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Mauro Staccioli - Luoghi d’esperienza
Data: 20.10.2009

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Ciò che segue al distacco, all’allontanarsi dal punto d’origine, si potrà conoscere solo se sulla via del ritorno c’è chi lo rivivrà dandogli voce o immagine. Succede a Mauro Staccioli, grande plasmatore della materia già molto conosciuto e apprezzato dal pubblico a livello internazionale, che per raccontarsi senza alcun intento autocelebrativo torna a fissare i ricordi intervenendo sul territorio che lo ha visto nascere come uomo ancor prima che come artista, la Toscana. La mostra è un viaggio tra passato e presente, la parafrasi artistica del concetto di “durata temporale”, quel lasso di tempo che serve da congiunzione - anche emotiva - tra due periodi e va a formare un’identità, un sentire personalissimo, unico e originale.

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Mauro Staccioli, Primi Passi, Foto Robert Tyson

I lavori di Staccioli sono tutti lì, a Volterra, paese natale, sorta di diario iconografico dove tra interni ed esterni si costruisce un percorso che persino ai residenti e ai conoscitori profondi di questi luoghi, rivelerà prospettive inaspettate. La mostra “Mauro Staccioli - Luoghi d’esperienza” (13 settembre - 8 novembre 2009) è realmente esperienza culturale, sociale, persino politica per quel suo potere di ridisegnare la polis senza che l’autore s’inventi arredatore urbano. Staccioli è piuttosto un narratore istintivo, sedotto dall’ambiente, immerso in una punteggiatura di verde che avverte il bisogno di ulteriori segni di vitalità. Il progetto trae idealmente lo spunto da “Sculture in città” - organizzata a Volterra nel luglio del ‘72 e curata da Enrico Crispolti - allestimento chiave nella lunga militanza artistica.

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Mauro Staccioli, Al bimbo che non vide mai crescere il bosco, Foto Sergio Borghesi

L’immaginazione si espande e fa divenire luoghi le installazioni stesse, così che si possa intuire il situazionismo che guida la volontà dell’autore. Le tappe esterne alle mura dell’antica cittadella, ben 19, sono stazioni dove le opere assurgono al ruolo di vedetta oppure di confine. Sono gli occhi della memoria che guardano a valle, fanno i conti con il paesaggio e poi individuano il vuoto da occupare. Sono giganti, sono ellissi, triangoli, sagome e volumi plasmati con acciaio o cemento, non fosse per quell’”Omaggio all’architetto Campani 2009” forgiato in terracotta che richiama la facciata dell’oratorio annesso alla Villa di Roncolla realizzata tra il 1834 e il 1840 da Campani, allora proprietario dell’edificio. Esemplare analogo della scultura si trova a Pignano, davanti alla Pieve di San Bartolomeo, un intervento mirato a sottolineare anche in quel caso uno dei più antichi “teatri” di vita medioevale. Questo racconto per immagini che si dipana all’esterno di Volterra ha parimenti il senso della difesa di un territorio, il proprio. Le installazioni, che per la prima volta nel repertorio dell’artista, hanno un titolo, non servono da ornamento ma nascono per conferire significato ad un determinato luogo. Si potrebbero considerare moderne star-gate, porte di accesso a passate civiltà, ponti tra epoche e differenti memorie. Nessuna apparente consequenzialità si realizza invece a livello estetico tra le rigide geometrie e le architetture morbide e quattrocentesche degli edifici. La provocazione, evidentemente ricercata da Staccioli, si esaurisce tuttavia nel momento in cui si fa emergere il dialogo tra opposti schemi. È così che prende vita una nuova e più originale planimetria dove gli elementi aggiunti sono l’anello mancante tra terra e cielo. Svettano alla stregua dei cipressi gli angoli acuti e levigati degli intonaci rossi e pare di vederli ondeggiare come gli arbusti alla prima folata di vento. Più che la ricercatezza di una ratio, il visitatore dovrebbe cercare e riconoscere il grande sforzo di sintesi e di immaginazione che mai cede alla retorica dell’autobiografia. Neppure quando la mano si spinge al recupero dell’infanzia e scolpisce in acciaio corten una figura più plastica, del tipo quella intitolata “Primi Passi”, posta in località Piancorboli. Qui le terre evocate dal romanziere Carlo Cassola si aprono ai ricordi dell’artista.

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Mauro Staccioli, Chiesa di San Dalmazio, Foto Sergio Borghi

Una grande ellisse intercetta i campi che declinano da una delle alture e le fissa nel suo incavo come fosse un obiettivo che cattura l’oggetto. Lo sguardo è condotto sulla casa dei nonni materni, luogo di primi passi e approccio con la tradizione contadina toscana. Per quanto pubblico, il viaggio di Staccioli si rivela appartato, intimo, si traduce insomma nel recupero di uno stato emotivo che lavora da sempre nel recondito e cerca ora la via d’uscita. Non si esclude nessuna traccia da questo “ritrovarsi”, perciò altre suggestioni vibrano, ad esempio, nel tramonto dell’estate al bivio per Mazzolla, nel podere di San Nicola. Cinque elementi simili a lance conficcate nel terreno e ottenuti forgiando ottone, rame, acciaio inox, alluminio e acciaio corten, parlano “Al bimbo che non vide crescere il bosco”. Gli descrivono la varietà della natura circostante, gli dedicano il divenire di un’intricata macchia verdeggiante solcata da boscaioli, carbonai, servita infine da enorme riserva di legname combustibile per alimentare le caldaie. Altro bivio, altra allocazione. L’”Indicatore” di Spicchiamola, punto di raccordo tra Colle Val d’Elsa e Volterra, è il segno oltrepassato il quale si entra in contatto con culture simili e pure differenti. Il desiderio di dare respiro ad una forma e all’ambiente che la ospita è ciò che caratterizza il lavoro dell’artista, che non si ferma qui. Il gioco di volumi, concavi o convessi riaffiora dal passato anche all’interno del perimetro urbano e va ad occupare quegli spazi che furono per Staccioli motivo di ricerca già negli anni Settanta. In sostanza andiamo ad assistere ad un’evoluzione, a partecipare a due momenti diversi e contigui.

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Mauro Staccioli, Al bimbo che non vide mai crescere il bosco, Foto Robert Tyson

Passato e presente si chiamano attraverso le mura e si tengono distanti perché il visitatore possa intuirne il passaggio e la consequenzialità. La pietra, come la terra, rimanda al lavoro dell’uomo, alla tradizione artigiana che guida la mano dell’autore verso un costante approfondimento conoscitivo della materia e della sua “vitalità”. Così vivono gli edifici storici, che s’innalzano - pare dire - con la stessa poetica di un corpo umano. Prendiamo esempio dai nove elementi piramidali in ferro nero creati nel ’72 - Barriera -, ricollocati in modo da tagliare in diagonale la piazza centrale dei Priori e che “rappresentano una barriera transitabile che rompe(va) con ogni verticalità e statica volumetricità dello spazio, carico di estremo fascino storico”. Si richiamano a questi gli undici “Prismoidi” posizionati nel Chiostro di Palazzo Solaini e che, con un effetto dado, ci suggeriscono uno sconcertante senso di instabilità ed inquietudine. Il progetto prosegue anche in altri spazi: nelle sale della Pinacoteca con piccole sculture, disegni, maquette e fotografie che illustrano il lavoro dell’autore, il suo percorso e il personale approccio alla scultura. L’intervento in San Dalmazio invece, chiesa cinquecentesca poco distante dalla porta di San Francesco è a dir poco “frontale”. Un triangolo, simbolo religioso per eccellenza, poggia su uno degli angoli e taglia un segmento dell’abisde incorniciando - si fa per dire - ed esaltando la tavola del pittore della scuola volterrana Giovan Paolo Rossetti (“Deposizione della croce”). Ancora su per Montebrandoni, piccolo borgo a ridosso di Volterra, ora in verso di recupero del proprio passato attraverso il grande occhio d’acciaio quadrato e rosso che spia gli angoli e la vita che li smussa passando di lì. Sotto le logge di Palazzo Pretorio  viene infine riproposta la mostra “Mauro Staccioli: pensare la scultura”, curata dal Centro per l’Arte Contemporanea Luigi Pecci di Prato (1 novembre 2008 - 11 gennaio 2009), incentrata sul metodo ideativo - progettuale dell’artista. Da non perdere.


In copertina: Mauro Staccioli, Anello, 2009






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