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The Ai Weiwei way
Data: 02.09.2009

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Nell’ultima foto pubblicata in questi giorni su Twitter lo si vede all’interno di uno spazio chiuso, presumibilmente un ascensore, circondato da poliziotti in divisa. Serio e composto, nonostante la situazione di tensione, con una mano solleva una lampadina, lo sguardo fisso alla luce che diffonde, imperturbabile.
Stiamo parlando di Ai Weiwei, l’influente artista ed attivista cinese nato a Pechino nel 1957, designer, performer, blogger tenace, celebrato e discusso allo stesso tempo. Conosciuto dall’art system fin dagli anni ottanta, è adesso noto anche ad un pubblico più ampio per aver collaborato con le firme Herzog & De Meuron al design dello stadio olimpico di Pechino (visitato ogni giorno da migliaia di cinesi che giungono apposta nella capitale per una foto ricordo dentro il nido d’acciaio) e per le polemiche suscitate un anno fa dal suo invito a boicottare le celebrazioni dei Giochi. A chi gli chiedeva se in questo non ci fosse una qualche contraddizione, ha sempre risposto di guardare oltre: perché le Olimpiadi vanno e vengono - aveva detto - e difficilmente dalla grande manifestazione sarebbe nata una nuova Cina. Profetico. Recentemente il New York Times l’ha definito “figura di Warholiana celebrità in Cina”. Con la differenza che la sua posizione, oggi, è molto più scomoda.
La notizia è stata battuta dalle agenzie di stampa diverse settimane fa ma merita di essere ripresa: il 13 di agosto Weiwei si trovava nel Sichuan, la regione del sud ovest della Cina a circa 1.500 km da Pechino, dove nel maggio del 2008 uno spaventoso terremoto di 7,8 di magnitudo ha causato circa 90mila vittime e lasciato senza casa quasi 5 milioni di persone. Da dicembre 2008 l’artista, in collaborazione con il leader ecologista e scrittore Tan Zuoren ed altri attivisti invisi alle gerarchie di Pechino, aveva iniziato a raccogliere i nomi degli studenti periti nel crollo degli edifici scolastici, in aperta contestazione con i dati ufficiali forniti dalle autorità, facendo emergere in contemporanea come gli stessi edifici fossero stati costruiti con materiali di seconda scelta (in barba ai finanziamenti pubblici, in un contesto di corruzioni, tangenti e sistematiche omissioni), tali da renderli di fatto “scuole di tofu”, esili come foglie al vento. Difficile non pensare, da questo punto di vista, alla situazione di casa nostra.
Per Ai Weiwei, attivismo politico e pratica artistica vanno di pari passo, uno genera l’altra e viceversa. Al Mori Art Museum di Tokyo in Giappone, fino a novembre 2009 è in corso una sua ampia personale intitolata Ai Weiwei: According to what? Qui è possibile vedere, oltre ai lavori più significativi degli ultimi anni suddivisi in tre diverse sezioni (Fundamental Forms and Volumes; Structure and Craftsmanship; Reforming and Inheriting Tradition) anche la poetica ed inedita installazione Snake Ceiling, una serpentina di zaini bianchi e neri per differenti età, dalle elementari fino ai licei che si snoda per tutta la stanza ancorata al soffitto. Impossibile non leggerlo come un piccolo monumento ai giovani caduti di Sichuan, in chiave contemporanea.

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La sensibilità di Ai Weiwei per le tematiche relative a città, ambiente e territorio, allo sviluppo dello spazio urbano e alle conseguenze su chi vi abita è andata crescendo di pari passo alle speculazioni edilizie dell’area metropolitana di Pechino, da lui scrupolosamente registrate e riproposte sul piano artistico come in Urban Void Series, fotografie di immense aree periferiche confiscate, ripulite delle preesistenze e pronte per la ricostruzione; Chang’an Boulevard, invece, è un video ambientato lungo i 45 km della grande arteria che collega il centro di Pechino alle campagne e documenta il quotidiano movimento di macchine e uomini dai sobborghi al centro e ritorno durante l’inverno. Weiwei ha girato un minuto di riprese ogni 50 metri per un totale di 1000 shots fino ad arrivare alla Capital Iron Company, la grande ferriera che ormai è stata dismessa, demolita e ricostruita altrove.
Tornando alla cronaca, la polizia ha fatto irruzione nella camera d’albergo in cui Weiwei si trovava a Chengdu, capoluogo del Sichuan, mentre era in attesa di recarsi a testimoniare al processo che vede imputato proprio Tan Zuoren, arrestato per ‘incitamento alla sovversione’ e accusato di recare grave danno all’immagine del governo e del partito. Weiwei – insieme ad altre cinque persone che erano con lui – è stato prima percosso e minacciato di morte, poi trasportato a Pechino e qui detenuto illegalmente per circa un’ora fino a conclusione dell’udienza che ha confermato la colpevolezza di Zuoren.
Raggiunto telefonicamente da La Repubblica dopo la concitazione degli eventi, l’artista si è detto preoccupato per questa nuova escalation di violenza e repressione attuata al fine di mettere a tacere qualunque voce di dissenso che possa disturbare le celebrazioni per il Sessantesimo della Rivoluzione il prossimo ottobre. Ma si è detto allo stesso tempo determinato a proseguire per questa strada.
In un’intervista rilasciata qualche tempo fa al giornale australiano The Age, dal titolo “The artist as an angry man”, Ai Weiwei racconta di come a 52 anni di età, con all’attivo una vivace e apprezzata carriera come artista e designer, possa permettersi di vivere una vita tranquilla e confortevole nel silenzio. Invece preferisce continuare a porre domande, sollevare questioni, tirare giù il velo che maschera la realtà. “But as a human being, - aggiunge - member of society, you must clearly state your mind. It's a responsibility … it is the way you identify yourself otherwise you don't know who you are and why you are here. I don't have a choice, it's the way I live”.

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