidge, Barbieri non ricostruisce la realtà, la trova già fatta, a differenza del canadese però la realtà cui si riferisce è quella di primo grado, non una scultura in scala. Eppure l’effetto che si ottiene è similare, quello di un mondo in cui è sempre più difficile distinguere tra fatti e finzione, reale e artificiale, vero e virtuale.Ha senso fare ancora questa distinzione?
La fotografia ci insegna che vero e falso sono due facce della stessa medaglia, sono compresenti nell’immagine, fin dalle origini del mezzo. Addirittura, come sostiene David Levi Strauss «Vedere è credere. È così da sempre, da molto tempo prima che i signori Niépce e Daguerre cambiassero la tecnologia della visione inventando la fotografia». Certo, il mondo odierno ha portato all’estremo questa caratteristica, ma la storia della cultura ci insegna che l’uomo si è sempre rapportato alla menzogna con la consapevolezza che questa è portatrice sana di verità. Allo stesso modo Oliver Boberg, Miles Coolidge, Thomas Demand e Edwin Zwakman, hanno giocato sull’ambiguità della finzione per meglio restituirci la realtà della nostra epoca.