ArsKey Magazine | Articolo


Bruce Conner. The Seventies Painting / Drawing / Film
Autore: Melania Rossi
Data: 24.11.2010

vai alla pagina

Gli artisti correlati: Bruce Conner


Vienna. Museum Quartier.


Tra i giganti che abitano il Leopold Museum - Schiele, Klimt e Kokoschka, per nominarne solo tre – si fanno largo, per nulla a fatica visto l’interesse dei temi, le personalità scelte e la qualità degli allestimenti, le mostre temporanee dei vicini spazi MUMOK e Kunsthalle wien. La selezione di lavori di Bruce Conner “The Seventies”, in mostra presso la Kunsthalle fino alla fine di gennaio, attraversa tutti i mezzi di cui un artista può disporre per comunicare il proprio messaggio. Disegno, pittura, fotografia, litografia, stampa, scultura, video, musica e ancora oggetti e ritagli raccontano, in più di cento opere, l’immaginario dell’artista che rappresentò la Beat Generation nell’arte, che inventò il videoclip oggi inflazionato su Mtv, che criticò con ironia e nei modi più svariati, oggi del nostro Cattelan e affini, il ruolo dell’artista nella società e il suo rapporto con l’opera. Innumerevoli gli “scherzetti d’arte” messi in scena da Conner dal 1950, anno dei primi assemblaggi, al 2008, anno della sua morte, a San Francisco. Si snodano tra le varie sale del museo gli oggetti che testimoniano le performance di Conner. Da quando, nel 1963, consegnò personalmente a Marcel Duchamp una scatola contenente vari utensili provenienti dal suo studio, facendogli promettere che l’avrebbe consegnata al proprio gallerista di New York. The Marcel Duchamp Traveling Box è oggi parte della collezione Guggenheim. Al 1964, anno in cui programmò una Bruce Conner Convention chiamando a raccolta tutti i Bruce Conner presenti sull’elenco telefonico degli US Federal States. Il congresso non si fece, ma i due bottoni recanti rispettivamente le scritte I am Bruce Conner e I am not Bruce Conner sono diventati pezzi da esposizione. O quando utilizzò come pseudonimo il nome dell’amico Dennis Hopper – comune gli era la passione per la musica e, gli anni erano quelli, delle droghe - per inscenare candidature o per fingersi una star del cinema. E ancora nel 1972, quando si fece dichiarare morto nel celebre Who Was Who per poi scrivere, dopo sei anni, una lettera ad un amico firmandosi: Born again. Bruce X. Fino al 1976 quando in risposta alla rivista Artforum, che gli chiedeva un contributo, rispose con l’accurata, illustrata e ormai famosissima descrizione della preparazione di un sandwich perfetto.


bruce_conner_sound_of_two_hands_angel_1974_sammlungcollection_tim_savinar_undand__400
Bruce Conner, SOUND OF TWO HANDS ANGEL, 1974, Sammlung Collection Tim Savinar undand

bruce_conner_still_ausstill_from_breakaway_1966_400
Bruce Conner, Still ausstill from BREAKAWAY, 1966



bruce_conner_still_ausstill_from_marilyn_times_five_196873_400
Bruce Conner, Still ausstill from MARILYN TIMES FIVE, 1968-73

bruce_conner_untitled_march_2_1976_courtesy_michael_kohn_gallery_los_angeles__400
Bruce Conner, UNTITLED, March 2, 1976, Courtesy Michael Kohn Gallery, Los Angeles

Insomma, questa era la personalità di Bruce Conner (Mc Phersons, Kansas, 1933). La sua produzione visiva però, parla con toni estremamente seri ed estetici insieme e questa mostra ne raccoglie un’innumerevole quantità di pezzi, allestiti in modo impeccabile. Misteriose mappe di universi altri, strane cosmogonie a pointillisme, macchie di Rorschach e Mandala fanno da soggetto ai quadri, ad acrilico b/n e su tela grezza. Proiezioni della propria ombra su carta fotosensibile sono invece opere fotografiche di grande impatto visivo per evanescenza e misticità. La scala dei grigi crea forme di luce dissolta, siluette a figura intera come mimi dai guanti bianchi. La sezione video è, fuori da ogni dubbio, la più interessante della retrospettiva. Eco rock’n roll investono al primo ingresso e accompagnano per tutto il tempo fino alle sale video, facendo da perfetto tappeto emotivo prima di diventare i pezzi su cui - o sarebbe più corretto dire per cui - sono tagliate e montate le immagini. I want to break away from all these chains that bind, break away from everyday è la frase che risuona nel video-tributo alla danzatrice Toni Basil. La ragazza balla davanti allo schermo seminuda, ora sorridente ora seria e concentrata, ma sempre libera nei movimenti che, montati a grande velocità e al contrario per gli ultimi cinque minuti, dissolvono il corpo in forme quasi astratte. La ripetizione delle immagini in cui a poco a poco si scopre la nudità, in cui pian piano si completa un gesto o un’espressione è la tecnica utilizzata dall’artista per realizzare Marilyn Times Five. Qui l’icona pop femminile per eccellenza appare giovanissima, incredibilmente bella e in perfetta armonia con le proprie forme. La mano di Marilyn che corre avanti e indietro sulle gambe, una mela che rotola su e giù dall’addome al seno sono scene soft porn ormai celebri che hanno incantato generazioni di ammiratori e qui sono rimaneggiate da Bruce Conner sul pezzo I’m through with love. Interpretato dalla Marilyn Monroe di Some like it hot (1959). Il contrasto tra violente scene di guerra e immagini erotiche è tema caro all’artista statunitense ed è ben rappresentato dai tre schermi della video installazione Three Screen Ray (2006), su What’d Say di Ray Charles. Ci sono poi vere e proprie “colonne visive” – molto più che semplici videoclip - di brani di musica sperimentale, dai Devo a David Byrne e Brian Eno, baluardi dello spirito anticommerciale proprio del Punk e della musica New Wave. Non si può non ricordare la scena finale del kubrickiano Dr Strangelove (1964), guardando l’esplosione a tempo di musica della bomba atomica presso l’atollo Bikini, in Crossroads, 1976. Il test nucleare diventa ammaliante poesia visiva mostrando le nubi in slow motion, da ventisette differenti angolazioni e accompagnate da una composizione per organo elettrico di Terry Riley. Il “fungo atomico” è così drammatico protagonista del video senza tutta l’ironia cinica del dottor Stranamore, è l’amara ed estetica conclusione dell’artista sul tema della guerra. “L’ultimo illusionista del ventesimo secolo” – così Conner fu definito in occasione della prima retrospettiva sui suoi film presso l’Archivio di Harvard – sarà stato quindi d’accordo con il grande regista newyorkese, che, proprio in merito al film tratto dal romanzo Allarme Rosso di Peter George, disse: “Nel contesto dell'imminente distruzione del mondo, l'ipocrisia, le incomprensioni, la lascivia, la paranoia, l'ambizione, gli eufemismi,il patriottismo, l'eroismo ed anche la ragionevolezza possono evocare un'orribile risata”.

In copertina: Bruce Conner, Still ausstill from CROSSROADS, 1976

 





© ArsValue srl - P.I. 01252700057