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Abstract America: New Painting and Sculpture
Autore: Stella Kasian
Data: 21.09.2009

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A Londra per scoprire l’America. Fino al 17 gennaio prossimo la Saatchi Gallery mette in rassegna il nuovo volto dell’arte astratta americana. Con la sua nuova sede nel centro della capitale britannica, inaugurata nel 2008 con la mostra The Revolution Continues: New Art from China, la Saatchi è certamente uno dei maggiori spazi mondiali dedicati all’arte contemporanea ed aperti gratuitamente al pubblico. Il suo fondatore Charles Saatchi è stato, fin dalla prima apertura della galleria nel 1985, acceso sostenitore della teoria di un’arte “democratica” da rendere fruibile al grande pubblico, di un’arte che si mostri, senza timidezza, nel suo aspetto più originale e innovativo, all’occorrenza provocatorio. Con Abstract America: New Painting and Sculpture ancora una volta la parola è accordata al nuovo. Compendiare sotto la parola “astrazione” una collettiva di più o meno giovani artisti regala inevitabilmente la vista di un panorama multiforme e, nel caso, decisamente interessante. Tredici sale trattengono a mala pena un flusso espressivo che si canalizza in forme e materiali assolutamente diversi, in cui si accendono continui rimandi alla storia dell’arte americana e non. Negli assemblaggi di Paul Lee, discendenti diretti dell’esperienza di Robert Raushenberg, la deperibilità di prodotti di scarto come lattine e calzini logori simboleggiano l’altrettanta alterabilità dell’esistenza umana. I volti espressivi, etichette di questi barattoli vuoti, evocano una dimensione contrariamente colma di vita, sudore e saliva. I rifiuti di fabbriche metallurgiche e falegnamerie sono gli elementi costitutivi del grande Dry Stock di Jedediah Caesar. 29 pannelli assemblati fra loro e presentati cronologicamente creano un blocco solido di microscopici cristalli; una superficie sola che trasforma la più volgare spazzatura in un suggestivo motivo decorativo. Detriti sono gli elementi che compongono anche le sculture della newyorkese Agathe Snow. Quasi degli spaventapasseri crocefissi, questi manichini, che richiamano un’iconografia atavica, sono un omaggio al potere della natura, messa in croce in un rito sacrificale. Gli arti delle vittime sono ramoscelli più o robusti su cui penzolano gli indizi di un viaggio, le parole di un racconto di strada: un paio di scarpe da ginnastica, un pallone, una bandierina del McDonald’s. La Pop Art ha spalancato le porte, la storia, universale e personale, ha fatto il resto. A fare da contraltare ai martiri di Agathe Snow, la serie di lavori di Ryan Johnson dedicati alla figura magica del Watchman. Tre enormi figure con il volto delineato dalle lancette di un orologio, sorvegliano dall’alto la sala. Sembra di essere catapultati nel romanzo di Lewis Carrol, ma ad accoglierci non c’è un paese delle meraviglie, quanto un mondo dove la tecnologia conduce l’uomo in uno stato di potenziale perenne controllo. Nelle opere di Johnson gli oggetti che quotidianamente accompagnano le nostre vite, un orologio appunto, acquistano un valore nuovo ed inedito. Come nella più autentica tradizione americana, l’arte invade la vita e la vita diventa opera d’arte. Così nell’imponente lavoro di Peter Coffin Untitled (Spiral Staircase), chiaro omaggio all’opera di Maurits Escher, la funzionalità tipica di una scala si perde completamente in un vertiginoso gioco concettuale. Analogo meccanismo di capovolgimento delle funzioni viene applicato da Gedi Sibony ai suoi lavori, ognuno parte di un disegno unico. La struttura di un quadro viene scomposta in tre opere: la cornice, la tela, la plastica utilizzata per proteggerlo. I meccanismi che si celano dietro l’atto creativo sono rivelati, sviscerati attraverso una vera e propria autopsia della composizione artistica. L’ossatura del dipinto resta incolume ed intatta nella serie di oli su tela di Amy Sillman. Nella solidità del supporto, è invece la figurazione a sgretolarsi sotto il peso leggero della vita intima che l’artista narra: camere private, una finestra, una sedia, un letto per due amanti. In altri lavori gli stessi toni accesi disegnano terre dall’anima esotica, abitate da fiori ed uccelli, illuminate da una chiara luce, che condividono con le precedenti opere un senso di calma e tiepida pace. Nulla a che vedere con il moto che infonde Kristin Baker alla sua pittura. Per l’artista astrazione è sinonimo d’azione. L’obiettivo è catturare tutta l’energia di un singolo momento. Un amore “futurista” per la velocità, e nello specifico per le corse automobilistiche, trasforma il quadro in un’esplosione adrenalinica di schegge reminiscenti di luce colorata, che hanno il potere però di superare la dimensione terrena per approdare in una nuova più spirituale. Un diverso senso del movimento si coglie osservando i lavori di Bart Esposito. L’attento sguardo rivolto a partire dagli anni Sessanta dalla Op-Art americana verso il ritmico sistema di produzione, aggregamento e trasformazione delle immagini, sembra non essersi spento. Le solide linee colorate, perfettamente definite, tracciano ondulati percorsi che l’occhio, incantato, è costretto a seguire. Lungo il cammino la bidimensionalità è dimenticata mentre gli occhi si addentrano a fondo nella superficie. La ricerca visivo-cinetica mira ad accertare la nozione di spazio in maniera assoluta. La tela non è nient’altro che il supporto alla materializzazione di una specifica situazione spaziale, percepita in modo diretto ed univoco. I regoli di Joe Bradley sono le unità elementari con cui costruire e quindi indagare le differenti condizioni della superficie. I lavori dell’artista sottintendono la volontà di ritornare ad una condizione primaria della realtà, liberata da condizionamenti e distorsioni. “L’astrazione” dei lavori presentati in questa mostra nazionale è stanca dell’eccesso, dell’ordinaria smoderatezza di azioni e parole, di immagini e materia. Quindi preleva ciò che la società rifiuta e, scavando nella sostanza delle cose, lo innalza e lo rende visibile sotto una più nobile angolazione. Ed è allora che il superfluo diventa essenziale.
Stella Kasian