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Rubrica 144 - Elogio della crisi. Ovvero: non tutto il male vien per nuocere
Autore: Stefano Riba
Data: 23.12.2009

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Gli artisti correlati: Martin Kippenberger, Peter Doig, Neo Rauch, Eugenio Merino


Le crisi fanno bene, e non lo dicono solo gli ottimisti di professione alla Tonino Guerra. Nonostante i 23mila suicidi, durante la Grande Depressione l’aspettativa di vita negli Stati Uniti crebbe di ben 6 anni, da 57 a 63. C’era meno lavoro per tutti, per 14milioni di americani non ce n’era proprio, ma meno impiego significava meno stress e più tempo per dormire e svagarsi. C’erano anche meno soldi, ma avere il portafoglio vuoto aveva un lato positivo, eliminava i vizi (tabacco, alcool) e portava a vivere senza eccessi.

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Jean-Michel Basquiat, Year of the Boar, 1983, venduto da Phillips de Pury a 1.213.154 euro. Un momento della Contemporary Art Sale del 16 ottobre presso la Sotheby's di Londra. Nella foto compaiono Afro Apparition di Chris Ofili battuta per 640.379 € (record d’asta per l’artista) e Fuego Flores di Jean-Michel Basquiat, battuta per 1.064.599 € (prezzo più alto della serata); © Phillips de Pury e Sotheby's

Quindi, se siete tra i 500mila italiani che nell’ultimo anno hanno perso il posto di lavoro, o siete un industriale i cui ordinativi di agosto sono crollati del 27,5%, o, ancora peggio, se lavorate nel mercato dell’arte, precipitato da giugno ’08 a giugno ’09 del 71%, state allegri. La crisi vi farà vivere più a lungo. Magari non fino ai 120 anni a cui sogna di arrivare Berlusconi, ma quasi. Certo, per apprezzare appieno i benefici futuri, come nel caso della crisi del 1929, bisognerà aspettare qualche decennio. Ma non lasciatevi scoraggiare, prima o poi arriveranno. Se invece continuate a essere pessimisti, ecco una serie di motivi per cambiare umore. Lo sapevate che anche il global warming fa bene? Lo affermano i ricercatori della Michigan Technological University, giunti alla conclusione che l’innalzamento delle temperature e del livello di nitrogeno nell’inquinamento atmosferico aumenti la rigogliosità delle foreste. Evviva! E cosa dicono gli oncologi? Che il riscaldamento globale farà diminuire il numero di certi tumori. Urrà!

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Martin Kippenberger, Paris Bar, 1991, Olio su tela , 212 x 382cm, Battuto da Christie’s a 2.486.563 €, Secondo prezzo d’asta per l’artista; © Christie's Images Limited 2009

L’innalzamento dei mari? Se è vero che in 20 anni le Maldive saranno sommerse, tanto meglio: una destinazione esotica in meno dove non andare, risparmiando soldi e minimizzando l’impatto ecologico del viaggio. Super! Vogliamo poi parlare dello scioglimento dei ghiacci? Che tenerezza quando i groenlandesi toccheranno per la prima volta il suolo della loro nazione sepolta per millenni dal ghiaccio, festeggiando in infradito con mojito fatti con il pack non ancora liquefattosi. Non dimentichiamo poi le navi radioattive affondate nel Mediterraneo. Quella al largo di Cetraro, in Calabria, riscalda l’acqua della zona di 5 gradi centigradi. Impareggiabile la felicità dei bagnanti freddolosi. Insomma, viva le crisi. Viva il credit crunch, viva il global warming, viva le discariche abusive in fondo al mare e le sirenette radioattive. Ancora una volta la saggezza popolare non inganna e il proverbio “Non tutto il male vien per nuocere” si rivela esatto.

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Neo Rauch, Stellwerk (Signal Box), 1999, Olio su tela, 200 x 300.4cm. Battuto da Christie’s a 972.771 €. Record d’asta per l’artista; © Christie's Images Limited 2009

Tutto ciò vale anche per l’arte? Ma certo. Chi di voi sente la mancanza di Damien Hirst? Per merito di chi l’uomo per anni più influente dell’arte (ora sprofondato intorno al 50esimo posto) è sparito dalle copertine dei magazine patinati di mezzo mondo? Verrebbe da dare la colpa alla maledizione degli occhiali dalle lenti blu, quelle che prima hanno accompagnato la vita di eccessi di Ozzy Osbourne e poi seguito l’ascesa e la fine contro il muretto (senza miss) di Flavio Briatore. Ma non è così. È la crisi ad aver eclissato il baronetto della Young British Art. Una scomparsa talmente drastica da far temere che Hirst si sia davvero suicidato come in “4 The Love of Go(l)d”, l’opera di Eugenio Merino esposta a Madrid durante l’ultima edizione di ARCO. Allo stesso modo, tutti devono ringraziare il crollo del mercato per averli liberati dall’imbarazzo di non riuscire a ricordare o a pronunciare i nomi delle decine di artisti cinesi (Wei, Ji, Xiao, Jie, Peng, Qingqing, Fudong, Xiaogang, Minjun) esplosi negli anni passati, fino al punto che ora non se ne trovano manco le ceneri. Che dire poi di Jeff Koons il cui “Hanging Heart” è passato in un anno da 23,6milioni di dollari a 11. Un calo che difficilmente lo porterà a vendere i suoi giganteschi cuori-palloncino alle feste di paese, ma che comunque abbassa a un livello di “quasi decenza” le stime dei suoi lavori. Ma in questo lieto scenario brechtiano senza eroi si intravedono all’orizzonte fosche nubi che rischiano di turbare la quiete. La crisi prima o poi finirà e tornerà il tempo delle arti-star dalle quotazioni stratosferiche e degli orientali dai nomi impronunciabili. Quanto tempo di pace ci rimane? Se è vero, come sostiene una recente indagine del Monte dei Paschi, che il mondo dell’arte registra gli scossoni del mercato 6-9 mesi dopo quelli borsistici, ci resta ancora un annetto, forse meno. Stima confermata da Giancarlo Graziani del Centro Studi sull’Arte dello IULM di Milano: “Tra la fine del 2009 e i primi mesi del 2010 il mercato dovrebbe consolidarsi sui livelli attuali, senza crescere”.

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Peter Doig, Pine House (Rooms for Rent), 1994, Olio su tela, 180 x 230.5 cm. Battuto da Christie’s a € 1,509,923. Nel 2007 l’opera White Canoe venne venduta per quasi 9 milioni di euro; © Christie's Images Limited 2009

Intanto le ultime aste londinesi hanno confermato la stabilità delle nuove quotazioni e diffuso un moderato ottimismo. Nel week-end del 16-17 ottobre le tre principali case d’asta hanno messo all’incanto 448 lavori. Le percentuali di venduto variano dal 90,9% di Sotheby’s, al 78,4% di Christie’s e al 51% di Phillips de Pury (che però aveva il numero più alto di lotti, ben 378). I ricavi sono però rimasti entro le stime fornite dai bidders. Questo a conferma del fatto che la strategia della morigeratezza con cataloghi più asciutti e lotti non più milionari sta dando buoni frutti. Già nello scorso numero Dash Snow ci aveva insegnato che gli eccessi uccidono (e gli speculatori anche). Ora vediamo che la via dell’equilibrio senza eccessi, anche se coattamente imposta dalla crisi, allunga la vita. La crisi non è la fine, la crisi è un nuovo inizio. Speriamo qualcuno lo capisca.


In copertina: Eugenio Merino, 4 the love of go(l)d






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