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CRAC, uno spazio non profit in una scuola: un’educazione impensabile!
Data: 15.02.2011

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Intervista a Dino Ferruzzi a cura di Eugenia Delfini




Eugenia Delfini: Il Crac rappresenta uno dei rari casi di collaborazione permanente e costante con un’istituzione pubblica, il Liceo Artistico Statale “Bruno Munari” di Cremona, com’è nata questa fratellanza e come mai in Italia è difficile che si sviluppino queste forme di cooperazione tra non profit e istituzioni?
Dino Ferruzzi: La domanda mi permette di chiarire questa posizione difficile da far capire anche agli addetti ai lavori. Il CRAC è un progetto anomalo nel panorama italiano, non nasce da una forma di cooperazione tra due istituzioni (non profit e istituzione scolastica), che decidono di incontrarsi e collaborare per un progetto comune, ma è un progetto didattico educativo nato nella scuola, voluto da alcuni insegnanti del Liceo che da alcuni anni, ponendosi il problema dell’aggiornamento e della formazione artistica in Italia hanno deciso di aprire uno spazio di riflessione, ricerca ed azione su delle problematiche assai critiche che investono sia il sistema educativo che il sistema dell’arte.
Ancora più anomalo è che il CRAC si è costituito da alcuni anni in non profit, un’associazione che è interna ed è Liceo, una scelta questa di autonomia culturale e finanziaria, con la prospettiva di muoversi ed attuare programmi con una parziale agilità rispetto alla macchina farraginosa e burocratica della scuola.
Come puoi capire la cooperazione tra non profit ed istituzione scuola nel nostro caso, diciamo appare scontata, per questo il progetto si caratterizza per la sua specificità ed unicità.
La domanda invece che riguarda il difficile rapporto di cooperazione tra non profit ed istituzioni in genere apre risposte multiple e complesse che hanno a che fare con problemi sociali e culturali più ampi e irrisolti. Si può pensare, come ci suggeriscono in un saggio scritto alcuni anni fa per la Bollati Boringhieri da Giuseppe De Rita e Aldo Bonomi, Manifesto per lo sviluppo locale. Dall’azione di comunità ai Patti territoriali, ad una deficitaria cultura dello sviluppo locale, una bassa inefficienza delle istituzioni periferiche e Statali incapace di dare risposte a domande che salgono dal basso, alla mancanza da parte della politica, di un vero riconoscimento del ruolo svolto dagli attori locali e della loro domanda di protagonismo.
Problemi che nel tempo hanno evidenziato equilibri sempre più instabili tra la società e le istituzioni, tra la dimensione sociale e quella politica. Problemi che non possono essere certamente affrontati in questo contesto che però penso aiutino a riflettere su questioni che interessano il nostro agire quotidiano.

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ANNAMARIA TINA, Controlled Mental Space, a cura di Dino Ferruzzi e Gianna Paola Machiavelli. 2008 Img Pietro Diotti - Courtesy CRAC Cremona

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Partecipazione al progetto Tana di Wurmkos all’interno della mostra LESS. Strategie alternative dell’abitare, a cura di Gabi Scardi, PAC Milano 2006. Courtesy CRAC Cremona


E.D. A che esigenza politica e al contempo culturale risponde la diffusione e l’aumento nell’ultimo decennio degli spazi non profit in Italia?
D.F. Mi piace pensare e mi auguro che la diffusione del non profit nasca da una forte esigenza culturale e politica, da un sociale che si apre a nuove forme di cooperazione e convivenza, si tratta forse di trovare una posizione, uno spazio di osservazione anche locale, costruire delle comunità con un’autonomia che permetta di praticare spazi di democrazia diretta.
La ricerca di spazi e di azioni possibili sopperiscono ad uno spazio lasciato vuoto dalla politica, è affermare un pieno di legami sociali e di relazioni partecipate.
Nel sistema dell’arte la diffusione degli spazi non profit di qualità rappresenterebbe un circuito nevralgico in grado di favorire la sperimentazione e la ricerca in ambiti non necessariamente sottomessi alle leggi di mercato, spazi indipendenti che permetterebbero scambi e conoscenze tra artisti e curatori che operano su tutto il territorio nazionale. Purtroppo il fenomeno in Italia è ancora irrisorio e tra le varie associazioni esistenti non si è ancora in grado di fare sistema.
La creazione di un polo culturale indipendente come i non profit costituirebbe anche un’importante occasione, una ricchezza che potrebbe avere direzioni di sviluppo non solo nel settore delle arti contemporanee.
Per quello che ci riguarda crediamo ad un progetto diffuso, alla costituzione futura di un piccolo Centro di ricerca che possa costituire un’importante occasione per il territorio in cui operiamo; pensare cioè per la città ad un progetto di sviluppo locale che possa includere l’arte contemporanea come uno degli strumenti per riqualificare l’ambiente, costituire un luogo di confronto e di approfondimento che individuano l’arte e la cultura come fattori di crescita sociale.
Nella realtà regionale italiana fatta di piccole province, la nascita di tanti contenitori non profit agirebbero come volano di sviluppo delle culture locali, un’azione produttiva per dare forza alla coesione sociale, ravvivare le peculiarità di un territorio, dialogare alla pari con tutti gli attori che in diversa misura concorrono a costruire l’ambiente socio-economico e culturale della città e di un territorio più vasto. Ritorno alla domanda provando a dare delle risposte più approfondite.
In un testo del 1997, Politica e passioni Pietro Barcellona pone l’accento sull’assenza della politica nella vita nazionale, provando ad interrogare i “fatti” come li chiama lui, ci dice che le cose non sono così semplici da decifrare ma occorre partire dalla crisi della politica come forma di elaborazione e trasformazione dei bisogni e passioni per evitare di semplificare e mistificare la realtà. Occorre la massima disponibilità a mettersi in discussione, occorre produrre un nuovo livello di analisi, stimolare nuovi pensieri, rileggere e interpretare ciò che sta accadendo.
La politica è quindi la grande assente secondo Barcellona, la politica intesa come spazio pubblico, dove si rende possibile la rappresentazione e la trasformazione degli effetti e delle passioni non solo dei bisogni economici, la forma di elaborazione e trasformazione di bisogni e passioni.
L’assenza della politica come spazio pubblico, aprirebbe una “crisi nella capacità di produrre simboli”, si assisterebbe così ad un “annichilimento della parola”, una rottura della comunicazione fra istituzioni e corpo sociale. Venendo meno “la mediazione politica, in questa uniformità indifferenziata, non è più possibile pensare e parlare”.
“La messa in discussione dell’autorappresentazione e dei meccanismi d’identificazione e di appartenenza ha sospinto i gruppi sociali (istituzioni e società civile) verso la regressione al livello emotivo dell’elaborazione degli interessi economici e aperto la porta all’esplosione delle passioni che fanno emergere bisogni non economici che hanno bisogno di essere interpretati. Nell’intero corpo sociale rischia di venire meno quella che gli analisti chiamano “la funzione di riconoscimento” e cioè la capacità di rappresentare la relazione fra il sé e l’altro”. (Barcellona)
La crisi delle identità determina, infatti, una profonda insicurezza emotiva: non riuscire più a capire ciò di cui si ha bisogno. Se così è lo stato di fatto, la necessità, secondo Barcellona è quella di “mettere in campo una cultura politica” che tenti di ripensare lo spazio pubblico come spazio di elaborazione collettiva di mete e valori sociali, ricostituire una agire politico collettivo, avendo la convinzione che è possibile costruire rapporti umani più ricchi e creativi. Il tema, è quello dei “luoghi della democrazia diffusa, che va dalla città alla scuola, dal territorio alla produzione di beni e servizi”. (Barcellona)
Si apre, partendo dal locale e dai territori, uno spazio da percorrere, “la costruzione di democrazie ove le differenze e il senso di sé sappiano parlare e costruire politiche con l’altro da sé”. Aldo Bonomi, Dieci tesi per lo sviluppo locale, dal testo con Giuseppe De Rita Manifesto per lo sviluppo locale, Bollati Boringhieri, Torino, 1998.
In questa fase di spaesamento, l’agire comunitario quindi, non è altro che il “denominare un’assenza, qualcosa che non c’è” e, questa mancanza, “questo vuoto precipita in un’urgenza: la costruzione artificiale e simbolica di ciò che manca”.
Qui l’analisi della realtà politica che ne fa Barcellona investe in maniera determinante lo spazio pubblico, la sua crisi, e ciò non può che essere visto che come fait sociaux, per dirla con Adorno, dove il problema è un problema culturale che ci interessa molto da vicino.

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MONA LISA TINA, Human, a cura di Dino Ferruzzi e Gianna Paola Machiavelli. Performance – 2009 Img Pietro Diotti - Courtesy CRAC Cremona


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SUZIE WONG, Senza il sogno di una cosa, in collaborazione con Yuri Ancarani, Wang inc., Juliane Biasi, U-Inductio, a cura di Dino Ferruzzi e Gianna Paola Machiavelli. 2009 Img Pietro Diotti - Courtesy CRAC Cremona


E.D. Gran parte del lavoro del CRAC oltre ad occuparsi di didattica si concentra sulla sensibilizzazione, l’aggiornamento e la formazione all’arte visiva contemporanea, che tipo di strategie e che formati utilizzate per sviluppare questa attività?
D.F. Non è stato facile far accettare il progetto alla comunità scolastica. Nonostante siano trascorsi alcuni anni dalla fondazione del Centro i problemi continuano a sussistere sia all’interno che all’esterno, pensiamo che occorra ancora tanto lavoro, una grande energia e la capacità di aprire la scuola ad esperienze laboratoriali e di ricerca, sempre che la nuova riforma ce lo permetta.
Le strategie che abbiamo adottato sono il frutto dell’esperienza maturata sia come artisti che come educatori, nel mio caso ho potuto maturare anche altre esperienze essendo uno dei fondatori di Careof.
Crediamo in un’azione pedagogica che utilizza l’interdisciplinarietà e la transidisciplinarietà per costruire una scuola partecipativa e decisionale nella creazione dei soggetti sociali, un’azione che sperimenta la realtà in un autentico contenitore in cui far confluire le conoscenze e le esperienze vissute quotidianamente da studenti ed insegnanti, tanto da poter tradurre la pratica della scuola in un processo collettivamente e mutuamente responsabile.
La nostra attenzione è per la pedagogia sperimentale, un’attenzione per il pensiero di Paulo Freire, verso un’etica dell’operare che ci porta a pensare all’educazione come ad uno strumento di liberazione.
Sensibilizzare studenti ed insegnanti al mondo dell’arte contemporanea è un’impresa complicata e faticosa, nei Licei artistici è difficile fare esperienza di contemporaneità per tante ragioni, però sono convinto sempre di più che per dare senso al fare arte, occorra saldare la ricerca visiva, e non solo visiva, alla pratica didattica, perché il problema della didattica dell’arte penso tocchi molto da vicino il problema del destino dell’artista nel mondo contemporaneo.
Operiamo quindi attivando sinergie molto strette di lavoro tra didattica e attività che tendono a stimolare passioni e motivazioni negli studenti, proviamo a legare tutto ciò che si produce in classe con le mostre, gli incontri e i workshop con artisti, le esperienze dei laboratori, insomma far emergere l’attività dell’arte attraverso il fare, un’immersione costante e puntuale che renda gli studenti protagonisti attivi di un percorso di conoscenza.
Il progetto educativo del CRAC è molto articolato, l’offerta formativa è varia e strutturata rispetto alle esigenze che pensiamo possano essere utili agli obiettivi prefissati e da raggiungere.
Per questo disponiamo di uno spazio mostre dove presentiamo a scadenza mensile progetti di artisti, riserviamo due appuntamenti annuali alle scuole italiane per la presentazione di percorsi didattici sul contemporaneo, abbiamo attivato un contenitore dove invitiamo curatori ed esperti del settore a raccontare lo stato dell’arte, curiamo un convegno sull’arte contemporanea come progetto educativo, e abbiamo iniziato a sperimentare anche un programma di residenze per artisti al Sud. Stiamo cercando di dotarci di una biblioteca e di un archivio. Attraverso un progetto di formazione indirizzato ad ex studenti del nostro Liceo, neolaureati, in collaborazione con i Dipartimenti didattici del Museo di Rivoli e della Fondazione Re Rebaudengo è stata attivata iPac, una sezione didattica, per offrire alla città e al territorio laboratori sull’arte contemporanea. Azioni mirate per favorire l’aggiornamento e la formazione permanente.
Siamo molto attivi ma anche molto attenti alla qualità di quello che proponiamo, questa scelta ci permette di tenere bene in mente gli obiettivi che vogliamo realizzare.

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SUPERMEGADROPS 4, dal concorso Giovani Artisti Italiani, selezioni di Francesco Bernardelli, Mario Gorni, Salvatore Lacagnina, Francesco Poli. 2008

Img Courtesy CRAC Cremona dal video di Maya Quattropani


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Macerie - Rumori – Stanze, azione/omaggio per Andrej Tarkovskij, a cura di Dino Ferruzzi e Gianna Paola Machiavelli. XI Ed.Festival Jazz di Cremona, 2004

Img Courtesy CRAC Cremona


E.D.
Chi supporta il CRAC? Oltre al finanziamento pubblico ci sono dei privati che sostengono la vostra attività?
D.F. Quello dei finanziamenti credo sia il problema critico che tocca da vicino il settore del non profit in maniera determinante. Nel caso del CRAC, essendo un progetto didattico, abbiamo potuto disporre, di una sede operativa all’interno del Liceo, di beni materiali e di servizi che appartengono alla scuola, non abbiamo grandi spese di gestione ordinaria e straordinaria, i progetti e l’aggiornamento vengono finanziati attraverso fondi d’istituto statali destinati a tale scopo. Naturalmente si tratta di fondi assai modesti che sono diventati invisibili con l’avvento della nuova riforma del comparto scuola. Nell’ultimo anno anche questi fondi sono venuti a mancare, non sono arrivati i finanziamenti dallo Stato, stiamo soffrendo una crisi drammatica che sta investendo tutta la scuola italiana e naturalmente anche il nostro progetto ne sta pagando le conseguenze.
Per questo abbiamo dovuto rinunciare a programmi che avevamo in cantiere, altri sono rimandati, alcuni progetti sono autofinanziati. Se non fossimo un progetto scuola, se non avessimo messo in pratica un’accanita resistenza e gestito in maniera accorta le esigue risorse, probabilmente non esisteremmo più. Le istituzioni locali in questi anni si sono mostrate disattente e distratte ad ogni tentativo di collaborazione, assai esigui sono risultati gli aiuti. Abbiamo attivato dei progetti formativi attraverso finanziamenti del Fondo sociale europeo. Il reperimento delle risorse per noi è molto grave, attualmente non disponiamo di altri sostegni, ci stiamo muovendo in questa direzione per poter affrontare la questione in modo adeguato. Sicuramente la gestione finanziaria e no solo, di uno spazio non profit di qualità, non può essere affidata al caso, occorre che il team di lavoro si doti della presenza di varie figure professionali che sappiano muoversi in ambiti specifici e di ricerca sia a livello locale, nazionale che internazionale.
I problemi finanziari di uno spazio non profit sono da ricercare anche nelle norme vigenti che regolano gli statuti delle associazioni, nella scarsa attenzione attribuita loro dalle amministrazioni e dell’incapacità, come accennavo, nel fare sistema. I problemi sono molto complessi e forse andrebbero affrontati all’interno delle stesse organizzazioni, pensando a forme coerenti e produttive di cooperazione, cioè ad un insieme di associazioni regionali o nazionali che possano dare vita a progetti che siano in grado di produrre cultura ma anche di fare impresa. Per la gestione delle risorse si potrebbe pensare di costituire una sorta di mercato equo e solidale, una banca etica, una banca di mutuo soccorso, una banca degli scambi, dove poter far confluire, con azioni comuni e condivise, fondi e servizi di cui potrebbero usufruire tutti gli associati. Ma…credo di essere andato molto in là, penso da tempo ad altri sistemi, credo che lavorare come si continua a fare possa portare solo ad esasperare una sopravvivenza ed un individualismo che non porta frutti maturi.

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Progetto Casina, Il Cenacolo di Leonardo, laboratorio a cura di Antonella Ortelli e Luca Quartana, in collaborazione con Gianna P. Machiavelli, Maria Ausilia Binda e la partecipazione della sezione femminile della Casa Circondariale di San Vittore di Milano e la Soprintendenza per i Beni Architettonici e il Paesaggio di Milano. Laboratorio Discipline Pittoriche del Liceo Artistico, Cremona

Img Courtesy CRAC Cremona 2007



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Una giornata con i laboratori di IPac per le scuole primarie della città, Palestra scuola Trento Trieste, Cremona 2011 - img Pietro Diotti, courtesy CRAC Cremona


E.D. In qualità di operatore culturale quali sono i principali ostacoli che quotidianamente incontri nella produzione delle attività?

D.F. Gli ostacoli che quotidianamente si incontrano sono di solito di ordine finanziario e burocratico. Per quello che ci riguarda, le trasformazioni apportate dalla progettualità del CRAC ci ha posto di fronte anche ad altri diversi problemi. Avendo apportato una situazione di novità in un sistema rigido come il sistema scolastico, molti soggetti hanno cominciato a manifestare atteggiamenti di resistenza nonostante il progetto fosse stato formalmente approvato come progetto educativo d’istituto. Le risposte per i primi anni non sono state del tutto di collaborazione, forse perché il progetto CRAC per il suo metodo di lavoro si è sempre avvalso di un dinamismo progettuale che esige un confronto e una discussione continua sull’esigenza e sulla produttività di una diversa organizzazione delle risorse, umane e materiali. Alla nostra richiesta di confronto e collaborazione spesso abbiamo sentito le persone reagire con modalità defatiganti e frenanti, negli ultimi due anni però il lavoro prodotto ha cominciato a produrre i suoi frutti, questo ci ha fatto capire che occorre sicuramente lavorare ancora molto affinché il progetto abbracci la scuola nel suo insieme.
Lo stesso discorso vale nel rapporto con le istituzioni esterne.

E.D. Se dovessi spiegare ai tuoi giovani studenti perché è giusto promuovere e supportare le attività culturali cosa diresti?
D.F. Non è sempre facile raccontare ai mie studenti cosa significhi promuovere e supportare attività culturali. In tanti anni di insegnamento non si finisce mai di imparare, avvicinarsi agli adolescenti è una pratica pedagogica molto complessa. Penso che la trasmissione di certi concetti sia meglio affidarla alla pratica, a quel fare comune che si costruisce, giorno dopo giorno, insieme, attraverso una partecipazione attiva e consapevole, un processo maieutico che fa superare, come diceva Paulo Freire la ricerca e l’apprendimento tematico. Freire era convinto che tutti possono apprendere solo quando hanno un progetto di vita per loro significativo, di questo ne sono convinto anche io. Sono contento quando gli studenti partecipano volontariamente all’organizzazione delle attività culturali, li senti carichi e pieni di sogni. Forse questo è il seme di quello che sarà un progetto di vita. Mi piace pensare, di poter contribuire alla semina, di essere un silenzioso agricoltore che avverte la crescita delle sue piante. Da qui inizia una cura di sé come diceva Michel Foucault.


CRAC Centro Ricerca Arte Contemporanea, Cremona (2003)
Liceo Artistico Statale “Bruno Munari” Via XI Febbraio 80 – 26100 Cremona www.crac-cremona.org crac.cremona@artisticomunari.it

Team:
Dino Ferruzzi, Gianna Paola Machiavelli, responsabili Ferdinando Ardigò, collaboratore, addetto segreteria Stefania Bianchi, stampa e comunicazione Martina Buldorini, stagista

In copertina:
ETTORE FAVINI, Il Testamento di Liebig e Parata per le vie della città, a cura di Dino Ferruzzi e Gianna Paola Machiavelli. 2009 Img Pietro Diotti - Courtesy CRAC Cremona






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