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Da ArtKey 13 - Matteo Sanna - La linea d’ombra
Autore: Valerio Dehò
Data: 23.03.2010

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Il lavoro di Matteo Sanna ha qualcosa dell’alba della vita mescolata con il grigio meriggio della morte. Si avverte una certa fuliggine nel suo lavoro, nel suo guardare a se stesso, alla sua storia, alla sua terra e a tutto quello che gli appartiene come a qualcosa che debba abbandonare da un momento all’altro. C’è un senso di perdita imminente che soggiace nelle sue opere.

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Matteo Sanna, "Sinapsys”, 2009
cm 70 x70x 30 Ed di 3. Resina, Piume, ventola Legno
Courtesy Changing Role


L’adolescente che comprende che le ferite ricevute lo faranno rinascere altro e diverso, o semplicemente più grande, non suonerà più il tamburo di latta. Il suo sforzo consiste nell’attraversare quella linea d’ombra che i piedi non conoscono, quella sottile demarcazione tra una vita e l’altra, tra la morte e la rinascita. Sanna cerca dei punti di riferimento sospesi tra la cultura sarda e il cyberpunk, dal cordone ombelicale alla Nera Signora sa che ci sarà quel combattimento che chiamiamo, chissà perché, esistenza. Sa e teme, ma nello stesso tempo sparge le tracce del suo passaggio, del suo essere passeggero sulla terra sempre in attesa di una rivelazione.

Il suo nomadismo linguistico è affascinante, i neon che richiamano una ecolalica rosa dei venti “Ponte ponente ponte Pi”, le ragazzotte dark che sembrano sputate da una laser print con qualche problema di software, un arco con freccia pronti a scoccare contro lo spettatore “Back to black”, un cordone ombelicale esposto come un gioiello, l’opera “I will become death” con la sua data di nascita.

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Matteo Sanna, "Back to Black" 2009
Bow, arrow, point. Natural dimension, Unique piece
Courtesy Changing Role


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Matteo Sanna, "Sweet misery" 2009
Rice, teeth, cardboard, 50 x 40 x 20 cm. Unique Piece
Courtesy Changing Role

Sanna, da buon sardo, riconosce che il mondo ha delle regole scritte e molte di più sono quelle non scritte. Sa anche che il comportamento di un uomo è tutto, che il suo onore consiste nel chiarire innanzitutto a se stesso che strada prendere. Deglutiti i riti del transito adolescenziale, l’artista aspira alla morte come passaggio provvisorio, come elemento di crescita e di distacco.

A questo ci abitua l’esistenza: alla separazione dalle persone, dagli oggetti e, infine, da noi stessi. Con il suo linguaggio espanso e cleptomane, il giovane artista cerca qualcosa da fare e soprattutto da essere, e lo trova nella realtà dell’arte. Il che è davvero raro. Se ha titolato alcune lastre forate di legno monocromatico “May be Tomorrow I’ll find my way”, vuol dire che ha richiamato l’immaginario artistico di Fontana, che ha un senso di provenienza, non solo antropologico.

Ma per lui è importante uscirne, tutto in lui è preparatorio o costrittivo, dai materiali come il riso o il filo spinato a degli idoli indecifrabili e melting pot come in qualsiasi sottocultura giovanile che si rispetti. In effetti, a guadare i suoi lavori ci si accorge che il vero argomento, il passaggio, è quello della vocazione, di rivelare il sentirsi scelto come una ferita, come una prova esiziale da superare. È questa la sua verità, il mettersi alla prova, la visionarietà che partorisce un’esistenza: la propria.





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