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Conversazione fra il curatore Antonio Arévalo e l'artista Loredana Longo
Data: 11.03.2010

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Vai all'evento: LOREDANA LONGO - CAGES

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“About Cages”

Antonio Arevalo: Loredana Longo realizzava alcuni anni fa una serie di lavori su ciò che lei stessa definiva Estetica della Distruzione. Affascinata dagli interni barocchi e decadenti tanto comuni nella sua Isola, nel progetto Explosion costruiva allestimenti di vere e proprie scenografie di abitazione borghese, li faceva saltare in aria e li riassemblava, oggetto per oggetto: l’artista distrugge, sì, ma subito dopo ripara. Dagli ambienti domestici, tuttavia, il teatro dell’azione cambia nell’installazione più recente, realizzata per la Biennale di Marrakech. “Nothing is as it seems” sposta radicalmente il punto di osservazione da situazioni di disagio, di contrasto, di rottura nella dimensione familiare o di coppia a interrogativi di natura più marcatamente pubblica, sociale. Il simbolo della prigionia diventa la gabbia. Tutti ricordiamo le foto di detenuti in tuta arancione dietro le sbarre, le mani ammanettate e i piedi incatenati sotto il cocente sole dei Caraibi. Siamo a Guantanamo: gabbie all'aperto, isolamento, un asciugamano a terra per coricarsi, in uno spazio appena sufficiente per stendersi, una disumanità fuori da ogni regola e controllo.
Cosa ti ha fatto uscire da quel percorso tutto tuo di distruzione/ricostruzione, in cui erano le relazioni personali a prevalere, per affrontare a Marrakech una tematica, diciamo, più socio- politica?


Loredana Longo: Sono stata invitata alla Biennale di Marrakech. Non potendo realizzare la parte performativa dal vivo, in cui sparavo, ho dovuto cambiare lavoro ed ho sottoposto al curatore questo progetto: la costruzione della cella di sicurezza di Guantanamo. Le motivazioni sono legate alla testimonianza di persone conosciute durante la mia prima permanenza in Marocco. Il concetto: la libertà non esiste. La cella che ho costruito è sospesa in aria, rivestita internamente di specchi, gli oggetti sono grigi, la base della gabbia rimane a terra, il soffitto è costellato di lampadine intermittenti. Tutto e il contrario di tutto, la libertà è solo un'apparenza, solo un gioco di specchi, di immagini riflesse, lo spazio minimo di una cella appare infinito. Ho scelto la prigione perché rappresenta lo spazio in cui l'uomo è costretto da un altro uomo, rinchiuso, punito. C'è sempre qualcuno pronto a dirci quello che dobbiamo fare, o a punirci per quello che abbiamo fatto. 

A. A: Nello spazio di Arte Contemporanea a Bruxelles, nel luogo carcerario, le gabbie, sono vuote, o solo attraversate da una catena o un’altra sbarra, proprio per intensificare la semantica della punizione. Ciò che importa non è la descrizione dello spazio con i suoi oggetti, lo spazio è mentale, è un’area, può essere infinita o ripercorrere solo se stessa, ma comunque riflette una condizione personale, ognuno si specchia e può vedere se stesso ripetuto migliaia di volte, come fosse solo un clone, attraversato da altrettante migliaia di sbarre, ostacoli, chiusure. Si allude chiaramente ad angosce interiori, rigorosamente individuali, traslate nell’ambiente claustrofobico della cella. Sociale e corpo si dileguano o, meglio, acquistano una nuova veste di straordinaria intensità simbolica. Dietro le sbarre, si consuma il rito doloroso dell’autoannientamento e del riconoscimento: privato della libertà, l’Io ne prende coscienza, accetta di definirsi gabbia, forse perché una gabbia è necessaria per fuggirne, per concettualizzare la possibilità della fuga. Possibilità o illusione, però? Le gabbie, in effetti, scintillano di vernice riflettente, di specchi, illuminate a giorno. Un glamour pauroso, attraente e repulsivo insieme, accompagna un trompe-l’oeil architettonico di spazi moltiplicati e moltiplicabili all’infinito dal desiderio di libertà, ma inflessibilmente angusti quando si tenti di varcarli.
Vuoi dire con questo che non c’è via d’uscita, fuorché virtuale? E forse non ne cerchiamo nemmeno, perché in fondo convinti, e magari contenti, di vivere la libertà solo come sensazione, come stato d’animo?


L.L: La libertà è soltanto un concetto e soprattutto è relativo, quando raggiungi ciò che ti appare come una condizione di "libertà" ti accorgi di essere privato di altro, o di privare altri della loro libertà. Credo si tratti solo di una percezione mentale, una sensazione, qualcosa di indescrivibile che scompare nel momento stesso in cui appare. Per quanto riguarda la mia visione personale, ritengo che i legami sentimentali o familiari, ma anche l'amicizia, siano un limite alla libertà individuale perché nel rapporto devi assolutamente annullare una parte di te, raggiungere un compromesso con l'altro e questo succede a tutti i livelli. Nel significato più ampio, la libertà è legata anche allo sviluppo culturale della società e mentale di ogni individuo e logicamente tutto quello che ci viene imposto come un bene irrinunciabile è già una limitazione alla nostra libertà; diventiamo, quindi, schiavi di macchine, oggetti, mezzi, sistemi, spesso travestiti in modo accattivante per dare l’illusione di nuove dimensioni. Nelle "cages", infatti, l'interno allude ad uno spazio infinito, ma è solo una trappola, sei e rimani dentro una gabbia, solo più bella. In definitiva, ci possiamo solo convincere di essere liberi, il problema è convincere gli altri.

A.A: Restare nella gabbia anche pochi minuti provoca un senso di soffocamento. Chi sta all’interno appare attonito, incapace di spiegarsi quale perversa intelligenza abbia progettato una struttura del genere: “ci si guarda intorno con l'aria perplessa e inorridita, si toccano con le mani le sbarre di freddo acciaio, si chiudono gli occhi per immaginare quale possa essere la vita, o meglio la non vita, in un posto simile”. E, tuttavia, nelle tue gabbie c’è anche un elemento più ludico, un qualcosa di glamour alle finestre in cui poter specchiare il proprio ego. Anche gli specchi hanno sbarre, e il loro riflesso ipnotico sembra estendersi senza limiti, all’infinito.
Siamo prigionieri di noi stessi? Perché hai voluto sottolineare l’esistenza delle gabbie nella vita?


L.L: La prigione è una esperienza che non ho mai provato realmente, non credo nemmeno si possa immaginare la vita là dentro. Ho parlato con qualcuno e letto qualcosa a proposito. L’esperienza forse più analoga è lo stato del paziente ospedalizzato, e questo stato mi è infelicemente noto, invece. Ci sono degli orari da rispettare per mangiare e per dormire, la tua vita dipende dalla parole di un medico, si soffre per qualcosa. Certo, il confronto è forzato, ma si tratta comunque di luoghi nei quali non si sceglie, ma si è costretti, a vivere. Questa è prigione, non importa se casa, sedia a rotelle, lettino d'ospedale, o cella, non è il luogo in sé che conta, ma la dimensione claustrofobica dello spazio e ciò che comporta viverci dentro. Per me la gabbia rappresenta questo: l'impossibilità della via d'uscita. I box in legno rivestiti di specchi che ho realizzato per Bruxelles sono, sì, aperti da un lato, ma questo lato è presidiato da sbarre di acciaio cromato, lucide come gli specchi. All'interno, le lampadine intermittenti fanno pensare agli allevamenti di bestiame o alle prigioni, illuminati giorno e notte. L'effetto glamour degli specchi, delle cromature e della luce intermittente materializza uno spazio "truccato" in modo impeccabile, ma pur sempre gabbia. Questo lascia pensare anche a quei personaggi famosi che finiscono in galera e ne fanno occasione di pubblicità e di guadagno, vendendo interviste e servizi fotografici a caro prezzo: la libertà – sembrerebbe - inversamente proporzionale alla fama. Più sei importante, meno sei libero. In breve, l’opera suggerisce una gamma aperta, virtualmente inesauribile, di riflessioni e di interpretazioni, come penso sia sempre compito e dovere dell’artista.

A.A: A proposito di gabbie, mi sovviene un evento che ha segnato l’arte contemporanea. Parlo del mitico “Coyote, I like America and America likes me”, il risultato di una lunga azione di Beuys nel 1974 alla galleria Renè Block di New York. L’artista, arrivato a bordo di un’ambulanza per non toccare il suolo americano, trascorre tre giorni in una gabbia con un coyote. A poco a poco, la presenza di Beuys viene riconosciuta e accettata dall’animale e tra i due s’instaura una sorta di comunicazione silente, che cambia di segno tutto il contesto: il tempo si dilata, dando corpo ad una realtà utopica ed il luogo diviene una sorta di spazio sospeso, in cui si sta svolgendo un rituale. In tutt’altro contesto, Ezra Pound venne imprigionato dagli Alleati nel 1945 e ficcato giorno e notte in un’angusta gabbia (1,80 x 1,90!), con sbarre su tutti i lati e quindi esposta alle intemperie. Durante quel periodo di segregazione, nacquero i “Canti Pisani”, il suo capolavoro poetico.
Non sarà che l’uomo dà il meglio di sé quando messo a nudo davanti a se stesso?


L.L: Hai citato due grandi artisti che, sottoposti ad un periodo di prigionia, hanno realizzato grandi opere, con la differenza che Beuys lo ha scelto, Pound no. Per conto mio, ho concepito la serie “Explosion” durante i circa 4 mesi della mia ospedalizzazione. Quando chiudevo gli occhi, vedevo i miei organi scoppiare dentro il mio corpo, sapevo di aver rischiato la vita, perso un rene e compromessa la mia salute. Ho concettualizzato questa esperienza. Si, sono convinta che le opere o le invenzioni più interessanti nascano da una necessità, da un bisogno, e che siano più riuscite se scaturite da un periodo di sofferenza, perché il dolore rivela le tue debolezze, ti lascia solo con esse e ti mostra come sei, senza sovrastrutture, ridimensiona i tuoi bisogni per le reali priorità vitali: a quel punto, devi trovare il modo di uscirne, e l'arte ti può suggerire come; ma ci vuole comunque grandissima forza, forza nel pensiero.

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A.A: Qualsiasi luogo è grande o piccolo in relazione alla propria visione personale. Le luci delle tue gabbie sono intermittenti come volessero buttarci nello sconforto del buio, in uno spazio sconosciuto, per ripresentarci subito dopo l’infinito riflesso del nostro corpo negli specchi. Lo specchio, abbiamo detto, riproduce la realtà esattamente, ma rovesciandola, e genera quindi immagini fittizie. Noi non siamo solo corpo, ciò che vediamo non è solo aria. Sperimentiamo così una profonda sensazione di annullamento, è come rimettere tutti i propri principi in discussione, l’ennesimo azzeramento della visione personale.
Nei tuoi lavori tutto ciò viene sempre affrontato con ironia, con forza, con la volontà di resistenza di chi parla dei grandi temi della vita, ma senza ridurre tutto a vuoto nichilismo. E’ un impegno tanto più arduo in quanto vivi in un ambiente difficile, in un Isola pervasa più che altrove di poteri occulti e prepotenti. Influisce questo nel tuo generale malessere?


L.L: Sono d’accordo, tutto è relativo: luoghi, amori, sofferenze. Non parlerei di malessere, piuttosto di quel "mal de vivre" che ogni tanto si manifesta per combattere contro la mia "joie de vivre", come dire che non esiste gioia se non provi dolore. I temi che affronto fanno parte della mia vita e - penso - della vita di tutti, sono stata vicina alla morte ma amo troppo la vita per farmi vincere dallo sconforto, non posso permettermelo, lo trovo ingiusto nei confronti di chi soffre davvero, quindi detesto la sofferenza per la sofferenza, la descrizione di eventi negativi senza cercare una via d'uscita. Il nichilismo assoluto significherebbe accettare la sconfitta, mentre l'ironia è la mia soluzione. E’ così che reagisco anche alla mia Isola difficile, troppo bella e ricca di tensioni, dalla quale non riesco a mantenere le distanze, nemmeno dalla sua incombente pericolosità, dal vulcano che grava sulla mia testa, dall’energia forte e inconsistente che fa della Sicilia il luogo di tutte le contraddizioni. La amo, quindi, altrettanto contraddittoriamente: poiché è la mia casa, la mia famiglia, il mio sfondo naturale, la terra più bella del mondo, ma la mia prigione.

A.A: Loredana, tu accompagni molte delle tue mostre con la performance, talvolta in collaborazione con altri artisti (Giuliana Lo Porto, 2005/ INVOLVED - nell’ambito della 51 Biennale di Venezia; 2006/DOUBLE1#2 - Arte&Sud, per Arte Contemporanea); e ultimamente sei approdata al mondo del teatro. Molti ricorderanno a lungo l’istallazione “EXPLOSION#17 HAPPY NEW YEAR”, che hai presentato all'Albergo dei Poveri a Napoli nell’ambito del Napoli Teatro Festival Italia.
Di recente, ti sei incontrata anche con il regista Juan Diego Puertas; ce ne vuoi parlare?


L.L: Ritengo che nell’arte non esistano limiti espressivi, la performance è il momento in cui l’artista interpreta il suo pensiero con il corpo, e talvolta richiede la collaborazione di altri artisti o personaggi ( come Giuliana Lo Porto, una grande performer, mia sorella in arte). L’esperienza alla Biennale di Venezia è stata una follia, per due giorni abbiamo girato in tailleur e tacchi alti con il volto completamente avvolto nei capelli; e in “Double” per più di due ore siamo rimaste chiuse all’interno dello stesso abito, stessi movimenti, schiena contro schiena, unite dai capelli. Due azioni molto rigorose in cui il corpo è sottoposto ad una forte tensione. A loro volta, l’esperienza al Napoli Teatro Festival Italia, e al Festival di Dro, appartengono al mio modus operandi, nel senso che i miei lavori sono fondamentalmente scenografici e dinamici, non realizzo mai opere statiche e l’elemento davvero teatrale è il colpo di scena. All’improvviso, accade sempre qualcosa d’inaspettato. Circa un mese fa sono stata contattata dal regista colombiano, Juan Diego Puerta Lopez per realizzare la scenografia di uno spettacolo, un monologo di Bernard-Marie Koltès, “La notte poco prima delle foreste”, un testo intenso, duro, difficile, mai rappresentato in Italia, interpretato da Claudio Santamaria, con musiche di Giuliano Sangorgi dei Negramaro. Realizzerò la scenografia: la descrizione di un crollo mentale, quello dell’interprete del testo, in concomitanza con il crollo materiale di un edificio; la pioggia batterà la scena, alternandosi alla caduta di detriti. Un paesaggio di rovine, un atto di devozione al mio pensiero. Un’altra gabbia da chiudere per fuggirne.