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da Arkey n°11. Project Room: Danny Treacy, Il confine trasparente
Data: 09.11.2009

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Esistono supermercati di cose gratuite. Ognuno di noi, nella sua esperienza dei luoghi, può facilmente ripensare ai numerosi incontri di oggetti abbandonati avvenuti presso aree dismesse, parcheggi, ma anche nei boschi, nelle spiagge, in certe zone del tessuto urbano e in quelle porzioni di spazio dove questi oggetti ritagliano lo stato di confine rispetto all’azione umana. Sono scarti che raccontano le tracce di un passaggio all’interno del tratto paesaggistico. Essi sono simili ai rifiuti, ma vengono sottratti al normale corso di smaltimento e reimpiego. Sono residui, eccessi, storie a portata di mano. Sono luoghi dentro altri luoghi che attendono la riorganizzazione creativa di chi, mosso dal desiderio, introduce di nuovo l’oggetto trovato all’interno di un’azione.

È qui, sulla linea di confine tra scoperta e abbandono, che l’artista inglese Danny Treacy (Manchester, 1975) raccoglie gli indumenti che compaiono in alcune sue fotografie. Nella serie intitolata “Them”, iniziata nel 2002 ma tutt’ora in fase di svolgimento, l’artista ricompone le forme sui corpi montando insieme questi indumenti riciclati. Se ne ricava qualcosa che è sia esposto che nascosto. Di questi corpi, infatti, ne intuiamo le fattezze sotto l’abito, ma è impossibile attribuirle a una persona piuttosto che a un’altra. L’immagine si risolve nella sua superficie fatta di vestiti colorati, aprendo in noi il varco per un altro livello di lettura. Ed è qui che i corpi si rivelano, in questa superficie sia anonima che particolare, nel momento preciso in cui si manifesta come presenza dell’immaginario. Queste forme dichiarano un’identità, come maschere che nel momento stesso in cui nascondono tendono anche a rivelare il lato veritiero. Gli strumenti dell’arte, quindi, non sono usati per comunicare il senso della finzione, ma per calibrare l’assottigliamento del confine tra realtà e immaginario.

Questi involucri umani sono mostri psichici, sono figure tragiche di un teatro, sono un puzzle di persone, sono divise professionali logorate, sono l’emanazione del nostro profondo che si posa su di essi. “Essi sono Danny Treacy travestito”, scrive David Chandler. Sono le tracce degli altri che si ricompongono sul corpo dell’artista, plasmando lo spazio di un incontro tra diversità. La fotografia diventa così l’autoritratto di un essere invisibile e visibile allo stesso tempo e materialmente definito.

Danny Treacy crea una seconda pelle, ribaltando lo stato di abbandono degli indumenti trovati nella manifestazione di se stessi, non come semplici oggetti ma come opportunità di un significato parallelo. Ti perdi a ripercorrere le forme delle macchie, degli strappi, delle pieghe, della consunzione che li modifica. Ma questi dettagli formali si trasformano nei dettagli di una specie di sogno a occhi aperti. È questo uno degli aspetti più interessanti dei suoi lavori: indagare il lato nascosto che collega l’essere reale dell’oggetto a una presenza puramente emotiva. Qui non è chiamato in causa solo lo sguardo, ma anche il tatto. Le possibilità cromatiche degli accostamenti di stoffe vanno di pari passo con le diverse caratteristiche materiali degli indumenti. Così l’impatto cromatico non può essere scisso dal suggerimento tattile che gli abiti danno. Liscio e ruvido, pesante e leggero, pulito e sporco: il tutto è messo in risalto dalla luce frontale, come se queste presenze fossero situate sul tavolo di una sala operatoria. Viene suggerito il lavoro di montaggio fatto dall’artista, e l’immagine finale è la traccia visiva di ciò che le mani hanno trasformato.

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Danny Treacy Them 13. 2005 - 215 cm x 178 cm, Archival Photograph. Edition of Five

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Danny Treacy Them 1. 2002 - 215 cm x 178 cm, Archival Photograph. Edition of Five

L’identità di queste apparizioni è ambigua e sfumata. Emergono da un fondo nero, archetipo dell’oscurità interiore che si riconosce nel buio fuori. Si pongono frontalmente rispetto a noi osservatori, ed è proprio come se ci rivedessimo in uno specchio. Ci guardano pur avendo smarrito gli occhi, e un po’ ci assomigliano. Sono presenze fatte con le cose che avremmo potuto perdere per sempre, ma che ora, superando il senso di quella perdita, rivediamo cariche di una vita che ci appare misteriosa, sfuggente, a volte attraente e a volte inquietante. Essi come noi sono presenze capovolte: noi rispetto a loro, loro rispetto a noi. Potrebbero modellarsi anche sull’assenza di un corpo al di sotto, del quale manifesterebbero comunque le attitudini segrete. Sollevano l’involucro di ciò che è estraneo per osservare i punti di contatto con altre identità possibili, in un’unità visiva e corporea che si veste coi frammenti del mondo che continuamente si crea e si spreca. Essi sono il confine trasparente tra ciò che siamo e ciò che ci avvolge.

Questi lavori non si propongono la ricerca del nuovo. I linguaggi dell’arte contemporanea, con il loro deposito di concetti, forme e modalità operative, sono utilizzati per creare una specifica estetica dell’insolito e del difforme. Riaffermano così non lo stravolgimento della realtà, ma il suggerimento del lato sotterraneo delle cose, dove le forme del reale sono manipolate per spingersi più verso l’urto che verso la rappresentazione mimetica. Un linguaggio, quello di Danny Treacy, pienamente contemporaneo e internazionale, basato su formule stilistiche che fanno propria tutta la cultura del prelievo dal reale di oggetti trovati e assemblati secondo le logiche di un diverso operare (pratica che ha significato storicamente l’allargamento del campo di azione dell’arte, inaugurata secondo differenti atteggiamenti dalle Avanguardie storiche, portata avanti dalle Neoavanguardie e tutt’ora centrale all’interno della ricerca artistica). Ma è di fondamentale importanza anche il riferimento al Surrealismo, in particolare al doppio e al perturbante, che sono alcuni dei concetti presi in prestito da Freud che i surrealisti utilizzarono per ottenere le proprie immagini. In queste fotografie, infatti, Danny Treacy mette in scena un corpo vivente nascosto, arcano. A manifestarsi è il suo doppio, il fantasma carnevalesco percepito come minaccia incombente.

Daniele Fiacco


Danny Treacy vive e lavora a Londra. Tra le sue principali mostre si ricordano: 2008, “Them”, The Photographers’ Gallery, Londra. 2008, “In Our World: New Photography In Britain”, a cura di Filippo Maggia, Galleria Civica di Modena. 2002, “The Show”, Royal College of Art, Londra. Alcuni suoi lavori compaiono nel volume “Vitamin Ph: New Perspectives in Photography”, Phaidon, Londra.

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Danny Treacy Them 12. 2005 - 215 cm x 178 cm, Archival Photograph. Edition of Five

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Danny Treacy Them 20. 2007 - 215 cm x 178 cm, Archival Photograph. Edition of Five






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