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Da ArtKey 13 - i precursori PARTECIPAZIONE E INTERAZIONE NELL’OPERA DI GIANNI COLOMBO
Autore: Luca Panaro
Data: 16.02.2010

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Vai alla sede: Castello di Rivoli

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Continua la rubrica periodica di Luca Panaro dedicata ai protagonisti dell’arte contemporanea che hanno anticipato molte delle tematiche più attuali. Nei numeri precedenti di Artkey è stata riletta la ricerca artistica di Franco Vaccari (nr. 7), Bruno Munari (nr. 8) e Luigi Ghirri (nr. 11), in questo numero è l’opera di Gianni Colombo a essere vista come anticipatrice della contemporaneità, anche alla luce della grande mostra retrospettiva a cura di Carolyn Christov-Bakargiev e Marco Scotini che il Castello di Rivoli gli ha recentemente dedicato.


Protagonista dell’arte cinetica e programmata che si è sviluppata nel corso degli anni Cinquanta e Sessanta, Gianni Colombo (Milano, 1937 – Melzo, 1993) è stato un vero precursore dell’espressione artistica odierna, mettendo in pratica quel superamento dell’opera che Futurismo e Spazialismo, in periodi diversi, avevano teorizzato senza mai riuscirvi veramente, e che soltanto Bruno Munari ottenne generando con la luce ambienti percorribili dal pubblico (“Proiezioni dirette”, 1950 e “Proiezioni a luce polarizzata”, 1953). Colombo mette in discussione l’idea di spazio rigido, ottenendo un’arte immersiva e interattiva, dove il corpo e il tempo giocano un ruolo di rilievo. L’opera è “aperta”, lo spettatore è chiamato a interagire con essa trasformandosi in esecutore, coautore, attore, abbandonando il ruolo di semplice e passivo osservatore. Tutti aspetti che rendono la ricerca artistica di Gianni Colombo particolarmente attuale, soprattutto alla luce delle più recenti sperimentazioni digitali. All’aspetto partecipativo va aggiunto però anche quello collaborativo, sempre presente nella concezione artistica di Colombo, che lo porterà nel 1959 a fondare il Gruppo T con Giovanni Anceschi, Davide Boriani, Gabriele De Vecchi (ai quali si aggiungerà anche Grazia Varisco). L’annullamento della propria figura autoriale, fra l’altro comune ad altri artisti attivi in questo periodo (si veda per esempio l’opera di Franco Vaccari), viene praticata assieme ai componenti del gruppo all’insegna di un’arte cinetica, programmata e ottica in cui è determinante l’intervento dello spettatore. L’insistenza su quest’ultimo aspetto e l’interesse per il fenomeno a volte a discapito della pura percezione, allontana Colombo negli anni seguenti dalle correnti più integralmente legate al movimento meccanico e ottico, proiettando invece la sua ricerca verso l’interazione ambientale.

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Gianni Colombo, “Cromostruttura”, 1961-70
Courtesy Fondazione Marconi, Milano. Foto Gianni Ummarino

Dopo le prime opere su carta, i feltri e le sculture in ceramica, sul finire degli anni Cinquanta, l’artista inizia la serie dei “Rilievi intermutabili” (1959), e con questa il passaggio dall’opera tradizionale all’esperienza tattile-percettiva, che verrà poi amplificata nei lavori successivi. Dello stesso anno sono le “Superfici in variazione”, opere in gommapiuma che prevedono l’azione dello spettatore che può provocare sulla superficie elastica delle introflessioni di durata variabile azionando dei tiranti disposti alla base dell’oggetto; e le “Strutturazioni pulsanti”, cioè uno schieramento di parallelepipedi monocromatici e modulari animati da un dispositivo elettromeccanico predisposto sul retro. Queste opere introducono l’elemento cinetico e partecipativo ma rimangono  ancorate alla concezione classica del quadro. 

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Gianni Colombo, “Spazio elastico”, 1967-1968
Courtesy Archivio Gianni Colombo, Milano


Soltanto in “Strutturazione cinevisuale abitabile” (1964) Colombo si allontana definitivamente dalla superficie piana per aprirsi all’installazione ambientale: uno spazio cubico si rivela agli spettatori attraverso una serie di indicazioni luminose organizzate in tre cicli continui. Qualche anno dopo, in “After-Structures” (1966), l’artista proietta con l’ausilio di flash ritmici un reticolo di luce sulle pareti di un ambiente. Nel 1968 Colombo realizza “Spazio elastico”, una delle sue opere ambientali più significative, che introduce la ricerca sul corpo dello spettatore e sui particolari stati di percezione che l’artista sperimenta mediante l’allestimento di uno luogo teatrale, che si muove meccanicamente mutando e rompendo le convenzioni acquisite. Lo stesso autore descrive l’opera come un ambiente “ripartito in volumi di spazio virtualmente circoscritti da fili tesi di materiale elastico, trattati con colore fluorescente e illuminati da lampade a luce ultra-violetta, in questa struttura avvengono, per azione di quattro elettro-motori, delle tensioni a sviluppo orizzontale e verticale e a carattere ritmico che la deformano discontinuamente secondo una combinatoria progressiva”. Questo ambiente si comporta come un rilevatore di comportamenti ottici e psichici del fruitore, che autodetermina l’immagine percepita in seguito alla personale interazione.

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Gianni Colombo, Milano
Courtesy Archivio Gianni Colombo, Milano
Foto Oliviero Toscani

Colombo mette in discussione l’idea tradizionale di spazio, pur essendo geometricamente organizzato, l’ambiente ‘respira’, come un organismo che si muove, vive e si trasforma adattandosi continuamente. La ricerca che l’artista conduce nei confronti dell‘esperienza percettiva dello spettatore trova riscontro anche in “Bariestesia” (1974-75): “campo praticabile in forma di itinerario lungo 5 metri che, mediante alterazioni topologiche programmate, tende a sensibilizzare lo stato di equilibrio, cioè la zona vestibolare (bariestesia), la percettività dello spazio (topoestesia) e il comportamento dello spettatore (riflessi di postura)”. Il primo lavoro relativo a questa problematica consiste in una serie di gradini sui quali si può salire e scendere come normalmente facciamo con una scala. In questo caso, però, ogni gradino gode di una condizione di imprevedibilità, è posto in una posizione differente rispetto a quella prevista. La scelta della scala non è casuale in quanto rappresenta una delle forme architettoniche più comuni e modulari conosciute, che utilizziamo abitualmente con la certezza che un gradino è uguale a quello successivo e con la stessa inclinazione. Mutando questo tipo di convenzione, la percezione dello spazio e l’orientamento del fruitore vengono alterate, si amplificano, generando una nuova esperienza sensoriale.Alle “Bariestesie” seguiranno negli anni Settanta le “Topoestesie” (1977), una serie di tunnel percorribili a deformazione topologica progressiva, e negli anni Ottanta altre alterazioni di elementi architettonici (archi, colonne, pilastri...) con risultati spesso paradossali che si possono associare alla comicità presente in alcuni cortometraggi di Buster Keaton. In modo particolare nel film “One Week” (1920) Buster Keaton e Sybil Seely interpretano due sposini che ricevono una ‘casa fai-da-te’ come dono di nozze, secondo le istruzioni la casa può essere costruita in una settimana, ma si trovano alle prese con un edificio totalmente fuori dal comune, con porte che si aprono sul vuoto, pavimenti che cedono e fondamenta poco stabili. Gianni Colombo dichiara apertamente la sua vicinanza al burlesque di Keaton in “Studio goniometrico” (1977), dove l’artista ri-progetta la casa del film affiancandola a un fotogramma originale.

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Gianni Colombo, “Topoestesia-tre zone contigue (itinerario programmato)”, 1965-70 
Dalla mostra "Vitalità del negativo nell'arte italiana 1960-70", Palazzo delle Esposizioni, Roma, novembre-gennaio 1971. A cura di Achille Bonito Oliva
Courtesy Archivio Gianni Colombo, Milano
Foto Ugo Mulas

Si possono inoltre riscontrare similitudini fra le continue verifiche architettoniche di Colombo e quelle praticate da Gordon Matta-Clark (New York, 1943-1978); si pensi per esempio alla casa che l’artista americano taglia a metà alterando la percezione dell’edificio stesso e dell’ambiante circostante. Anche Vito Acconci (New York, 1940) e Denis Oppenheim (Washington, 1938) hanno fatto dell’alterazione di forme e strutture familiari un segno della propria arte, nelle più recenti opere pubbliche hanno mostrato come sia possibile cambiare la percezione degli edifici mutando la prospettiva da cui li si osserva, cercando un nuovo rapporto con il pubblico che li fruisce.

Un artista che per sua stessa ammissione è stato influenzato dalla ricerca di Gianni Colombo è Olafur Eliasson (Copenhagen, 1967), prendendo addirittura in considerazione la possibilità di includere un’opera di Colombo in una sua mostra personale: “Quando ho pensato di inserire una delle sue opere in una mia mostra ritenevo di poter attivare aspetti del suo lavoro, e di conseguenza, attivare in modo simbiotico componenti del mio, arrivando così a dimostrare oggi la grande rilevanza e importanza del suo lavoro (…). Ero interessato alla possibilità di mettere in discussione il concetto di autore e volevo realizzare una mostra nella quale non ci fosse chiara distinzione tra le mie opere e le sue. Secondo me, per avere un’esperienza stimolante non è necessario sapere chi è l’autore di un’opera. Si tratta piuttosto del modo in cui ci si relaziona a un particolare contesto”.1

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Gianni Colombo, “Strutturazione fluida”, 1960
Courtesy Fondazione Marconi, Milano
Foto Gianni Ummarino


Il fatto che gli artisti fin qui citati a confronto con l’opera di Colombo siano attivi nell’ambito della cosiddetta public art, ci permette di leggere la ricerca del nostro autore anche da questa prospettiva. Negli anni Ottanta, infatti, si intensificano le sue installazioni permanenti in luoghi pubblici, sempre caratterizzate dal coinvolgimento sensoriale e motorio dello spettatore: nel 1979 realizza in collaborazione con Emilio Tadini e Gianfranco Pardi il parco giochi “Borgotondo” di Mirandola (Modena), nel 1981-89 è la volta dell’installazione “Architettura cacogoniometrica-entrexit” presso l’ex Convento di San Rocco a Carpi (Modena), nel 1983 il “Monumento alla Resistenza europea” a Como, nel 1988 “Architettura cacogoniometrica-colonne” al Museo d’Arte Contemporanea all’aperto di Morterone (Lecco) e “Architettura cacogoniometrica alpina a Bruno Taut” al Furkapass (Svizzera). Gianni Colombo fa dunque uscire le sue opere dagli spazi convenzionali del museo per raggiungere quella partecipazione pubblica che l’arte ha sempre rincorso, ma che negli ultimi tempi sembra essere divenuta la cifra distintiva degli artisti più interessanti nel panorama internazionale.



1 M. Beccaria, “La realtà è negoziabile: un dialogo con Olafur Eliasson”, in “Gianni Colombo”, Castello di Rivoli - Skira editore, Milano 2009






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