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Da Artkey 11: LUIGI GHIRRI E L’ARTE CONTEMPORANEA
Autore: Luca Panaro
Data: 29.10.2009

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L’opera fotografica di Luigi Ghirri (1943-1992), nonostante la grande attenzione riscossa negli ultimi anni, riserva ancora qualche aspetto inesplorato che merita di essere approfondito, per sottolineare ulteriormente la grandezza di un artista capace di regalare alle generazioni successive interessanti spunti di ricerca.
Sorvolando la produzione relativa al paesaggio, che solitamente viene associata al suo nome, la nostra attenzione si sofferma piuttosto su due serie fotografiche meno note, le cui influenze stilistiche si ritrovano ampiamente nell’opera di Thomas Struth, Hiroshi Sugimoto e di altre superstar dell’arte contemporanea.
Nella serie “Diaframma 11, 1/125 luce naturale” (1970-1979), Luigi Ghirri fotografa molte persone di spalle, come statue, mentre osservano immagini, cartine geografiche, fotografie, quadri. “Questo essere attori sempre, di avvenimenti che in gran parte non conosciamo, su fondali e quinte fittizie, anche quando deleghiamo a una fotografia una nostra identità è per non dimenticare che la ricerca di una identità è sempre una strada difficile. Per questo accanto a una serie di persone in posa per la foto ricordo, voglio sottolineare l’esistenza di una immagine altra che io non ho mai visto, del tutto simile alla mia e nella quale e solamente nell’altra è intenzionalmente l’immagine che desiderano dare di se stessi”.1

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Luigi Ghirri, Modena 1973 (da Kodachrome)

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Luigi Ghirri, Roma 1978 (da Kodachrome)

Con queste parole Ghirri suggerisce la sua visione della fotografia, che non si rifugia nell’emozione del colore, nell’uso ripetuto e stucchevole dello stile, ma cerca d’instaurare nuovi rapporti dialettici con il mondo, perché fotografare la realtà sia prima di tutto uno strumento di comprensione.
Soffermando la nostra attenzione in modo particolare sulle immagini di questa serie riprese nei musei con i turisti in contemplazione delle opere esposte, riutilizzate successivamente in “Il Palazzo dell’Arte” (1980-88), non possiamo che notare una certa vicinanza al lavoro “Museum Photographs” di Thomas Struth (nato nel 1954) iniziato nel 1989. L’artista tedesco ritrae la gente che guarda importanti dipinti, ponendosi dal punto di vista dell’opera e dell’osservatore; in entrambe le prospettive Struth restituisce una sensazione di teatralità, ottenuta grazie all’utilizzo di comparse appositamente disposte dal fotografo. Nelle immagini di Ghirri non abbiamo questa messa in scena, sono scattate senza artifici, per il resto la somiglianza è notevole. Come ha scritto Daniel Soutif sulla rivista Artforum,2 una fotografia di Ghirri si distingue da un’opera di Struth solamente per le dimensioni, anche la più grande dell’artista italiano rimane di un formato abbastanza contenuto rispetto a quella del tedesco. Lo scarto generazionale fra i due artisti ha permesso alle immagini di Struth, come a quelle di altri quotatissimi contemporanei, di essere spettacolarizzate mediante le grandi dimensioni, atteggiamento che contrasta con la fotografia di piccolo formato più in linea con l’epoca e la poetica di Ghirri.
Nella serie “Il paese dei balocchi” (1972-1979), troviamo un’altra sorprendente anticipazione di Luigi Ghirri, questa volta rispetto alla nota ricerca condotta più di vent’anni dopo dal quasi coetaneo Hiroshi Sugimoto (nato nel 1948). L’artista giapponese, nella serie “Portraits” del 1999, fotografa le statue di cera presenti nei musei Madame Tussauds di Londra e Amsterdam. Operazione analoga a quella compiuta con largo anticipo da Ghirri mettendo in crisi la netta percezione di realtà e illusione, come molta arte sta facendo negli ultimi anni. La vicinanza stilistica e concettuale è molto evidente, entrambi gli artisti mettono in discussione le nostre certezze e la nostra visione del mondo, restituendoci come reale la copia in cera di un’immagine estratta da un dipinto, a sua volta ripresa dalla realtà. Tre livelli di separazione dal dato oggettivo che fanno riflettere sul concetto d’immagine e sulla sua natura sfuggente. L’inganno in cui può cadere lo spettatore delle fotografie di Ghirri e Sugimoto è frutto dell’abilità del fotografo, ma soprattutto del potere del mezzo utilizzato, capace di rendere reale tutto ciò che passa davanti all’obiettivo. Come detto a proposito di Struth, la differenza fra le immagini di Sugimoto e quelle di Ghirri, consiste sostanzialmente nella forma; grandi e ben curate quelle dell’artista giapponese, istantanee e a dimensione provino quelle dell’italiano. I vent’anni che separano i ritratti di cera contenuti nella serie “Il paese dei balocchi” di Luigi Ghirri e quelli in “Portraits” di Hiroshi Sugimoto, rendono onore al nostro artista che ancora una volta si dimostra pioniere di ricerche riprese con successo negli anni successivi.
Nell’opera dei due possiamo rintracciare anche un altro punto di contatto, che li vede ancora una volta a confronto su soggetti fotografici analoghi, ma con la differenza che in questa occasione gli anni in cui gli autori operano sono quasi gli stessi. Sempre contenute ne “Il paese dei balocchi” (1972-1979) sono le fotografie di Ghirri dedicate all’esposizione degli animali nei diorama, nello stesso periodo Sugimoto realizza la serie “Dioramas” (1975-1999), poi sviluppata nei decenni successivi. Ritraendo specie animali e ambienti preistorici ormai scomparsi, gli autori fanno rivivere i diorama presenti nei musei di storia naturale, invitandoci a ripensare al tradizionale concetto di realtà. Ghirri e Sugimoto, nel fotografare gli animali impagliati nei musei naturalistici, così come i personaggi storici al museo delle cere, preferiscono che lo spettatore rimanga sospeso nel dubbio, nulla acquisisce un significato definitivo, offrendo in questo modo una loro interpretazione del mondo contemporaneo, identificando quella sottile linea che divide la realtà dalla sua rappresentazione, come molti artisti faranno a partire dagli anni Novanta del Novecento.

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Luigi Ghirri, Amsterdam 1973 (da Diaframma 11, 1/125 luce naturale)

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Luigi Ghirri, Parigi 1971-72 (da Diaframma 11, 1/125 luce naturale)

Avrete forse notato come le opere fin qui citate di Luigi Ghirri vedano il museo come unico luogo d’azione; questo ci può far pensare che sia giunto il momento di rileggere la sua opera alla luce dei “contenitori di sapere” su cui l’artista ha sempre diretto lo sguardo. Quindi anche libri, riviste, pubblicità e tutto ciò che può essere catalogato per offrire un ritratto di un’epoca. Non a caso fra le sue opere più importanti ricordiamo Atlante (1973), un viaggio fotografico a volo d’uccello sulle pagine di carta di un tradizionale libro geografico. In quest’ottica emerge un Ghirri che utilizza la fotografia per riflettere sull’immagine, perché fare una fotografia non significa solamente indicare un metodo per vedere nuovi alfabeti visivi, ma soprattutto uno stato di necessità.
Di Luigi Ghirri quindi, oltre alle splendide immagini paesaggistiche della campagna emiliana o della riviera romagnola (le uniche che sembrano guardare alcuni suoi discepoli), va ricordato l’enorme e pionieristico lavoro sui luoghi di cultura, ricerca che come abbiamo visto anticipa quella condotta successivamente da Struth e Sugimoto. A questi due autori ne potremmo aggiungere altri che negli anni Novanta hanno scelto modalità operative diverse ma sempre affini al lavoro di Ghirri, rivolgendo per esempio il proprio sguardo sull’immagine trovata per le strade della città oppure all’interno di un archivio o di una biblioteca. Sembra quasi sia questo il nuovo paesaggio contemporaneo che va sostituendo quello urbano e rurale preso di mira dalle generazioni precedenti. Per queste ragioni può risultare interessante mettere a confronto la celebre serie “Kodachrome” (1970-1978) di Luigi Ghirri, con alcune opere di noti artisti contemporanei come Richard Prince, Hans-Peter Feldmann, Tacita Dean, Bertien van Manen, Joachim Schmid e tanti altri che hanno in più occasioni utilizzato o rifotografato l’immagine trovata.
“Kodachrome” è il primo lavoro di Ghirri con una struttura precisa e articolata, segna dunque un momento importante della sua ricerca, che  pone la sua attenzione su quella realtà di secondo grado che poi si svilupperà nei lavori successivi. “L’attenzione alla distruzione dell’esperienza diretta nasce in questo lavoro, che non vuole dirci di invadenze delle immagini negli ambienti di vita, quanto piuttosto porsi come analisi tra il vero e il falso, tra quello che siamo e l’immagine di quello che dobbiamo essere; operare una lettura nell’occultamento e nella negazione del vero (…). Ho terminato questa serie con frammenti d’immagini trovate camminando per strada, e non casualmente nell’ultimo appare la scritta su un giornale accartocciato sull’asfalto come pensare per immagini (…). La fotografia della fotografia diventa momento di coincidenza speculare, e le due immagini si eliminano a vicenda, richiamando così la fisicità del mondo di partenza (…). La realtà in larga misura si va trasformando sempre più in una colossale fotografia e il fotomontaggio è già avvenuto: è nel mondo reale”.3
Soltanto mettendo a confronto il lavoro di Ghirri con quello di molti artisti contemporanei che hanno utilizzato la fotografia per instaurare relazioni con il presente, è possibile comprendere la grandezza del nostro autore. Se per una volta guardassimo il suo lavoro alla luce dell’arte contemporanea, anziché confrontarlo unicamente con la storia della fotografia, riusciremmo finalmente a capire l’importanza di Luigi Ghirri e della sua pionieristica ricerca tutta ancora da studiare.

Luca Panaro è critico d’arte, curatore e docente all’Accademia di Belle Arti di Brera a Milano. S’interessa di fotografia, video e performance, scrive regolarmente su varie riviste specializzate ed è autore del saggio L’occultamento dell’autore: La ricerca artistica di Franco Vaccari, pubblicato da APM Edizioni nel 2007. Ha tenuto conferenze presso prestigiose istituzioni, tra cui il Musée de l’Elysée a Losanna (CH) e Forma (Centro Internazionale di Fotografia) a Milano. Ha curato una sezione della Biennale di Praga (2009) e molte altre mostre personali e collettive. Nato a Firenze nel 1975, vive vicino a Modena. http://www.lucapanaro.net/

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Luigi Ghirri, Amsterdam 1973 (da Il paese dei balocchi)

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Luigi Ghirri, Amsterdam 1973 (da Il paese dei balocchi)

1. L. Ghirri, Diaframma 11, 1/125 luce naturale in Niente di antico sotto il sole (a cura di P. Costantini e G. Chiaramonte), SEIT, Torino 1997, pag. 29
2.  D. Soutif, Luigi Ghirri, “Artforum International”, November 2001
3.  L. Ghirri, Kodachrome in Niente di antico sotto il sole (a cura di P. Costantini e G. Chiaramonte), SEIT, Torino 1997, pag. 21





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