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MUSIKEY GIUGNO 2010
Autore: Mdi Ensemble
Data: 13.07.2010

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Questo mese…





per_musik_giuTema del mese. La musica sacra contemporanea di Krzysztof Penderecki
In evidenza. Pillole concettuali: il postmodernismo e il serialismo
Focus on. Il Pontificio Istituto di Musica Sacra
Libro. Questioni di metafisica contemporanea




Tema del mese. La musica sacra contemporanea di Krzysztof Penderecki

Krzysztof Penderecki (Dębica, 23 novembre 1933) è un compositore polacco. La sua opera si colloca nell'ambito del postserialismo.
La sua sperimentazione sonora destava e desta tuttora scalpore. Viene considerato il musicista di riferimento dell'avanguardia polacca e fra le varie etichette gli è stata assegnata anche quella di "classico postmoderno".

Penderecki è uno dei pochi compositori di musica contemporanea il cui nome sia giunto con successo anche presso il grande pubblico grazie all'utilizzo di alcune sue composizioni in due celebri films: The Exorcist, di William Friedkin, e in The Shining di Stanley Kubrick.
In quest'ultimo, il brano De Natura Sonoris nr. 2 - una delle composizioni di Penderecki usate da Kubrick per la nota pellicola del 1980, insieme a Jutrznia (o Utrenja), The Awakening of Jacob e Polymorphia - contribuisce notevolmente ad aumentare il clima di tensione e di suspense nel film, grazie ai suoi caratteri striduli e interrotti.

Nel 1961 ha composto un'opera in onore delle vittime di Hiroshima, Threnodia per le Vittime di Hiroshima: in questo brano scritto per 52 archi, Penderecki utilizza il cluster e il glissato e il tempo non si misura in battute ma in secondi. Anche questa composizione è stata resa celebre per l'utilizzo cinematografico a commento di una sequenza del film I figli degli uomini di Alfonso Cuaròn.

Penderecki non è noto solo per la sua produzione ad uso cinematografico ma anche e soprattutto per i lavori legati alla sua profonda fede cattolica.
E’ noto come compositore di musica sacra contemporanea: la maggior parte delle sue otto sinfonie nasce dal suo sentimento religioso. Di grande rilievo soprattutto la settima, intitolata Sette porte di Gerusalemme, per orchestra, soli e coro. Era assai legato anche personalmente, a Giovanni Paolo II, e gli ha dedicato alcune composizioni. Di significativa portata infine la monumentale Passione di San Luca, composta nel 1966 per orchestra, soli, coro e coro di voci bianche, ispirata al modello delle Passioni di Bach.

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In evidenza. Pillole concettuali: Il Postmodernismo e Il Serialismo

Postmodernismo

"La teoria del rifiutare le teorie." Ecco come Tony Cliff definisce il Postmodernismo.

Letteralmente esso contiene il senso di una posteriorità nei confronti del moderno, ma non cronologicamente parlando: indica piuttosto un diverso modo di rapportarsi al moderno, che non è né di opposizione (antimoderno) né di superamento (ultramoderno).
Viene applicato ad un vasto insieme di sviluppi nella teoria critica, in filosofia, design, architettura, arte, musica, letteratura, religione, psicologia, sociologia e cultura.

L'uso del termine "postmodernismo" è molto controverso. Nell’accezione più usata assume significati quali complessità, labirinticità, prospettivismo, eclettismo, relativismo, sincretismo, decostruzionismo o decostruttivismo, nichilismo, anti-Illuminismo o antimodernismo.

Per fare un’ultima citazione:  
"La narrativa postmodernista si caratterizza per il disordine temporale, il disprezzo della narrazione lineare, la commistione delle forme e la sperimentazione nel linguaggio."- Barry Lewis, Kazuo Ishiguro

Serialismo

Per serialismo, detto anche serialità o musica seriale si intende una tecnica compositiva che preordina in successioni stabilite, dette serie, uno o più parametri musicali (altezza, durata, intensità, timbro).
Il serialismo ha le sue radici nella crisi del sistema tonale all'inizio del XX secolo e trova la sua prima compiuta espressione nella dodecafonia di Arnold Schoenberg. Secondo il metodo di Schoenberg, il brano è costruito su una successione preordinata della scala cromatica (serie): ognuno dei 12 suoni deve comparire una volta e una sola, per evitare che un suono ripetuto possa assumere una posizione predominante. La serie può essere divisa in gruppi (ad esempio 3 gruppi di 4 note) e le "mini-serie" così ottenute possono essere impiegate alla stregua dei temi della forma-sonata, oppure nella formazione del tessuto polifonico.
Il metodo dodecafonico proposto da Schoenberg viene applicato in differenti maniere da vari compositori. Tuttavia è evidente che sia Schoenberg che il suo allievo Alban Berg non rompono completamente i ponti con la tradizione. Solo Anton Webern comincia ad utilizzare senza compromessi ed in completo isolamento la serialità dodecafonica. Questo compositore diventa un modello e un punto di riferimento nei corsi estivi di Darmstadt frequentati da Nono, Stockhausen, Berio, Ligeti e altri importanti compositori, musicologi ed interpreti.
Con Olivier Messiaen si ha il primo tentativo di applicare la serie, oltre che alle note della scala cromatica, alle altezze, alla dinamica e ad altri parametri musicali.
Successivamente con l'articolo Schonberg è morto di Pierre Boulez prende avvio il serialismo integrale.

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Focus on. Il Pontificio Istituto di Musica Sacra

Il Pontificio Istituto di Musica Sacra, in latino Pontificium Institutum Musicae Sacrae, è un organo della Curia Romana ed un'istituzione accademica e scientifica sita a Roma e collegata con la Santa Sede.
Si occupa dell'insegnamento delle discipline liturgico-musicali (da un punto di vista pratico, teorico e storico) e promuove e diffonde la conoscenza e il patrimonio tradizionale della musica sacra.

Concerti. Meteorite in Giardino

L’8 luglio si svolge il terzo appuntamento di Meteorite in Giardino che ha in programma l’intervento di Jean-Luc Darbellay, un’installazione di Thorsten Kirchhoff e un concerto dei giovani musicisti Olivier Darbellay e Noelle Darbellay.

Meteorite in Giardino è un rassegna di cinque appuntamenti che uniscono arte visiva con musica, danza, scienze matematiche e astrofisica a cura di Maria Centonze e organizzata dalla Fondazione Merz.

Ogni appuntamento prevede un concerto di musica classica contemporanea, un’installazione di arte visiva e una breve introduzione sull’argomento tematico nel quale le diverse discipline cercheranno di rappresentare i punti d’unione.
Le conferenze introduttive sono tenute da esponenti del mondo della scienza mentre i protagonisti della musica, delle arti visive e della danza sono stati selezionati tra i più interessanti della contemporaneità.

Il 22 Giugno si è avuta la presentazione del programma generale a cura di Piero Bianucci, l’installazione di Robin Rhode e lo spazio musicale di Riccardo Balbinutti, percussioni (Iannis Xenakis: Rebonds)

Il 28 Giugno lo spazio scientifico è stato curato da Guido Magnano, l’installazione di Rob Pruitt (immagine nella gallery), lo spazio musicale di Umberto Clerici, Violoncello (J. S. Bach: Suite n. 2 Prélude, Allemande Suite n. 5, Prélude Gigue | Sofia Gubaidulina: 2 Preludi per violoncello | Paul Hindemith: Sonata per violoncello solo).

Questo terzo appuntamento, dal titolo Einstein e Klee, presenta:

spazio scientifico a cura di Jean-Luc Darbellay
installazione di Thorsten Kirchhoff
spazio musicale: Olivier Darbellay, corno | Noelle Darbellay, violino (Olivier Messiaen: Appel Interstellaire per corno | Iannis Xenakis: Mikka e Mikka S per violino | Jean-Luc Darbellay, Ori per violino e corno)


Siti
http://www.mdiensemble.com/
http://www.contemponet.com/


Discografia

La Passione secondo San Luca

Krzysztof Penderecki

Concerto per violino n.2 / Sonata n.2
Krzysztof Penderecki, Bela Bartok, London Symphony Orchestra,
Direttore Krzysztof Penderecki  
Interpreti Anne-Sophie Mutter (violino)

Quartetti per archi
Krzysztof Penderecki, Witold Lutoslawski, Toshiro Mayuzumi,John Cage  
Interpreti LaSalle Quartet  

Concerti per violoncello
Krzysztof Penderecki, Arto Noras (violoncello)

Concerto per violino
Krzysztof Penderecki, Christiane Edinger (violino)

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Libro. Questioni di metafisica contemporanea

Curatore Chiodo S.; Valore P.,  2007, 193 p., Editore Il Castoro  (collana Discorso figura)

Il titolo di questo volume, Questioni di metafisica contemporanea, allude a quelle strade di ricerca che continuano a caratterizzare la filosofia contemporanea e che, nel tentativo di interrogare la relazione tra l’esperienza e il giudizio, si concentrano sulle condizioni a fondazione delle loro possibilità. Le vie sono, naturalmente, varie. L’esperienza estetica è il punto di partenza delle riflessioni di Tonino Griffero e di Giovanni Matteucci: l’uno indaga la discrasia tra esperienza e giudizio in ambito sia estetico sia di common sense, riflettendo, in particolare, sul superamento di un’estetica degli oggetti in favore di un’estetica degli spazi e/o delle atmosfere; l’altro interroga le anomalie dei giudizi relativi all’esteticità attraverso l’analisi dei capisaldi canonici della teoria del giudizio estetico che si è consolidata a partire da Kant. L’orizzonte fenomenologico è quello percorso, specialmente, da Paolo Spinicci, che si domanda se sia possibile intendere il carattere logico-linguistico delle credenze senza ancorarlo all’originaria certezza che accompagna la percezione. Paolo Parrini, Paolo Valore e Simona Chiodo riflettono su alcune tra le questioni che le tradizioni dell’empirismo logico e della filosofia analitica, in particolare, introducono. Paolo Parrini analizza le posizioni di Carnap e di Quine sulla distinzione tra enunciati analitici ed enunciati sintetici e sulla natura delle questioni ontologiche, concentrandosi sulle conseguenze delle due tesi in relazione sia alla questione realismo/pragmatismo sia al modo di concepire le questioni ontologiche. Paolo Valore riflette sull’ontologia degli oggetti materiali e, specialmente, sul caso dell’ostensione e sul ruolo delle strutture categoriali nella costituzione del piano di oggettualità. Simona Chiodo analizza la relazione tra le nozioni di realtà e di apparenza fenomenica, da un lato, e di verità, dall’altro, a partire da un esperimento mentale celebre nella tradizione analitica.Questo libro riproduce allora, con poche variazioni, i contributi presentati in quell’occasione, introdotti da un saggio teorico di Elio Franzini sulla metafisica. In appendice, presentiamo alcune riflessioni di studiosi più giovani presenti al convengo, suscitate dagli interventi e dal dibattito di quelle giornate e che testimoniano a nostro parere la fecondità dello scambio, al quale ha preso parte anche il pubblico, composto per lo più da dottorandi in discipline filosofiche. Speriamo che la lettura di questi
saggi comunichi anche al lettore l’atmosfera di libera ricerca e la voglia di confrontarsi che abbiamo vissuto.
Simona Chiodo e Paolo Valore

Tentare una storia della metafisica significa, anche là dove si intende decostruirla, elaborare una storia della filosofia stessa. Questa ovvietà ha tuttavia una conseguenza immediata: prima ancora di ogni banale tentativo definitorio, la nozione di metafisica è dinamica, muta cioè con le funzioni che la filosofia stessa assume nei sistemi di sapere e nei suoi rapporti con la vita delle scienze e dei loro metodi. Parlare dunque di metafisica
“oggi” non sottolinea solo la storicità del concetto, ma segnala anche, e soprattutto, il suo senso di metastorica funzione che attraversa le epoche, incarnando il valore metodologico, e propriamente epistemologico, della filosofia stessa. L’“oggi” di cui dunque si discute è quello che si affaccia alle soglie della nostra modernità, quando cioè, nell’epoca dei Lumi, alla metafisica come “sistema” subentra la metafisica in quanto “funzione”. Ciò non significa affatto una “fine” né della metafisica né della filosofia sistematica, bensì un arricchimento dei significati stessi del termine. Nicolai Hartmann ha sostenuto che con metafisica si possono intendere cose diverse: «autentica sfera che contenga oggetti trascendenti», «campo di battaglia dei sistemi speculativi, degli edifici dottrinari e delle visioni del mondo», «metafisica dei problemi e del continuo lavoro per dominarli»1. Se nel primo caso ha finito di recitare la sua parte filosofica, se nel secondo manifesta quelle aporie in cui, per esempio, si trovano invischiati i sistemi dell’idealismo tedesco, nel terzo manifesta «un lento progredire dell’indagine». Qui si rivelano come metafisici «tutti quei problemi che si sottraggono a una diretta soluzione», attraverso i quali si comprende che le questioni filosofiche, in virtù dell’intreccio in cui si trovano, «hanno tutte le loro radici in questioni fondamentali che sono strettamente metafisiche».

Metafisica è quindi scoperta di un territorio problematico che non può essere risolto senza residui: problemi che sono imposti “dalle cose stesse” e di fronte ai quali la conoscenza «trascende se stessa», dal momento che riconosce che tali problemi le vengono imposti (è quel che Husserl chiama “sintesi passiva”) e che, di conseguenza, non potendo né rifiutarli né risolverli, deve «rimanere in permanenza con loro».
Un pensiero metafisico prende così avvio non da problemi generali, ma cogliendo il nucleo della fondazione di un senso, o di una dimensione veritativa, a partire da un’evidenza empirica, da una “presenza” spazio-temporale, che apre la questione del “riferimento”: dal che si deduce che la realtà esperienziale è occasione per cogliere i modi attraverso i quali l’oggetto intuito diviene “pensato”, introducendo le questioni della “rappresentazione” e del rapporto tra “categoriale” e “precategoriale”, ribadendo che il senso dell’esperienza non è solo all’interno di un contesto riflessivo e intellettuale. La discussione sul senso della metafisica oggi ha così un valore conoscitivo che conduce in prima istanza sui rapporti “fondanti” tra rappresentazione, sensibile e soprasensibile, ovvero per analizzare i legami veritativi che si instaurano tra a priori e a posteriori: si tratta di un orizzonte in cui è in gioco il senso stesso della giustificazione epistemica che il soggetto intende dare del mondo e del suo valore di conoscenza. Da ciò si deduce anche, contrariamente a quel che riteneva Hartmann, che la varietà dei sensi che appartiene oggi alla metafisica rinnova con altrettanta radicalità, sottolineando la plurisemanticità invadente del termine, anche il concetto di ontologia. Senza dubbio l’ontologia è il piano dell’orizzonte di esperienza sui cui si esercita la funzione critica della metafisica: ma questa esperienza si presenta in “fenomeni”, cioè nel contesto di un’unificazione “simbolica” tra il senso delle cose stesse e lo sguardo chiarificante che le tematizza. Ontologia, allora, è qui l’esplicitarsi descrittivo, sui vari strati e piani dell’esperienza, di un senso di presenza che articola in parti il suo intero e che può offrirsi solo nel quadro di una “fenomenologia”, cioè nell’evidenziare i nessi associativi che, a partire dal dato, possono essere rilevati, considerando il “fenomeno” un’occasione per sviluppare, nelle sue differenze, stratificate forme di giudizio, che ne mettono in luce gli orizzonti di possibilità. A questo scopo non ha senso neppure distinguere con rigore fisicalistico quel che è “conoscenza” e ciò che non lo è, dal momento che il cognitivo non possiede un lato soltanto e una delle avvertenze metodologiche più utili di una riflessione metafisica, e sul suo valore simbolico, è sottolineare tale aspetto. La filosofia svolge senza dubbio una funzione di “chiarificazione concettuale”: ma dove ci si trova di fronte, come accade nella genesi del simbolico, all’ambiguità, alla differenza, all’eccedenza nel rapporto tra esperienza e giudizio, non deve neppure confondere le proprie analitiche distinzioni con la varietà stratificata del reale. Percepire, predicare, rilevare dati sensoriali, come anche presenza o rappresentazione, sono senza dubbio processi diversi, che si articolano cioè in differenti relazioni strutturali: ma compongono una sola “realtà”, che ha con i processi del “conoscere” diversi rapporti, che non necessariamente si traducono in rigide gabbie concettuali o definitorie. L’argomento cartesiano in virtù del quale non solo ci sono due sostanze (che è la parte storicamente caduca), ma anche che non vi sono legami fenomenologici tra atteggiamenti scientifico-cognitivi ed estetico-soggettivi crea coppie concettuali antitetiche che un esame fenomenologico del simbolo, e del suo valore di rinnovata metafisica, intende smentire, sottolineando al contrario il senso cognitivo che oggetti stratificati e complessi sottoposti alla nostra esperienza possono generare. Un senso che nella sua “realtà”, che è insieme logica ed estetica, ha in sé vari strati di “relatività”, se non altro in virtù della sua appartenenza al tempo, alla storia, ai suoi linguaggi e alle sue modalità espressive. Un atteggiamento di tal genere insegna che non vi è alcuna dicotomia, nascosta o manifesta, tra certezze e credenze percettive. L’atteggiamento, derivato da Wittgenstein, che tende invece a ribadirlo – con ciò separando ciò che è scienza e ciò che non lo è, ciò che è mondo della vita e ciò che è mondo del sapere, forme di vita o forme gnoseologiche, riservando il pensiero filosofico al primo orizzonte, quale ostensione esemplificativa dei giochi linguistici in cui si articola – pur non essendo scetticismo, è un modo per disgiungere le varie funzioni del filosofico, negando a esso ogni valenza “metafisica”, cioè un’attenzione programmatica nei confronti del carattere stratificato della verità, del senso che intende esplicitare. Un simbolo è tale proprio perché è, al tempo stesso e nella stessa porzione di spazio, una “immagine del mondo” e un “oggetto teorico”: dipende, quindi, da quale atteggiamento si pone in primo piano, lasciando l’altro o gli altri sullo sfondo. Questa posizione non è “conciliativa”: al contrario, ritiene non filosofiche, o consapevole rinuncia a un obiettivo teleologico della filosofia, posizioni che intendono dismettere il pensiero dal suo compito di “trovare ragioni”, finalizzando a ciò le proprie “sensate descrizioni”. Il mondo della vita ha le sue “costanti”, certo molto più comprensibili nella diacronia delle “certezze” scientifiche: ma il simbolo – e al di là delle sue rigidità ciò è stato ben compreso da Cassirer, e su un piano più stringente (ma meno specifico) da Husserl – è ciò che “mette in gioco”, sempre di nuovo, questa “costanza”, inducendo a guardare sia il mondo della vita sia l’orizzonte epistemico. Se si afferma che è metafisica l’esigenza di “rendere ragione”, esigenza che è in effetti il caposaldo del pensiero di Leibniz, si può allora sottolineare il significato conoscitivo di tale metafisica, che non presenta astratte “verità di ragione”, ma vuole indagare i modi di esibizione, e dunque le ragioni, delle “verità di fatto”, che non sono soltanto giochi del linguaggio, ma relazioni simboliche tra sensibile e soprasensibile, tra a priori e a posteriori, tra dóxa ed epistéme. Si tratta dunque di recuperare un’esigenza metafisica che forse è indicata proprio dalla volontà originaria della filosofia di spostarsi dal piano dell’opinione a quello della scienza. La crisi della metafisica classica, che coincide con la crisi dei grandi sistemi filosofici, ha reso quasi improponibile una riproposizione “in positivo” delle istanze metafisiche: l’anatema kantiano pesa, ed è un peso al quale è difficile sottrarsi. Peraltro, dal momento che Kant [...].

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