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Schio Glocal Digital Fest
Data: 16.11.2009

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Vai all'evento: Schio Glocal Digital Fest

Gli artisti correlati: Igor Imhoff, Lino Strangis, Nicola Bettale, Giulia Conzato, Sami Rahal E Filippo Torre


Lo Schio Glocal Digital Fest è concreta testimonianza di come la distinzione centro-periferia, sia nel senso geografico che in quello di autorevolezza, sia del tutto irrilevante nel digitale e nell'arte che ne deriva. E così a Palazzo Fogazzaro di Schio, comune di circa 40mila abitanti dell'Altovicentino, c'è ora una mostra, visitabile fino al prossimo 15 novembre il sabato e la domenica dalle 10 alle 12 e dalle 16 alle 19, dove le opere di grandi artisti internazionale convivono al fianco di giovani emergenti italiani e di alcune nuove proposte. La manifestazione, promossa dal Comune di Schio e KINEMA Associazione culturale di Roma, ha visto impegnato un gruppo curatoriale coordinato da Veronica D'Auria con la partecipazione di Le Momo Electronique, sempre di Roma, e con la collaborazione di Marco Maria Gazzano. Proprio quest'ultimo, in un suo scritto introduttivo alla mostra, descrive in breve uno degli aspetti più significativi dell'arte digitale di cui lo Schio Glocal Digital Fest è, come si diceva, felice testimonianza, "La vicenda artistica [...] delle 'arti elettroniche' - spiega infatti lo storico e critico dell'arte - inizia nel pieno della guerra fredda [...] e si spinge fino agli albori della globalizzazione (inizio XXI secolo) indicandone, anche utopisticamente, alcune vie: la transculturalità, il viaggio e lo spostamento come paradigma, la centralità del periferico, la rete come modello di conoscenza, l'intreccio come chiave di volta interpretativa, la negazione delle gerarchie significative tra luoghi (Schio meno importante di New York?) ma anche tra oggetti, simboli, segni, culture, generazioni".
La presenza di Marco Maria Gazzano alla mostra scledense è inoltre legata all'opera più prestigiosa esposta a Palazzo Fogazzaro e cioè “Tower of Peace”, installazione collettiva di video d'arte curata dallo stesso Gazzano all'interno di un progetto partito nel 2002 e tuttora in evoluzione. Si tratta di una iniziativa che nasce come risposta agli attacchi terroristici dell'11 settembre 2001 e vede impegnati artisti di tutti i continenti. L'opera vuole essere, come si legge nella documentazione fornita alla stampa, "una risposta anche alla follia della guerra (delle guerre) nonché alla violenza con la quale gli oligopoli e i media tengono in ostaggio i corpi e le menti dei cittadini del pianeta pretendendo di legittimarsi con quella o con un un'altra provocazione. Una risposta democratica ed espressivamente avanzata alle tendenze omologanti e oppressive della “globalizzazione” economica, militare, culturale e mediatica. Una azione - al contempo estetica e artistica, - mossa significativamente a partire dalle stesse tecnologie e dagli stessi media (radio, tv, video, web, satelliti) in genere utilizzati per altri, e più commerciali, intenti." Nel progetto “Tower of Peace” sono impegnati più di quaranta artisti, un lungo elenco di nomi importanti (1) comprendente tra gli altri Nam June Paik, Robert Cahen, Woody e Steina Vasulka, Studio Azzurro, Mario Sasso e Fabrizio Plessi.

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Giulia Conzato, Across the Shadows. Granular shapes

Se, come segnalato in apertura, nel digitale non c'è gerarchia mentre essa è invece ben presente nelle logiche del mondo artistico e della sua comunicazione, quest'articolo vuole concentrarsi su alcuni giovani artisti presenti allo Schio Glocal Digital Fest che con questa occasione hanno potuto mostrate i propri lavori al fianco di più affermati colleghi. Come unica deroga a questa premessa segnaliamo la presenza dei già noti Elastic Group of Artistic Research con la bellissima installazione site specific “A Portrait of the Artist as States of Mind”.

Igor Imhoff (2) propone allo Schio Glocal Digital Fest tre audiovisivi di neutra accettazione di quel rapimento che i simboli possono attuare quando vengono liberati da un'interiorità osservata e percorsa in tutte le sue direzioni. La più completa adesione ad una singolarità (in questo caso quella dell'artista stesso) si rivela in Imhoff la via per arrivare ad una totalità emotiva coinvolgente e largamente comunicativa, testimoniata anche dall'ottimo riscontro ottenuto dall'artista tra il pubblico della mostra, compreso chi non è solito ad eventi analoghi. Ci permettiamo di individuare nel rapimento un tema centrale nei lavori proposti da Imhoff per diversi motivi. Innanzitutto il rapimento ritorna con una certa frequenza nel suo rappresentato: spesso i soggetti che si muovono dentro il suo paesaggio vengono letteralmente catturati da cuori usati come esche, ragni, animali, guardiani, e trascinati via a forza. Ma il rapimento primo all'origine di quanto abbiamo visto è con ogni probabilità quello proprio dell'artista che riesce a guardarsi e a rendere testimonianza di se stesso senza sovrimporre al mostrato vincolanti strutture di senso, come potrebbe essere ad esempio una esplicita ed evidente narrazione, che appesantirebbero un universo per sua natura leggerissimo. Infine il rapimento ultimo di quanto mostrato da Imhoff è negli occhi di chi guarda, posto di fronte ad una creatività incantatrice fatta di una malinconia lontana e inguaribile.

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Igor Imhoff, Percorso#0008-0209

Nicola Bettale è presente alla mostra con cinque lavori, quattro fotografici e un audiovisivo, dove il tema prevalente è quello di una solitudine ontologica ribadita attraverso il proprio mostrarsi, all'interno di un universo in cui l'uomo, e quindi anche l'artista creatore, è mero ente tra gli enti, non solo privo di supremazia sull'esistente, ma addirittura senza possibilità d'azione. Nelle due opere che porteremo come esempi di un tale atteggiamento gli esisti emotivi sono diversi, ma in entrambe l'eroicità del mostrato e la possibilità di una comunicazione si basa sul rifiuto di uno stato di non incidenza sul reale, e sulla manifesta verità che il sentimento panico è negato ad un "io" riluttante a riconoscersi prodotto dal reale. “Senza titolo 11” è un disperato reportage su di uno stato infernale di chi, già condannato in eterno e conscio che non sarà mai redento, si accorge che anche l'ultimo spazio di apparente salvezza è irreale. Il paradiso da cui credeva d'essere stato scacciato in realtà non è mai esistito se non nella sua immaginazione, rimasta ora vittima della verità di un male che ferisce anche cromaticamente. La sofferenza trasmessa, più che delle tre figure intrappolate e mostrate, è quella dei posti vuoti in cui non si vorrebbe mai essere, ma dove si è già. In “Trasformation... does it include innovation?”, primo audiovisivo reso pubblico da Bettale, il tema centrare è quello di una laboriosità disumana, fatta di molteplici singolarità non riassumibili e che non riescono a fondersi. Viene qui mostrato un diverso confronto con il tema dell'irriducibilità della solitudine, vista non come una condanna ma come una condizione che, proprio perché a tutti comune e in tutti uguale, può essere mostrata come voce multipla di uno stesso identico essere, dove il percorso dal molteplice all'uno rivela tracce di una luce comune.

Lino Strangis con il suo “Ying Aoyun” restituisce, dopo averlo digerito, il grande sforzo comunicativo della Cina in occasione delle ultime olimpiadi, disegnando un terreno di confronto dove l'estasi dell'osservazione convive, in maniera artisticamente felice, con un atteggiamento anche critico verso una realtà di organizzazione umana dove il singolo è costretto in movimenti e percorsi di massa la cui precisione si mostra artificiale e forzata. Il materiale di partenza, e cioè i filmati testimonianti lo spettacolo messo in scena per l'apertura degli ultimi giochi olimpici, è rielaborato e postprodotto da Strangis seguendo una direzione che vede nelle possibilità del digitale un ambiente fertile per agire non solo sul contemporaneo e farsene interpreti, ma anche per entrare in una dimensione atemporale dove la grazie può trovare posto tra le forze che informano la vita, una grazie che riesce a sublimare, proprio perché non lo nega, anche il suo peccato originario d'essere nata da un'istanza coercitiva.

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Nicola Bettale, Senza-titolo-11

Giulia Conzato presenta con “Across the Shadows. Granular Shapes” un'opera informata dalla delicata poetica di un titubante mostrarsi, probabile figlia della spirale energetica generata da un fare artistico riconosciuto come ineludibile ma mai libero dalla domanda sulla legittimità del proprio creatore. E così il materiale onirico viene presentato come una sorta di ready made allo stato grezzo, qualcosa che viene mostrato piuttosto che organizzato, esibendo coraggiosamente i propri dubbi e lasciando che anche la confusione si manifesti all'interno di un arte che non punta l'indice a mostrare nessuna strada ma apre tutta la mano chiedendo una solidale e compassionevole comunanza umana.

Infine Sami Rahal e Filippo Torre con “Silence mood sound mirror”, installazione sonora e visiva, regalano possibilità di significazione piuttosto che suggerire significati. L'esperienza estetica e noetica veicolata dai suoni proposti dall'opera, scelti sulla base delle attuali conoscenze scientifiche sul rapporto tra alcune frequenze e la risposta del corpo umano, è di scoperta interiore per uno spettatore che è del tutto libero dal vincolo di sapere cosa l'artista voglia comunicare e può così finalmente concentrarsi su cosa genera in lui l'opera con cui è in rapporto.

1. Per una lista completa si rinvia al sito della manifestazione: www.schioglocaldigitalfest.eu.
2. A Schio presente con le opere Percorso#0008-0209, Percorso#0007-03-08 e Percorso#0005-0406. Tutte queste opere sono fruibili su www.igorimhoff.eu (ultimo accesso 6 novembre 2009).


In copertina: Lino Strangis, Ying Aoyun





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