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MUSIKEY MAGGIO 2010
Autore: Mdi Ensemble
Data: 24.06.2010

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Questo mese...

Più che ad un argomento di musica strettamente contemporanea, dedichiamo questo numero ad una tematica hard che riguarda l'intero mondo musicale italiano: stiamo parlando del polverone, tutto contemporaneo, sollevato dal decreto Bondi.

images_02Tema del mese. Decreto Bondi. È riforma per le Fondazioni lirico-  sinfoniche italiane
Il libro. La regressione dell'ascolto. Forma e materia sonora nell'estetica   musicale contemporanea
Focus on. Lirica in rivolta
In evidenza. Riforma della lirica. Le reazioni
Concerti. È sciopero




Tema del mese. Decreto Bondi. È riforma per le Fondazioni lirico-sinfoniche italiane
La versione definitiva del decreto legge con il quale il governo intende riformare il sistema degli attuali 14 enti lirici ha tenuto conto dei rilievi effettuati dal Capo dello Stato, Giorgio Napolitano, prima di apporre la propria firma al provvedimento, entrato in vigore subito dopo la pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale e che dovrà essere convertito in legge entro 60 giorni, pena decadenza. Solo dopo la conversione in legge saranno approvati uno o più Regolamenti che provvederanno alla "revisione dell'attuale assetto ordina mentale e organizzativo delle fondazioni lirico-sinfoniche".


Il ministro della Cultura, Sandro Bondi, ha incontrato giovedì 6 maggio i sindacati, in ossequio a una specifica richiesta avanzata dal Presidente della Repubblica. I lavoratori della lirica, prima ancora di scendere nel dettaglio del provvedimento, ne hanno contestato la natura. Normare per decreto, è la loro tesi, quando da anni viene sollecitata un'organica riforma del settore, non è la strada giusta per giungere a risultati equilibrati e duraturi. Va però aggiunto che, a parte qualche lodevole eccezione, quasi tutti gli enti lirici soffrono di un indebitamento crescente, acuito dai tagli operati dal governo al Fondo unico per lo spettacolo, una buona parte del quale viene tradizionalmente assorbito proprio dalla lirica. Sullo sfondo si staglia il sostanziale fallimento della legge di riforma del 1996 (patrocinata dall'allora ministro della Cultura, Walter Veltroni), che avrebbe dovuto facilitare la partecipazione dei privati nel finanziamento e nella gestione degli enti lirici.


Anche dopo le correzioni apportate al testo del decreto, i sindacati della lirica hanno mantenuto la propria sostanziale contrarietà al provvedimento, a partire dalla denuncia del blocco del turnover e dei concorsi fino a tutto il 2012 (con l'eccezione di professionalità di "altissimo livello", necessarie per la copertura di ruoli di "primaria importanza indispensabili per l'attività produttiva"). Dopo il 2012 ogni assunzione a tempo indeterminato dovrà comunque essere autorizzata dal Ministero, che fisserà anche il numero massimo di contratti a tempo determinato ascrivibili alla gestione annuale dell'ente.


Un altro tasto sensibile è rappresentato dalla riduzione del 50% del contratto integrativo, nel caso in cui non si giunga entro un anno alla firma del nuovo contratto nazionale, che di fatto manca dal 2003. Una misura che molti lavoratori ritengono vessatoria perché l'integrativo rappresenta una quota non indifferente dei loro stipendi. Infine, viene modificato l'iter di approvazione del contratto nazionale, prevedendo l'intervento dell'Aran (l'agenzia dello Stato che lo rappresenta nei rinnovi contrattuali del settore pubblico) in una trattativa che fino ad ora vedeva coinvolte unicamente le diverse sigle sindacali da un lato e l'Anfols (rappresentante le Fondazioni liriche) dall'altro.


La vera  questione del decreto è però quella legata all'autonomia delle fondazioni liriche. Nella prima versione del decreto Bondi, venivano infatti espressamente indicati la Scala e l'Accademia di Santa Cecilia come unici enti di livello "nazionale". Nella versione conclusiva, controfirmata da Napolitano, questo esplicito riferimento viene a cadere, ma rimane il sostanziale legame con i principi di "efficienza, economicità, corretta gestione e imprenditorialità" che costituiscono le precondizioni per avere accesso a un nuovo sistema di elargizione dei fondi pubblici.


Al momento, tuttavia, solo la Scala può vantare allo stesso tempo un sostanziale pareggio dei conti e la massiccia presenza di soggetti privati in funzione di co-finanziatori. È questo il modello al quale, in teoria, tutte le Fondazioni liriche dovranno tendere in futuro per acquisire la tanto agognata autonomia economica e finanziaria. Una prospettiva oggettivamente ardua per motivi che tutti ben conoscono: costi di allestimento, cast, scarso numero di repliche programmabili e soprattutto al diverso appeal nazionale e internazionale di cui godono i teatri d'opera nei riguardi del mondo imprenditoriale privato.
Da considerare a tal proposito che il settore culturale in Italia, da sempre sostenuto unicamente dallo Stato, si è ritrovato a dover affrontare problematiche di fundraising e gestione dei costi in ottica di economicità ed efficienza, dapprima con i tagli al FUS, ora con il decreto riformatore.

Ma qualcuno vuol considerare anche il sistema fiscale del nostro Paese?

Se alla base di tutto non esistono adeguate agevolazioni, incentivi, provvedimenti in generale che stimolino la donazione o che dir si voglia, l'investimento in cultura da parte delle imprese, per quale motivo dovremmo aspettarci delle sponsorizzazioni?
Scopriamo ora che il mondo è fatto di benefattori?
A che serve formare nuove figure professionali specializzate in queste nuove attività di ricerca fondi e management culturale, se poi mancano di fatto i presupposti affiché tali professionalità esistano?


E poi il macigno finale: l'Italia, il Bel Paese, ricco d'arte e di tesori, luogo di massima concentrazione di testimonianze artistiche del mondo, destina alla cultura non più dello 0,30% del suo PIL (meno di un terzo di un punto percentuale!). Un'eredità artistica eccessiva vien da dire, di cui forse non ci siamo ancora dimostrati degni.

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Il libro. Titolo La regressione dell'ascolto. Forma e materia sonora nell'estetica musicale contemporanea

Curatore Vizzardelli S., 2002, 206 p., Editore Quodlibet (collana Estetica e critica)
Siamo ancora capaci di ascoltare? C’è spazio per un ascolto musicale autentico in un’epoca in cui le occasioni di ascolto si moltiplicano e acquisiscono un carattere spesso disorientante di varietà, in cui è venuta ad attenuarsi, in alcuni casi almeno, la distinzione tra musica colta e musica popolare? L’esperienza comune di ascolto può suggerire nuove riflessioni sul ruolo della musica nella società contemporanea?
La nota tesi adorniana della “regressione dell’ascolto” ci porta a riflettere su un tema quanto mai urgente, quello del rapporto tra percezione sensibile e grammatica strutturale, tra forma percepita e forma costruita, tra profondità inudibile e superficie sonora.
Autorevoli interpreti della moderna esperienza musicale nonché studiosi di estetica si pronunciano qui direttamente sulla questione dell’ascolto con particolare attenzione sia al versante teorico che a quello storico.

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Focus on. Lirica in rivolta
Non si placa la protesta dei lavoratori della lirica dopo la firma apposta - venerdì 30 aprile - dal Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano sul decreto di riforma del settore messo a punto dal ministro della Cultura, Sandro Bondi.
I dipendenti della Scala, che hanno bloccato la "prima" dell'Oro del Reno di giovedì 13 maggio, hanno inscenato una manifestazione a sorpresa prima della prevista riunione del Consiglio di amministrazione della Fondazione omonima, preannunciando ulteriori interventi nei prossimi giorni.


Fra le richieste poste come condizione dal Capo dello Stato per apporre la propria firma sul contestato decreto - appena entrato in vigore dopo la pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale era che il ministro si incontrasse con le rappresentanze sindacali, cosa che è avvenuta il 6 maggio.


Le maestranze dell'Accademia nazionale di Santa Cecilia hanno deciso il blocco a oltranza delle attività, anche se gli orchestrali hanno previsto concerti gratuiti all'Auditorium di Roma per informare la cittadinanza sulle ragioni della protesta. Ad essere già "saltate" sono le "prime" del balletto Don Chisciotte - sempre all'Opera di Roma - e della prima replica della Donna senza ombra in programma al Maggio Musicale di Firenze, diretta da Zubin Metha. Stesso destino ha seguito l'esordio del Barbiere di Siviglia a Torino. A Genova è saltato il concerto di Jordi Bernàcer su musiche del ‘900, mentre non è andata in scena la Carmen di Bizet diretta da Michele Mariotti al Comunale di Bologna.
Lunedì 17 maggio è stata la volta di una manifestazione nazionale di tutte e 14 le fondazioni liriche interessate dal decreto, che si sono ritrovate a Bari. I dipendenti dello storico teatro, che da poco ha riaperto al pubblico, hanno minacciato di occuparne gli spazi.

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In evidenza. Riforma della lirica. Le reazioni

La promulgazione del Decreto Legge sul riordino delle fondazioni lirico-sinfoniche è stato accolto con diversi accenti dagli addetti ai lavori. Stupisce, per certi versi, il giudizio accomodante espresso a nome dell'Anfols (l'associazione che riunisce i 14 enti lirici nazionali) dal suo presidente, Marco Tutino, che ha dichiarato: "Non vedo norme così traumatiche, il blocco delle assunzioni c'era già, non esaspererei la situazione con scioperi che danneggiano economicamente ancora di più i teatri". Diverso è l'atteggiamento di Walter Vergnano, sovrintendente al Regio di Torino, che parla del blocco delle assunzioni come di un "grave danno per il teatro e una profonda ingiustizia verso quei lavoratori che da anni hanno contribuito a garantirne la crescita".
A Firenze il sindaco Matteo Renzi e il sovrintendente del Comunale Francesco Giambrone esprimono all'unisono soddisfazione per lo scampato pericolo di un "declassamento" del Maggio Musicale grazie all'intervento di Napolitano, mentre il primo cittadino di Napoli, Rosa Russo Iervolino annuncia di non volersi rendere responsabile di alcun taglio al personale o al corpo di ballo. "Ho provato sulla mia pelle che se chiedo aiuto come sindaco di una città povera, gli aiuti non vengono", ha dichiarato.
Più aperto al dialogo è apparso Catello De Martino, sovrintendente dell'Opera di Roma, per il quale "il decreto è un fallimento tra le parti. Bisogna fare autocritica, ma anche il sindacato deve essere collaborativo".


Si è scagliato invece contro gli scioperi proclamati a caldo subito dopo la firma del decreto da parte del Capo dello Stato, definendoli "irresponsabili" il ministro della Cultura, Sandro Bondi, che ritiene il provvedimento "il primo passo di un confronto che si svolgerà in Parlamento e con le parti sociali e i sovrintendenti per un rilancio su criteri efficienti". Gli ha risposto a stretto giro Silvano Conti, segretario della Slc Cgil: "È un decreto distruttivo e non ha nulla di riformatore."

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Concerti. È sciopero

Questa volta non elenchiamo alcun appuntamento specifico.
Diciamo solo che in tutti i teatri d'Italia la rivolta al decreto Bondi si concretizza con l'assenza di concerti.
O meglio: i professori d'orchestra sono in pieno sciopero e si rifiutano di andare in scena. Saltano le prime di varie opere da Milano a Firenze, da Genova a Bologna a Roma.
Le sale dei teatri sono occupate e presidiate tutto il giorno da maestri che studiano e si esercitano disturbando propriamente l'attività di una direzione che non riconoscono più, che li ha traditi.
Piuttosto si organizzano in gruppi cameristici e manifestano il loro disappunto con concerti in piazza, su palcoscenici di ogni genere, senza badare alla location o alle condizioni metereologiche.
È sfida aperta. È in gioco il futuro della musica italiana: non si può stare con le mani in mano.
Bisogna reagire. E i professori lo fanno, con la loro musica, voce che grida implorante di non essere soffocata.

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