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Forse le cose stanno cambiando? Conversazione con le a.titolo sull’attuale condizione del fenomeno non profit per l’arte
Data: 25.02.2011

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 Intervista a Lisa Parola a cura di Eugenia Delfini




Eugenia Delfini: Cosa significa oggi essere un’organizzazione indipendente in Italia rispetto a quando avete fondato la vostra associazione?
Lisa Parola:
Il contesto nel quale operiamo oggi è molto differente, più globale, veloce e articolato. a.titolo nasce nel 1997 dall’esigenza di confronto e scambio di alcune storiche, critiche e curatrici d’arte. La costituzione ufficiale del gruppo, composto inizialmente da nove persone, si fondava sull’esigenza di superare le prerogative individuali che contraddistinguevano in modo molto vincolante questo ambito professionale: ci interessava sperimentare un diverso modello operativo mediante una somma di competenze alimentata dalla condivisione e dalla discussione. Aspetti che crediamo fondamentali ancora oggi.
Un’altra peculiarità che connota la nostra attività è, ed è stata, anche la volontà di mantenere attuale l’eredità di alcune esperienze culturali e artistiche degli anni Cinquanta, Sessanta e Settanta, affiancandole a temi e pratiche delle ricerche contemporanee. Crediamo importante e urgente, sia da un punto di vista teorico che programmatico, una riflessione sui tanti ‘vuoti’ che caratterizzano la cultura del contemporaneo in Italia. Come in molti altri ambiti, anche nel settore delle arti visive e della cultura è venuta a mancare un’analisi critica della produzione di quasi due generazioni.
A partire da questi aspetti, crediamo necessario costruire e consolidare un percorso italiano (ovviamente in dialogo con la scena internazionale), per evitare che le ricerche e i temi legati alla contemporaneità rimangano costretti in una geografia limitata e soggetti a un processo inevitabilmente implosivo e, pericolo ancora maggiore, d’isolamento rispetto alle politiche culturali degli altri paesi europei.


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Presentazione di Situa.to alla Fondazione Merz nell'ambito della rassegna Zonarte, 26 aprile 2010. (da sin: Luisa Perlo, Francesca Comisso, Maurizio Cilli e Lisa Parola)

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Massimo Bartolini opera permanente, Torino Mirafiori Nord, progetto realizzato nel quadro del Programma di Iniziativa Comunitaria Urban 2 della Città di Torino, applicazione del programma Nuovi Committenti, 2007-08

E.D: Di che natura è la vostra programmazione culturale?
L.P:
Quella di a.titolo è una programmazione articolata che, nella maggior parte dei casi, si sviluppa attraverso l’ideazione e la curatela di laboratori, incontri o ricerche sul campo, preliminari a un progetto di arte pubblica, a una mostra, a un evento o a una pubblicazione. Nel ‘vuoto’ che citavo prima, crediamo necessario mettere a punto metodologie - per lo più collettive e interdisciplinari - capaci di attivare nuovi strumenti d’analisi per un’aggiornata lettura della complessa ed eterogenea produzione culturale di questi anni.
Una linea principale della nostra attività è l’arte pubblica settore ancora poco riconosciuto in Italia e che noi intendiamo come un processo civico che precede l’opera; un lungo percorso e confronto che coinvolge differenti attori sociali: gruppi di cittadini, l’ambito artistico e politico, enti pubblici e privati. Con questa metodologia abbiamo curato, tra il 2001 e il 2008 nel quartiere Mirafiori Nord, nell’ambito del Programma di Iniziativa Comunitaria Urban 2 della Città di Torino, la prima applicazione in Italia del programma Nuovi Committenti, nato in Francia come Nouveaux commanditaires è promosso dalla Fondation de France di Parigi e dalla Fondazione Adriano Olivetti di Roma.
Un'altra linea importante della nostra programmazione è la formazione post-accademica e la messa a confronto tra diverse generazioni di artisti, che abbiamo messo in pratica curando workshop e incontri dedicati a temi della contemporaneità (memoria, spazio pubblico e privato, città, scienza, etc.) nelle sei edizioni (2000-2006) da noi curate di Proposte, una rassegna espositiva rivolta agli artisti under 35 promossa dalla Regione Piemonte. Una parte centrale della nostra programmazione oggi è anche dedicata al Centro Sperimentale d’Arte Contemporanea di Caraglio (Cesac) promosso dall’associazione Marcovaldo dove siamo state chiamate, fino al 2012, come direttrici artistiche. Le riflessioni su cosa possa o debba essere un centro d’arte nel 2010 sono le nostre premesse progettuali per gli appuntamenti di Fare Museo, il titolo-manifesto che accompagnerà tutta la nostra attività. Il museo oggi non è rappresentato solo dalle sue collezioni, ma da un’idea più vasta di patrimonio inteso come processo culturale. Museo è un luogo possibile di cambiamento, di incrocio di azioni sul territorio sensibili al genius loci e alla comunità. È il luogo del "fare” che, misurandosi con il contesto storico e geografico, parla di urgenze della contemporaneità. Questo hanno dimostrato gli interventi di Tania Bruguera e Maschac Gaba la scorsa estate, e in autunno i progetti e le opere ideate da Cesare Viel, Olivier Grossetête, Alessandro Quaranta, Andras Calamandrei e Irina Novarese.
Sempre nell’ambito dell’arte pubblica, in occasione di Y-our time/Torino 2010 European Youth Capital, è invece iniziato lo scorso febbraio, ed è ancora in corso, il progetto Situa.to (www.situa.to), un progetto d’arte pubblica interdisciplinare curato da a.titolo con l’architetto Maurizio Cilli. Nella sua prima fase Situa.to è stato un ‘osservatorio urbano’ al quale hanno partecipato 30 giovani tra i 22 e i 29 anni. Abbiamo ideato un percorso basato su una metodologia learning by doing e composto da workshop tenuti da architetti e artisti con esperienze d’arte pubblica e da un ciclo di incontri con sociologi, filosofi, scrittori, registi, musicisti, filmmaker e altri ricercatori che hanno lavorato, con strumenti, metodologie e linguaggi differenti nel contesto della città indagando il difficile equilibrio tra lo spazio fisico, sociale e cultura. Finita la fase formativa, alcuni luoghi e situazioni individuati dai partecipanti sono stati individuati come spazi di intervento d’arte e arredo urbano secondo un processo condiviso tra artisti e abitanti (2011-2012).

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Olivier Grossetête, Château d’eau, architettura collettiva temporanea in cartone, 09 ottobre 2010, Filatoio di Caraglio. Foto di Francesca Cirilli

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Olivier Grossetête, Château d’eau, architettura collettiva temporanea in cartone, 09 ottobre 2010, Filatoio di Caraglio. Foto di Francesca Cirilli

E.D: Cosa consigliereste ai giovani collettivi che vorrebbero attivare un progetto come il vostro?
L.P:
Di fare chiarezza su due termini che oggi vengono utilizzati in modo spesso ambiguo: arte e creatività. In Italia, le politiche culturali, in questi ultimi due decenni, tendono a utilizzare questi due vocaboli come sinonimi. E quello che accade è che ci ritroviamo immersi in una cultura che, se da un lato, su grande scala, è ancora rivolta principalmente alla salvaguardia del patrimonio storico, dall’altro, per colmare i gravi ritardi, tende ad accogliere ogni forma di creatività intesa come generica ‘animazione’, rigenerazione o tempo libero. A nostro avviso, questa confusione non permette - agli operatori come al pubblico - di costruirsi gli strumenti per una lettura puntuale, critica e consapevole dei fenomeni e delle ricerche artistiche in atto.
A un modo troppo spesso indotto del fruire cultura, crediamo urgente sostituire un esercizio dello sguardo, un’alfabetizzazione delle pratiche che per noi non significa didattica ma lettura consapevole dei processi culturali che in questi anni si stanno misurando con temi di attualità e con la storia. Produrre cultura contemporanea significa perciò progettare e ideare modelli e processi in relazione alla dimensione complessa dell’esistente; farlo, orientati verso un pubblico, una forma o un linguaggio (sia essa una scultura, un video, una perfomance, un dibattito) che paiono sempre più difficili da definire e che spesso sconfinano in altri ambiti e settori.
Un altro suggerimento è quello di tenere sempre aperto uno o più canali di comunicazione e interazione con l’esterno, essere disponibili agli apporti e alle collaborazioni per mantenere la struttura agile ed elastica al cambiamento, al tempo stesso flessibile e durevole nel tempo, condizione il più delle volte indispensabile a cogliere i frutti del lavoro svolto.


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Meschac Gaba, Perruques-architecture, défilé, 27 giugno 2010, Filatoio di Caraglio. Foto di Tommaso Mattina

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Meschac Gaba, Perruques-architecture, défilé, 27 giugno 2010, Filatoio di Caraglio. Foto di Tommaso Mattina

E.D: Sarebbe opportuno secondo voi considerare oggi il non profit al pari di un’impresa culturale?
L.P: Di nuovo stiamo parlando di un’anomalia tutta italiana. Con politiche e strutture specifiche, in altri paesi europei le realtà non profit sono messe nelle condizioni di poter operare davvero in modo indipendente e sono considerate, a tutti gli effetti, incubatori di conoscenza in relazione a un’economia innovativa. Paesi come la Francia, la Spagna, la Germania e molti dell’Est europeo, operano per creare un mileu eterogeneo di percorsi, ricerche e interventi. In Italia è invece ancora molto difficile far comprendere, anche solo agli interlocutori del settore culturale, il valore aggiunto che le realtà non profit possono offrire ai contesti nei quali sono chiamati a operare.
Il non profit in Italia opera in un contesto non aggiornato e nel quale la maggior parte delle realtà regionali è ancora vincolato alla sola attività espositiva. Un ritardo eclatante se si pensa che secondo un recente studio della Johns Hopkins University, il non profit è il settore più in crescita in almeno 20 paesi della Comunità. In Italia l’economia di questo ampio e articolato settore è pari all’8,8% del PIL, che è tantissimo se rapportato all’esiguità degli investimenti pubblici, che provengono, fatta eccezione per le discipline dello spettacolo e della conservazione del patrimonio, per la maggior parte dagli enti locali.


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Al Cubo” di Marco Del Luca per il Laboratorio Artistico Permanente di Eco Narciso a Settimo Rottaro (TO), 11 giugno 2006. Foto di Michela d’Ottavio

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Io sono questo” di Sandrine Nicoletta per il Laboratorio Artistico Permanente di Eco e Narciso a Nole, 28 maggio 2006. Foto di Michele d’Ottavio

E.D: Quali sono secondo voi le principali debolezze del settore non profit culturale italiano?
L.P:
Di certo quello del mancato aggiornamento delle politiche, degli interlocutori pubblici e privati e di conseguenza dei criteri di valutazione dei progetti. C’è ancora molta confusione nella definizione stessa di non profit culturale confuso troppo spesso con il terzo settore che ha una declinazione più sociale. Mancano quasi del tutto gli strumenti legati alla fiscalità e di conseguenza la presenza di soggetti privati disposti a porre fiducia in questo tipo di progettazione, questo aspetto evidenzia da subito anche un'altra debolezza intrinseca al sistema: la scarsa consapevolezza, da parte degli attori (artisti, curatori, mediatori) di percepirsi come ‘settore’. Nonostante lo scarso dibattito, e in un paese poco o nulla orientato all’innovazione, è però interessante notare come proprio in Italia, questo specifico settore abbia permesso il disegno di una piattaforma interessante che riesce ad accogliere, in modo spontaneo ed informale, esperienze eterogenee con un forte potenziale di innovazione. Forse le cose stanno cambiando?


In copertina: Le a.titolo all’interno di Totipotent Architecture di Lucy Orta. Foto Giulia Caira





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