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Una riflessione sulle grandi manovre del MAXXI
Data: 21.07.2010

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Vai alla sede: MAXXI

Gli artisti correlati: Anish Kapoor, Gino De Dominicis, Studio Azzurro, Maurizio Mochetti, Bianco - Valente, Milton Manetas, Katja Loher, Bernard Khoury, Recetas Urbanas



«Nel fare-spazio», scriveva Heidegger in Die Kunst und der Raum pubblicato nel 1969 in occasione di un vernissage di Erhart Kästner, «parla e si cela al tempo stesso un accadere» (Im Räumen spricht und verbirgt sich zugleich ein Geschehlen). Questo perché lo spazio, oltre ad essere libera interpretazione di luoghi, schiude contrade riflessive che fanno dell'aperto e del chiuso, dell'Innen e dell'Aussen, del reale e del virtuale, del vitale e del second life (del corpo e dell'avatar) un punto di contatto visivo che distende le maglie del pensiero geografico – in cui l'arte si sposta e transita nel mondo – per azionare felici interferenze tra luoghi, non-luoghi (raccontati, questi, da Marc Augé) ed etero-luoghi. Ma anche per raccontare in un costante presente che trafora e inghiotte i brani della storia e gli strati (sfilacciati e sfibrati ormai) della linearità temporale, le manovre generali di un presente creativo – di una pulsante presenza creativa – che fa i conti con le più scottanti e attuali tattiche dello spazio nel sistema economico, geopolitico, estetico, ideologico della contemporaneità. Ora, creando una vivace interferenza visiva tra lo spazio dell'architettura e quello dell'allestimento delle opere – in un gioco di costanti rapporti che li coinvolge entrambi – il MAXXI (mastodontico e morfologicamente liquido Museo Nazionale delle Arti del XXI secolo), ha proposto, per la sua tanto attesa riapertura, un palinsesto di mostre e di opere che dialogano con l'ambiente architettonico e con lo spettatore per dar vita ad un sistema estetico che buca continuamente i piani della realtà tanto da creare scenari squillanti, soglie sensitive, apparati subsinestetici che, tra artificio e natura (Dorfles c'era arrivato, via Hegel, nel 1968), mostrano scenari programmati che volgono lo sguardo verso lo spontaneo, installazioni preziose e altrettanto preziose (laboriose e spigolose) formule d'allestimento. Muovendo dalla formidabile Sculpting in Air / Video Planets (2010) di Katja Loher che ingenera un potente scenario ubiquitario – «le opere acquisteranno una sorta di ubiquità» aveva avvisato Paul Valery nel 1928 – (lo spettatore da qualunque parte del mondo può collegarsi e guardare in tempo reale quello che succede nei pressi dell'installazione)(nota1) alla visione rizomatica potente, sensuale ed emozionale proposta da Bianco-Valente sulle pareti dell'ascensore in vetro visarm (a destra dall'ingresso) con The effort to recompose my complexity (2010) per giungere, poi, allo scenario linguistico messo in campo da Miltos Manetas con IamGonnaCopy (2010) che chiama in causa l'urbano e la comunicazione (tre opere site specific che dialogano potentemente con i brani del virtuale), Elena Giulia Rossi disegna un ulteriore passo del progetto NetSpace che, dal 2005, «ha invitato i visitatori del MAXXI a interagire con opere create unicamente per la rete». NETinSPACE (questo il titolo del progetto curato da Elena Giulia Rossi) apre il tragitto – o meglio max(x)itragitto – espositivo contestualizzando, lungo una stessa latitudine riflessiva, il virtuale e il reale con una operatività estesa lungo il piano d'ingresso del museo (in ambienti trasversali) per creare un palinsesto visuale che elabora – grazie anche alla fruizione di progetti storici del palinsesto che vanno da Mitozoos (2006) del collettivo Bestiario a Fuzzy Dreamz (2006) di Dr. Hugo Heyrman, Google is not the Map (2008) di Les Liens Invisibles (ovvero Clemente Pestelli e Gionatan Quintini) a Tetrasomia (2008) di Stephen Vitiello, per giungere, infine a Forest of Imagined Beginnings (2007) del duo Boredomresearch (Vichey Isley e Paul Smith) e Stop Motion Studies. Series 7 (2003) di David Crawford – frizioni linguistiche tese ad un dialogo costante con lo spettatore e con l'opera che genera e autogenera forme, formule verbali e visuali di grande respiro ed emozionalità.

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Katja Loher, Sculpting in air, 2010, exhibition view, NETinSPACE, MAXXI – Museo nazionale delle arti del XXI secolo, courtesy Fondazione MAXXI

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Miltos Manetas, IamGonnaCopy, 2010, Logo Against Intellectual Property and Copyright, designed by Rafaël Rozendaal and John White

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Bianco-Valente, Convergenza evolutiva, installation site specifica Maxxi rendering

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Maurizio Mochetti, Rette di luce nell'iperspazio curvilineo, 2010, alluminio, acciaio, proiettori, cavi elettrici, diametro tubi cm 22, dimensione ambiente, MAXXI – Museo nazionale delle arti del XXI secolo, courtesy Fondazione MAXXI

Da NETinSPACE a SPAZIO. Dalle collezioni di arte e architettura del MAXXI, la grande mostra dedicata, appunto, alle collezioni d'arte e d'architettura del MAXXI (il pregiato catalogo è curato da Stefano Chiodi e Domitilla Dardi per i tipi di Electa) che si estende dal piano inferiore del museo e sale, via via, lungo percorsi aperti ad un cammino libero, ad ogni genere di viaggio estetico ed estasico, il passo è breve e apparentemente impercettibile.   Divisa in quattro aree tematiche [(Naturale Artificiale, Dal Corpo alla Città, Mappe del Reale, La scena e l'Immaginario) più un Omaggio a Fabio Mauri] che saltano il fosso della sezione e del recinto tout court per vivere un rapporto di compartecipazione e compenetrazione tanto da creare un dialogo e un vibrante rapporto su saperi apparentemente differenti, SPAZIO. Dalle collezioni di arte e architettura del MAXXI – a cura di Pippo Ciorra, Alessandro D'Onofrio, Bartolomeo Pietromarchi e Gabi Scardi – si apre con le seducenti Linee rette di luce nell'iperspazio curvilineo (2010) di Maurizio Mochetti della sezione in Concorso MAXXI 2per100), con la formidabile Ninna Nanna di Maurizio Cattelan (1994) e con Widow (2004) di Anish Kapoor per seguire, poco a poco, di ambiente in ambiente, inondando tra l'alto ogni area di cammino libero – si pensi alla performance Quello che trovo, quello che penso (2010) attuata da Cesare Pietroiusti – l'intera superficie del museo e mostrare, così, uno scenario unitario, dialogico, di scorrimento e di transito, di consumo visivo trasversale, di interferenza, scorrevolezza, porosità e contaminazione tra gli ambienti e le opere, il pubblico e l'elasticità della struttura architettonica firmata da Zaha Hadid. Tra i percorsi aperti negli spazi incantevoli del museo le Geografie italiane proposte da Studio Azzurro – a cura di Maristella Casciato, Pippo Ciorra e Margherita Guccione –, i notevoli progetti di sperimentazione architettonica (e di riflessione sugli statuti interni del linguaggio architettonico), la mostra dedicata a Luigi Moretti Architetto. Dal razionalismo all'informale (a cura di Bruno Reichlin e Maristella Casciato) e Kutlug Ataman. Mesopotamian Dramaturgies (firmata da Cristiana Perrella), segnano ulteriori tappe e ulteriori racconti. A queste manovre espositive si innesta con grande vivacità – e grazie ad una curvatura espositiva che immette nell'ambiente d'apertura un'opera elegante e disarmante, Mozzarella in carrozza (1968-1970) – anche la grande retrospettiva dedicata a Gino De Dominicis (retrospettiva che mostra, per la prima volta, uno scenario aperto a costante contaminazione e sperimentazione di tecniche e materiali dell'arte quantomai eterogenei), un padre della sperimentazione contemporanea che ha segnato e continua a segnare i grandi scenari dell'arte del XXI secolo. Gino De Dominicis. L'immortale – questo il titolo scelto da Achille Bonito Oliva, curatore della mostra e del catalogo (che ha seguito sin dalle prime manovre lo stile versatile e i gusti di De Dominicis), anche questo edito da Electa – prolunga il percorso espositivo verso coordinate estetiche che elogiano i paradossi della vita mentre la stessa vita tace. (Un percorso labirintico che vuole evidenziare da una parte i territori e i passaggi impervi dell'arte, dall'altra uno spazio ad arte, il MAXXI, appunto – uno spazio che richiama sempre, quasi anancasticamente, se stesso in causa in modo massiccio ed autoreferenziale).

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Bernard Khoury, Senza titolo, 2010, ideazione Bernard Khoury in collaborazione con Yasmine Almachnou, produzione DW5 / George Daou, Ryan Mhanna, Courtesy Fondazione MAXXI (foto Simone Cecchetti)

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Recetas Urbanas (Santiago Cirugeda), Camiones, Contenedores, Colectivos, 2010, struttura in metallo e altri materiali da costruzione, sponsor Rehasa, courtesy Fondazione MAXXI (foto Simone Cecchetti)

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Anish Kapoor, Widow, 2004, Fondazione MAXXI - Museo nazionale delle arti del XXI secolo – Roma, su concessione del Ministero per i Beni e le Attività Culturali, courtesy Galleria Massimo Minini Brescia, photocredit: Attilio Maranzano

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Studio Azzurro, Schizzi progettuali, 2010, Geografie italiane. Viaggio nell'architettura contemporanea, courtesy Fondazione MAXXI

«Tutta l'opera di De Dominicis», ha scritto Bonito Oliva (testo in catalogo) «è tenuta sotto il segno di un tempo che si chiude a circolo, fuori dagli aggiustamenti della cronaca culturale, e si apre a una sfida, quella dell'arte che non vuole più omologare o nobilitare il presente o il passato ma abitare un orizzonte sconfinato».  Palla di gomma (caduta da 2 metri) nell'attimo immediatamente precedente il rimbalzo (1968-69), Tentativo di far formare dei quadrati invece che dei cerchi attorno ad un sasso che cade nell'acqua (1969), Tentativo di volo (1969), Io sono sicuro che voi siete (e sempre sarete) all'interno o all'esterno di questo triangolo (1970), Seconda soluzione di immortalità (l'universo è immobile) (1972), la favolosa Opera ubiqua (1997), Auronia D.D. Uscita dal parallelepipedo di vetro, voleteggia invisibile nella bacheca e Auronia D.D. A 99 anni in 99 luoghi (ambedue realizzate nel 1997 per la Biennale di Venezia – la seconda delle due non è in mostra), la potente Calamita cosmica (1989), Opera viva che deforma il tempo (1990), i vari Senza titolo e i vari Con titolo degli anni Ottanta e Novanta (ci sono un Con titolo del 1984 – una tecnica mista su tavola della Collezione Ferrari Galassi – e un Senza titolo (Autoritratto) del 1989 davvero eccezionale). Bastano soltanto queste poche – e sono davvero poche – opere per comprendere o, quantomeno, per percepire i movimenti che dal referente al segno strutturano un linguaggio teso a sfiancare i territori della mortalità per entrare nei luoghi della sovrastoricità e dell'immortalità. Del resto, è lo stesso De Dominicis a dirlo, «l'età di un artista è ininfluente, quello che conta sono le sue opere» che varcano la storia (e le storie), nonché i tempi dell'arte per dar luogo a riflessioni e a intrecci, a seducenti frontalità e a pungenti necessità, a peripezie e a pericoli, certo, perché nel pericolo, è stato Holderlin a suggerirlo – nasce anche ciò che salva. Critica d'arte che prende corpo, forma e voce, l'arte di Gino De Dominicis salta il fosso della storia, delle tecniche e dei materiali per sprigionare una energia riflessiva che destabilizza la realtà per proporre, di volta in volta e di luogo in luogo, formule visive che tolgono la fine al finale per approdare in un terreno linguistico altro, sempre, irresistibilmente e irrinunciabilmente altro. Oltre a questi palinsesti dell'arte e dell'architettura – tra gli altri curatori del palinsesto ci sono anche Letizia Tedeschi e Annalisa Viati – è possibile assaporare anche un prezioso allestimento che propone allo spettatore tutte le fasi di ideazione, progettazione e realizzazione del MAXXI, la struttura architettonica votata solo ed esclusivamente al contemporaneo. Allestita nella Sala di Studio, alla fine della Galleria 1, la mostra ripercorre tutti gli stadi che hanno portato Zaha Hadid e il suo staff – la mostra è curata dalla Zaha Hadid Architects – tra i vari strati della creazione di uno spazio strutturalmente elastico e piacevolmente narcisistico. Legato ad una visione delle arti e ad una libertà stilistica che aziona attraverso i sentieri obliqui dell'architettura, genera un corpo pulsante in cui funzione, ornamentazione e guarnizione lineare battono, di strato in strato e di piano in piano, un metodo linguistico monumentale, plurivoco, decisamente efficace.

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Gino De Dominicis, Calamita Cosmica, 1989, MAXXI, exhibition view

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Gino De Dominicis, Statua (Figura distesa),1979, Fondazione MAXXI - Museo nazionale delle arti del XXI secolo – Roma, su concessione del Ministero per i Beni e le Attività Culturali, photocredit Roberto Galasso

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Gino De Dominicis, Palla di Gomma (caduta da due metri) nell'attimo immediatamente precedente il rimbalzo, 1968-70, collezione privata, Bari – Italia, photocredit Beppe Gernone

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Gino De Dominicis, Immortalità, 1971, collezione privata, Italy

1_ Ho trattato questo argomento in MAXXI: una scelta secca. Dietro e dentro lo sguardo di Katja Loher, in teknemedia.net, 03/06/2010 (http://www.teknemedia.net/magazine_detail.html?mId=7941).


In copertina: Gino de Dominicis, Il tempo, lo sbaglio, lo spazio, 1969, collezione Lia Rumma





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