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Emiliano Ponzi, l’illustrazione in sintesi
Data: 07.04.2011

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Dietro occhiali spessi neri c'è lo spazio visivo di Emilano Ponzi, giovane illustratore italiano, le cui opere sono state elette tra le 10 migliori al mondo dal New York Times nel 2010 e celebrate dall'Adc di New York. Nonostante la fama internazionale, Emiliano mantiene le sue radici in Italia, in particolare a Milano dove vive e lavora, la dimostrazione che il talento creativo non sempre fugge. Minimali, iconiche ed universali, le sue illustrazioni sono una sintesi visiva del mondo, dall'attualità ai soggetti di più ampio respiro, passando per progetti di design. Chiacchierando con lui abbiamo scoperto che tutto è iniziato disegnando supereroi. I super poteri gli sono rimasti. Francesco Neri: Come ti sei avvicinato all’arte e all’illustrazione?
Emiliano Ponzi: I comics sono stati di sicuro il primo contatto con il mondo delle forme e dei colori. Da bambino riproducevo i supereroi americani seduto al tavolo della cucina mentre mia madre si occupava delle faccende di casa. In un secondo momento il disegno è diventato un’esigenza espressiva e con questo diverso approccio è cresciuta la voglia di acquisire nuovi strumenti di questo linguaggio. Ho frequentato il liceo classico e parallelamente seguivo diversi corsi, dal fumetto all’acquarello. Di conseguenza ho iniziato a studiare le tecniche dei maestri della pittura classica e moderna e a frequentare musei. Fino a 18 anni non sapevo bene nemmeno cosa fosse l’illustrazione, l’ho realizzato trasferendomi a Milano per frequentare L’istituto Europeo di Design.

F.N:
Le tue opere spesso raccontano il nostro tempo, illustrando articoli di importanti giornalisti internazionali o diventando il “volto” delle opere di grandi scrittori. Che ruolo ha l’attualità nella tua arte?
E.P: C’è sempre una linea di confine tra l’ispirazione e il mestiere, fatto di scadenze e argomenti che, nel mio caso, cerco di tradurre in immagini. Bisogna avere la capacità di confrontarsi con ogni lavoro con occhi nuovi come se fosse il primo, cercando di dare il massimo di se stessi.

F.N: Fai mai arte per te stesso?
E.P:
No, lavoro molte ore ogni giorno e non sento mai l’esigenza di dover continuare o di dover esprimere qualcosa d’altro in quanto ciò che pubblico è ciò che sono, mi rappresenta. Negli anni 80 la maggior parte degli illustratori seguiva stili più codificati come l’iperrealismo dunque capitava spesso che la loro personale ricerca si muovesse in direzioni diverse e fosse relegata ai ritagli di tempo fuori da quello lavorativo, mentre oggi succede l’opposto: si è riconosciuti proprio perché il proprio stile differisce enormemente da quello di altri. L’individualismo, il proprio frammento del prisma attraverso il quale si filtra il mondo è il tratto distintivo che desta attenzione.

F.N: Le tue opere compaiono sulle pagine di molti tra i più importanti giornali, magazine e libri di mezzo mondo, dal New York Times a Le Monde e La Repubblica, solo per citarne alcuni. Ci sono delle differenze nel lavorare per un pubblico italiano o internazionale?
E.P:
In realtà l’approccio è lo stesso su ogni lavoro che produco, le uniche varianti sono il prezzo e la destinazione ovvero dove verrà pubblicato o esposto. Quando lavoro per un pubblico internazionale cerco di usare nelle mie illustrazioni dei riferimenti più universali in modo da poter arrivare ad un maggior numero di persone possibile senza barriere culturali. Per quanto riguarda le possibilità che ogni paese offre ad un giovane artista le cose sono leggermente diverse. Negli Stati Uniti il mio primo incarico per il New York Times è arrivato grazie ad un’e-mail inviata quasi per caso, dopo appena due ore mi hanno risposto e nello stesso giorno ho ottenuto il mio primo incarico.  

F.N: Preferisci lavorare su temi di attualità o su soggetti di più ampio respiro?

E.P:
Quando si lavora per i quotidiani ci si sente come Carl Lewis, il figlio del vento. La tempistica è fondamentale e la capacità di produrre in tempi ristretti è come un lungo allenamento che bisogna aver fatto precedentemente. Il limite è sempre mantenere alto lo standard qualitativo, quando questa variabile è troppo a rischio preferisco rifiutare. Lavori più ad ampio respiro, invece, come una campagna pubblicitaria o un libro necessitano di doti opposte: dal costruire al disfare per poi ricostruire. Serve una maggiore capacità di progettazione e una visione d’insieme per la quale ogni elemento deve essere armonico con gli altri.

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Arms control
cliente-Middlebury
anno: 2010

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Aggressive China

cliente: Newsweek

anno:2010


F.N: Frequenti spesso mostre o gallerie? Quanta arte “consumi”?
E.P:
Rispondo con una citazione di Thomas Bernhard: “Quando scrivo non leggo nulla, quando leggo non scrivo nulla.” Nel senso che c’è una prima fase in cui si legge molto poi, quando si inizia a scrivere, non si legge più per non farsi influenzare e non contaminare il progetto a cui si è dediti. Consumo molta arte quotidianamente in maniera più superficiale mentre, nei periodi in cui non lavoro o viaggio mi dedico alla ricerca in maniera più analitica. Ricordo la mia prima volta al Metropolitan , sono rimasto letteralmente folgorato da un’esposizione delle opere di Chuck Close, lì ho capito l’importanza di credere e dominare la tecnica e il linguaggio. Ogni anno comunque visito regolarmente musei, esposizioni temporanee, dalla Triennale di Milano alla Tate di Londra o al Moma di New York, fino a piccole gallerie come la Giant Robot di New York o la Martel di Parigi. Ultimamente ho molto apprezzato la prima edizione dell’Affordable art fair, fiera d’arte contemporanea tenutasi al Superstudio Più di Milano lo scorso febbraio. I prezzi delle opere esposte avevano un tetto massimo di 5000 euro, un’ ottima maniera per democratizzare la fruizione d’arte e renderne accessibile il possesso anche a chi non è un professionista del settore.

F.N: Quali sono i tratti più caratteristici delle tue opere?
E.P:
Sicuramente la comunicabilità dell’idea. Riuscire a trovare un codice espressivo che funzioni è la sfida più grande per me. La sprovincializzazione del comunicato è il primo obiettivo, se una mia immagine arriva a destinazione e viene compresa in egual modo da un cittadino di Los Angeles e da uno di Shanghai significa che ho raggiunto la meta. Per quanto riguarda il processo di realizzazione dei miei lavori, invece, mi ispiro alla teoria del filosofo William of Ockham: “E’ inutile fare con più ciò che si può fare con meno”. Dunque sintesi come punto di arrivo dopo un bagno di complessità. Via orpelli e leziosità, ottimizzo le mie immagini con quello che serve per essere comprensibili e ometto ciò che risulterebbe superfluo. Un concetto alla volta, pochi segni e colori, una ricerca che probabilmente approderà ad un immaginario quasi iconico.

F.N: Che tecnica usi?

E.P: Disegno utilizzando supporti digitali, si tratta di una tecnica che si affianca a quelle più tradizionali. Parlando di arte commerciale la distinzione tra un pixel o un ordito di tela non fa più differenza. L’unico scoglio è identificare un originale concreto che nello specifico è un codice binario custodito in un hard disk. Si esce dall’empasse con riproduzioni autografate in originale.

F.N:Più per comodità o per esigenza?
E.P:
In senso machiavellico mi verrebbe da affermare che il fine giustifica i mezzi, quello che conta è il prodotto finale mentre il processo diventa la parte meno rilevante da questa angolazione. Se l’idea è vincente, il come viene realizzata diventa molto relativo.

F.N: Pensi che la tua arte regga il tempo?
E.P:
E’ sicuramente uno dei miei obiettivi, per questo cerco di non utilizzare temi “transitori” nelle mie opere ma di descrivere il nostro tempo, di esserne un testimone e un interprete. In questo senso l’essere uomini o cittadini del proprio tempo non significa seguire filoni o correnti ma tutt’altro, significa seguire l’universalità, il minimo comune denominatore in cui l’uomo di oggi e quello di domani potranno specchiarsi entrambi.

F.N: Come si costruisce un’identità visiva?

E.P: Creare un’identità come illustratori, artisti o professionisti è come crescere e crearsi un’identità in assoluto: 'Mario Rossi è alto, moro, simpatico ma un po’ tirchio'. Dunque in parte è un processo, una gestazione che richiede comunque un tempo fisiologico; d’altro canto è come essere registi di una grande pièce teatrale: si scelgono i propri attori, si decide la coreografia migliore, le luci…in qualche modo bisogna prima popolare il proprio vissuto interno e poi restituirlo all'esterno.

F.N: Guardando le tue opere cosa ti piacerebbe che la gente notasse?
E.P:
Mi piacerebbe che trovassero qualcosa che parla di loro. Negli USA con la parola “Artist” si intendono sia gli artisti in senso lato che gli illustratori anche se credo che sia necessario un distinguo. L’illustrazione nasce forse con Norman Rockwell agli inizi del 900, interprete della cultura popolare dell’epoca. In questo senso l’illustrazione contempla, fin dalla nascita di un’immagine, l’altro; che è il punto di partenza ma soprattutto d’arrivo. Se per opera d’arte intendiamo una manifestazione dell’io dell'artista o di chi crea, per assurdo un’istallazione è già opera quando viene terminata da uno scultore nel proprio studio. Mentre l’illustrazione lo può diventare quando viene commissionata, vista e riconosciuta.

F.N: A cosa stai lavorando ora? Cosa c’è nella tua agenda?

E.P:Ho diversi progetti in cantiere, da copertine di libri ad animazioni e illustrazioni per magazine. Sto cercando di diversificare. Collaborazioni in ambiti differenti portano nuova energia e vigore ad un lavoro che necessita di essere reinventato ogni giorno, questo è un buon modo per trovare rinnovate motivazioni ed esplorare la materia da angoli diversi.

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No sex please, we are middle class

cliente: The New York Times

anno: 2010
 

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Ricerca interiore
cliente: La Repubblica
anno:2011
 

In copertina: Emililano Ponzi. Foto di Alice Cervetti





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