ArsKey Magazine | Articolo


Antonio Manfredi direttore del Casoria International Contemporary Art Museum incontra Artkey.
Data: 13.05.2010

vai alla pagina
Vai all'evento: Robert Davies - Women of venice


La linea antropologica del Casoria International Contemporary Art Museum


A primo acchito può sembrare un po' spartano e alcune opere, magari, un po' ambigue e poco interessanti. Ma a ben vedere il Casoria International Contemporary Art Museum, nato nel seminterrato di un edificio scolastico, ha tutte le caratteristiche di un vero e proprio spazio di ricerca in continua evoluzione, trasformazione, sperimentazione. Sorto nel 2005, dopo non poche difficoltà, grazie al trasporto emotivo e al costante lavoro di uno staff di persone che scansa ogni intoppo o inceppamento della macchina istituzionale economico-politica di appartenenza, il CAM – questo l'acronimo adottato – articola parte della propria collezione (il museo possiede circa 1000 opere provenienti da continenti diversi) in ben 3500 metri quadri di spazio per attivare centri direzionali scattanti e intelligenti manovre riflessive che attraversano i luoghi della sperimentazione internazionale underground. Piacevolmente trasversale, aperto a forme artistiche d'ogni genere e, cosa preziosa, ad attori dell'arte d'ogni estrazione e natura, il CAM propone una linea estetica decisamente viva e vivace, legata ad artisti agostati, affermati e confermati dal sistema dell'arte e, d'altro canto, a creatività poco frequentate o inesplorate e ignorate che si presentano davvero coinvolgenti, taglienti, fortemente suadenti e sorprendenti. (La collezione permanente, difatti, vanta una mastodontica raccolta di opere provenienti da tutta l'Africa e dalla Cina grazie alla sterzata operata dal suo direttore – Antonio Manfredi –, che, con grande passione, porta avanti una programmazione plurivoca: programmazione che, se da una parte volge lo sguardo sulle realtà quotidiane, dall'altra evidenzia il proprio gusto di ricerca verso quelle culture extraeuropee – africane e cinesi in primis – lontane dall'Artworld (Danto) e dalle varie e proverbiali pianificazioni proposte dalla borsa dell'arte e dai signori della finanza.

A.T. Ti andrebbe di partire da quelle che sono, grossomodo, le linee programmatiche del CAM?
A.M. I nostri punti forti sono la sperimentazione, la scoperta e l’opportunità di mostrare a un pubblico sempre più vasto le situazioni dell’arte contemporanea non legate al mercato o solo ai grandi nomi storici. Ci sono nel mondo artisti poco noti che hanno tanto da dire, e portare alla luce queste situazioni è una nostra priorità. Molti degli artisti, giovani e meno giovani, da me selezionati per le varie mostre, hanno poi effettivamente avuto successo nel variegato mondo dell’arte contemporanea. D’altronde non ho mai pensato di realizzare un museo che fosse la fotocopia degli altri musei di arte contemporanea nel mondo. Mi piace ricordare che siamo l’altro lato della medaglia dell’arte contemporanea.

A.T. Quando, come e da quali esigenze nasce il Museo?
A.M. Il CAM nasce nel 2005 con la volontà di divenire polo culturale, laboratorio sperimentale, ma soprattutto punto di riferimento per un’arte contemporanea universale e dal contesto aperto in una periferia che non offre possibilità di relazioni esterne.

1_400_205
CAM, Pinacoteca

2_400_205
CAM, Salone centrale

3_400_166
CAM, Sala Napoli

A.T. Il CAM è un museo relazionale con chiara impostazione antropologica; e sull'antropologico ci torneremo dopo. Nel senso che nasce dalla relazione diretta tra il suo direttore e i vari artisti invitati ad esporre. Artisti che, il più delle volte, donano finanche alcune opere alla collezione del Museo.
A.M
. Il mio rapporto con gli artisti è molto particolare. Non sono solo considerato come curatore o come direttore di un museo, io sono un artista, sono un loro collega e questo mi offre l’opportunità di entrare in circuiti ad altri preclusi. Riesco così a relazionarmi in maniera diretta, ad entrare negli studi, a conoscere le produzioni artistiche e a vagliare le opere più interessanti. Donare le opere al museo CAM per gli artisti significa credere nel mio progetto, nel progetto del museo CAM come centro propulsore e innovativo per l’arte contemporanea.

A.T. Antonio, tu sei direttore del museo ma anche artista. Ecco, ti chiederei di parlare di questa tua doppia attività: quella creativa, appunto, che si sposa, in questo caso, con quella amministrativa.

A.M. Non è facile agire su due campi che però spesso sono paralleli. La mia esperienza artistica mi aiuta nella valutazione e nella scelta delle mostre da realizzare ma anche nella risoluzione di problemi di ordine amministrativo ed economico. La mia formazione è infatti anche manageriale, e grazie a questo, e ad uno staff di giovani professionisti, riesco a sopperire alla mancanza di attenzione delle pubbliche amministrazioni. I maggiori sponsor del CAM sono i miei collezionisti, persone intelligenti che contribuiscono alla realizzazione di un progetto ambizioso e forse folle: un museo di arte contemporanea internazionale in una periferia degradata. Le mie opere, vendute prevalentemente all’estero, e i miei collezionisti, sopperiscono alla mancanza di fondi pubblici.

A.T. Ogni mostra organizzata al CAM nasce da un prefisso sociale – e penso particolarmente a CAMorra del 2008 e alla recente POLITIK. Arte dentro e fuori il sistema – o antropologico, ed è il caso, ad esempio, di INDIA REVEALED del 2007. Questo atteggiamento che ha il museo nei confronti del sociale e dell'antropologico – che è uno dei nuclei del CAM – non è stato soltanto portatore di risultati felici. Nel senso che, e lo sappiamo benissimo, ha creato problemi di varia natura. Ti andrebbe di ricordare alcuni degli spiacevoli accadimenti?

A.M
. In occasione di CAMorra ebbi alcune telefonate da parte di una fantomatica agenzia di vigilanza che si proponeva per la tutela del museo. Sul momento non collegai l’evento alla mostra ma segnali successivi mi hanno fatto cambiare idea. Nel dicembre 2009 abbiamo inaugurato AfriCAM, una mostra difficile per il reperimento delle opere. Un anno di viaggi che ho fatto nel continente nero hanno portato al CAM una collezione di quasi 100 opere africane. Ma l’argomento non è stato apprezzato da tutti: un bambolotto nero crocifisso al cancello del museo, a pochi giorni dall’inaugurazione, è stato lo spiacevole ritrovamento che ci ha sorpreso e sconcertato. Noi indaghiamo situazioni artistiche, ma sicuramente il contesto sociale ci offre spunti per un pensiero concreto.

4_400_104
CAM, Sala interna

5_400_69
CAM, Sala installazioni

6_400_35
CAM, Sala fotografie

A.T. Nella collezione permanente c'è una sfilata di opere provenienti dall'Africa. AfriCAM, tra l'altro, è il titolo di una grande mostra che il museo ha dedicato, tra la fine del 2009 e l'inizio del 2010, alla creatività africana. Da quale urgenza nasce questa scelta particolare?
A.M
. Indagare sui linguaggi e sui contesti territoriali è la nostra filosofia. Mi sono reso conto che l’arte africana arriva in Europa attraverso dei canali che spesso ne condizionano la genuinità. La mia operazione è stata quella di interagire direttamente con gli artisti, andare in Africa (dall’Egitto al Sud Africa, dal Sudan al Ghana, dal Kenya al Togo e così via) e scegliere in loco la produzione artistica che meglio rispecchiava la realtà. Nessuna galleria o collezionista è intervenuto per fare da filtro, insomma dal produttore al consumatore, dagli studi degli artisti alle sale del CAM. La mostra è stata molto apprezzata sia dagli addetti del settore che dal pubblico non esperto. 

A.T. Oltre allo spazio museale c'è anche un Parco delle Sculture

A.M
. Le sculture del parco sono state realizzate in occasione di un Simposio internazionale svoltosi nel 2004. Artisti provenienti da tutto il mondo lavorarono fianco a fianco supportati dai ragazzi dell’Accademia di Belle Arti di Napoli e dai licei artistici e scuole d’arte del territorio, selezionati per l’occasione. Purtroppo devo denunciare il degrado in cui il Parco delle sculture versa in questo particolare momento, dovuto alla mancanza assoluta di controllo da parte degli organi comunali preposti.

A.T. Tra le opere esposte al CAM ci sono anche alcuni lavori legati al mondo della moda.
A.M. Le opere esposte sono lontane dall’espressione tipica della moda o dell’eleganza sartoriale, sono installazioni realizzate nel 2006 per MFD, Museum Fashion Day, da stilisti internazionali. L’evento nasceva dalla considerazione della moda come prodotto estetico, il risultato di un’osservazione o un’espressione della creatività umana. Come scultori, gli stilisti hanno dato forma alle proprie sensazioni, scavando e cesellando la stoffa, ottenendo delle opere d’arte uniche.

A.T. Nella collezione del CAM ci sono artisti affermati ma anche artisti poco conosciuti o finanche sconosciuti. Una selezione che potrebbe recare sospetti se non fosse che è proprio quello che vuoi evidenziare.

A.M
. La mia selezione non segue le tendenze del mercato o dei grandi contenitori d’arte. Non sono importanti i grandi nomi, che sono comunque presenti al CAM, ma l’accostamento di artisti che hanno bagagli culturali diversi, che si incontrano al CAM in un territorio neutro, avulso da censure o da limiti di pensiero. Se si osservano gli spazi del CAM non si può fare a meno di pensare ad una sola grande installazione di 3000 mtq, dove le opere dialogano tra di loro a prescindere dal loro valore di mercato. La qualità e la ricerca sono le sole referenze per il CAM.

A.T. Tra le varie attività del Museo, la didattica gioca un ruolo davvero fondamentale. Il CAM nasce a Casoria, in un territorio davvero difficile. Tuttavia proprio attraverso la didattica create un rapporto dialogico con le istituzioni scolastiche per portare avanti un programma educativo, etico ed estetico.

A.M. Spesso l’approccio dei bambini nei confronti dell’arte contemporanea è più libero rispetto quello degli adulti. Non sono ancora condizionati dalle immagini di una tradizione figurativa e riescono a leggere i messaggi di un linguaggio diverso. Forse sono gli artisti che parlano la stessa lingua dei bambini: la pittura dell’action painting è l’espressione di un sentimento inconscio come per un bambino uno scarabocchio può essere la rappresentazione di un episodio vissuto, quindi avvicinarci e interagire con i più piccoli è per noi importante e stimolante. L’approccio pedagogico è essenziale in una città dove si è abituati alle brutture e la cultura può essere la sola speranza per un riscatto sociale.

A.T. CAM/MOVIE. Video art platform, alla sua prima edizione, è un contenitore multimediale con periodicità annuale. Sintetizzeresti il programma delle varie sezioni che animano l'evento?

A.M. CAMMOVIE è il nome dell’annuale evento/contenitore che ospita quattro sezioni: GLANCES, sguardi sulle produzioni artistiche video e analisi delle situazioni sociali territoriali affrontate anche con il supporto della rete (quest’anno dedicato all’Iran), CENSURED, analisi della censura italiana e internazionale, dai format tv ai film, MAGMART, festival internazionale di video arte alla sua quinta edizione, VIDEO LOOP, selezione dai festival internazionali di video arte con i quali collaboriamo da diversi anni

A.T. Un'ultima domanda. Parli del CAM come di un museo in progress. Cosa vuole esprimere questo portamento estetico?

A.M
. Il CAM è in evoluzione continua: si studia come migliorare e come rimanere sempre al passo con le ricerche artistiche. Proprio questa sua capacità di trasformarsi porta a contattare situazioni, spesso solo tangenti l’arte, ma sempre nuove e interessanti.

7_400_20
CAM, veduta esterna
 





© ArsValue srl - P.I. 01252700057