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Le retour de le Magiciens de la terre. L’arte africana sbarca, finalmente, a Milano
Data: 23.11.2010

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Vai all'evento: AFRICA, ASSUME ART POSITION!

Vai alla sede: Primo Marella Gallery

Gli artisti correlati: Cameron Platter, Moridja K. Banza, Athi-patra Ruga, Joel Andrianomearisoa, Abdoulaye Konaté


1989, Centre Pompidou, Paris. Nel contesto internazionale della mostra "Magiciens" de la terre compare per la prima volta una selezione di opere d’arte contemporanea di artisti africani. L’esposizione si trasforma in breve tempo in un evento tra i più citati e criticati ma allo stesso tempo apprezzati di sempre. In Italia se non per via di qualche Biennale veneziana, che ha puntato molti anni dopo l’accento anche su questi artisti, e qualche piccola esposizione, come spesso accade abbiamo perso il treno. Lodevole perciò il lavoro svolto da Primo Marella in collaborazione con Yakouba Konaté, curatore della Biennale di Dakar, che nella sua galleria riporta l’attenzione verso l’arte contemporanea proveniente dal continente africano. Africa assume art position! Ma dovremmo aggiungere per l’Italia, non per il resto del mondo. Punta di diamante dell’esposizione milanese la rintracciamo nell’artista marocchino Mounir Fatmi (Tangeri, 1970), affermato già da tempo nel mondo dell’arte contemporanea internazionale, con il suo video The beautiful language, una rielaborazione sulle immagini del film “L’enfant sauvage” che Truffaut ha girato nel 1970, e con l’installazione, in stile minimal, Propaganda. Se nel video Fatmi pone l’accento sui conflitti tra le società, sul colonialismo e i suoi metodi, ma anche sul linguaggio, “La mia lingua è un’emorragia, sanguino ogni volta che parlo” sovrascrive l’artista all’inizio del video, con Propaganda l’attenzione si sposta nettamente verso la comunicazione e l’informazione, ponendoci il forte interrogativo su cosa sia oggi, nell’epoca di internet e del digitale, la propaganda. Realizzata con videocassette sagomate e impilate le une sulle altre, formando così un pulito cubo nero, l’installazione sottolinea anche l’inattualità delle VHS stesse, ormai obsolete, se non per alcuni paesi che ancora oggi le utilizzano. “Come si possono porre le basi per un mondo migliore attraverso le immagini? E’ possibile pensare che nel mondo contemporaneo, caratterizzato da nuove ideologie del quotidiano, le immagini abbiano ancora un potere come in passato? Infine, cosa distingue l’informazione dalla disinformazione?” queste sono solo alcune domande che l’artista ci pone per condurci nella riflessione.
Affascinate e potente appare il lavoro di Abdoulaye Konaté, malese, che realizza una sorta di arazzo contemporaneo costituito da ritagli rettangolari di stoffe di cotone da lui lavorate e divenute, dopo i primi interventi su sabbia e tela, il suo marchio di fabbrica. Per l’occasione l’artista ha creato il dittico Le couple. Homme et Femme partendo, come lui stesso sottolinea, dal concetto di armonia universale. Tale pensiero, spiega Konaté, è particolarmente caro alla tradizione africana e nasce dalla convinzione che sia nella combinazione di forze opposte e complementari che risiede l’equilibrio dell’universo. In questo senso, l’uomo e la donna sono forse l’esempio più eloquente delle relazioni fra opposti nella società e della loro potenzialità creativa. Per rappresentare l’uomo ho deciso di usare il colore rosso, simbolo di energia, sessualità e forza vitale. Al contrario, per la donna ho scelto il colore bianco, emblema di purezza e spiritualità.
Lavora con i tessuti, ma non unicamente, anche Jöel Andrianomearisoa, (1977, Madagascar) realizzando notevoli monocromi neri. “Per me è una sfida. In ogni pezzo, devo trovare i vari colori, diverse posture di nero. Non è solo il colore, ma anche un atteggiamento che non esclude nulla e mira verso l’universale. Il nero è incredibile, inquietante, in grado di avere un significato in tutto il mondo”. Un total black ricco di movimento, di energia, di eleganza. Il suo Untitled (2009) esposto in mostra e realizzato con ritagli di stoffa nera di diversa fattura e intensità di tono, offre comunque una visione spaziale diversificata. Il quadro gode di un movimento interno dato dalla matericità impressa alla stoffa, dal suo taglio, dalle cuciture, e dalle sue sfumature.

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Cameron Platter, Crocodile, 2006, Acrylic paint on Jacaranda wood, h 120 cm

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Joel Andrianomearisoa, 2009, Textile, 300 x 300 cm

Lavora sul nero anche Peter Eastman (1976, Sud Africa), nei suoi dipinti-ombra. Per lo più ritratti, realizzati in smalto monocromatico, i suoi soggetti familiari giocano sul rapporto tra conosciuto e sconosciuto, tra realtà e sogno, puntando, ambiziosamente, a farci riflettere sulla nostra posizione all’interno del mondo.
Complesso e ricco di rimandi il lavoro della giovane Nandipha Mntambo, 1982 Swaziland, si apre a molteplici letture interpretative. Riprendendo la metafora bovina che ha caratterizzato le sue prime opere in cui modellava pelle di mucca sul suo corpo creando spettrali figure femminili, Nandipha propone ora fotografie e sculture che richiamano il mondo classico per riflettere sulla condizione della donna nel Sud Africa. In The rape of Europa, riproponendo il dipinto di Tiziano sul mito greco narrato da Ovidio, l’artista impersonifica sia Zeus che Europa durante l’atto sessuale, denunciando così l’omofobia nei confronti delle donne lesbiche in Sud Africa e le violenze a cui sono continuamente sottoposte. E’ ancora lei la protagonista della fotografia Narcissus e del busto bronzeo del dio Zeus. Anche qui i canoni classici della bellezza divina maschile vengono stravolti dalle fattezze femminili che rendono ibride sia la figura di Narciso che quella di Zeus; perdita di identità, di certezze legate agli attributi sessuali, ai canoni classici della bellezza. Un’indagine, quella compiuta dall’artista, che parte da lontano per giungere diretta anche alla nostra società, spesso intollerante, ancora a disagio di fronte a questo tipo di atteggiamenti.
Intorno al concetto di identità lavora anche Moridja K. Banza, 1980 Congo, famoso grazie al premio Leopold Sedar Senghor vinto alla Biennale di Dakar 2010 e a quello della Fondazione Jean-Paul Blachère, realizzando una serie di disegni dal titolo The map of identity, vere e proprie mappe geografiche che l’artista compila registrando i propri spostamenti e andando così ad annullare i confini geopolitici delineati dalla Storia. “La radice unica è quella che uccide ciò che è attorno ad essa, mentre il rizoma è la radice che si estende per incontrare altre radici”, sulle basi di questo concetto, espresso da Glissant nella sua poetica del diverso, Banza sviluppa il suo concetto d’identità, di relazioni umane, di spostamento. In mostra anche il video Hymme à nous, con il quale mette in discussione la propria identità africana, resa europea dalle varie colonizzazioni, in questo caso quella belga. L’artista, che compare nel video nudo e reiterato una ventina di volte, canta un nuovo inno dato dalla mescolanza di parte dell’Inno alla gioia di Beethoven con frammenti di discorsi e altri inni che hanno scritto la storia del suo paese: quello della Repubblica Democratica del Congo, ex Zaire; il discorso del Re Leopoldo II indirizzato ai missionari; la Marsigliese francese e l’inno nazionale belga.
Ben diverse le opere del sudafricano Cameron Platter (1978), che spaziano dal disegno animato, alla pittura e alla scultura. Chad Rossouw lo definisce “apocalypsonaïve”, sottolineando la sua vena fantascientifica e dark (apocalittico), insieme alle influenze Calypso dei colori brillanti accostati a improbabili coccodrilli detective, il tutto con una giusta dose naïve. Molto vicino alla poetica pop, a Hering, Platter dissemina i suoi lavori di riferimenti alla pornografia, all’alcol, al mondo dei vizi, della corruzione, al cinema ed ai cartoon, denunciando però apertamente vizi e degenerazione della società contemporanea.
Fuck truth, Need cash, lampeggia ancora negli occhi e nella mente una volta usciti della mostra; Stuart Bird si interroga, richiamando le scritte al neon di Nauman, circa le difficoltà di essere artista, di creare opere per il mercato, per la vendita, o solamente per l’arte.

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Moridja K. Banza, The Map of Identity, 2007-2010, Drawings, 84 x 150 cm

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Abdoulaye Konaté, Le Couple - Homme (chiffre 3 pour l'homme), 2010, Textile, 242 x 180 cm

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Abdoulaye Konaté, Le Couple - Femme (chiffre 3 pour la femme), 2010, Textile, 242 x 180 cm


In copertina: Athi-Patra Ruga, Even I exhist in Embo: Jaundice tales of counterpenetration #8, 2009 Media: Lightjet print, 74 x 107 cm






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