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Conversazione con Andrea Mastrovito
Data: 19.04.2011

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Vai all'evento: Andrea Mastrovito - LE CINQUE GIORNATE

Vai alla sede: Museo del Novecento

Gli artisti correlati: Andrea Mastrovito




Andrea Mastrovito (Bergamo, 1978), vulcanico artista che vive e lavora tra Bergamo e New York, ha conquistato il pubblico internazionale grazie alla sua straordinaria capacità nel disegno e nell’utilizzo dei più diversi materiali, che trasforma attraverso un sottile atto di creazione e ri-creazione della materia e del ‘mondo’, dando vita a suggestive opere e installazioni. L’artista, vincitore del Premio New York 2007, ha esposto in numerose sedi pubbliche e private in Italia, in Europa e negli Stati Uniti, dal Museum of Art and Design e l’Italian Cultural Institute di New York, al Palais des Expositions di Bruxelles, dalla Galleria Analix Forever e l’Hôtel de Ville di Ginevra, alle boutiques Dior di Parigi, dalla Fondazione Sandretto Re Rebaudengo di Torino, al Museo Pecci di Prato e al MAXXI di Roma. Oltre ad aver da poco realizzato l’evento Le cinque giornate al Museo del Novecento di Milano, in queste settimane è protagonista di una serie di interessanti eventi espositivi, dalla Biennale Giovani di Monza a un’importante personale a Casa Testori a Novate Milanese, che rimarrà aperta fino all’8 maggio. A Casa Testori – dove aveva già esposto nel 2010 in occasione della rassegna Giorni Felici, che lo aveva visto vincitore – presenta Easy come, easy go, un’intensa e ricchissima mostra in cui il dialogo con il luogo diventa anche opportunità di dialogo con sé stesso e con le radici e declinazioni del proprio fare artistico.

Viviana Pozzoli: Cominciamo dalla tua personale a Casa Testori, Easy come, easy go. Si tratta di una mostra ricchissima, di grande qualità, in cui il pubblico è invitato a confrontarsi con tutta la complessità del tuo immaginario e dei tuoi mezzi espressivi attraverso una vasta serie di opere, come in un’antologica. Il percorso, che si snoda anche narrativamente lungo le venti sale della casa, comincia da Manuale per giovani artisti, una serie di disegni a matita, mai esposta prima, composta da 26 autoritratti in cui ti presenti e rappresenti. Tutto sembra iniziare da lì: un punto di partenza fisico e insieme simbolico, ‘creativo’. Com’è nata la scelta di presentare questo corpus, legame con il tuo mondo più intimo e privato?
Andrea Mastrovito:
Inizialmente volevo intitolare la mostra “Manuale per giovani artisti”, proprio come questa serie di 26 autoritratti in cui, con gesti semplici, cerco di spiegare quella che dovrebbe essere la risposta/reazione dell'artista di fronte alle dinamiche della vita di ogni giorno. Una sorta di “miracoli del cazzo”, per farla breve. Poi, assieme a Julia Draganovic, abbiamo pensato che un titolo del genere sarebbe stato troppo impegnativo, in quanto non potevo certo permettermi di voler insegnare ai miei coetanei. I disegni, però, sono rimasti nelle prime due sale come ad accogliere il visitatore, facendolo entrare subito in contatto con l'atto creativo primigenio (quello del disegno appunto). Sono disegni in cui, quasi boettianamente, rimetto al mondo il mondo, e funzionano da viatico per la mostra: la loro intimità permette il passaggio dal particolare all'universale e viceversa, lungo tutto il percorso delle venti stanze. Molti di questi disegni sono stati alla base di parecchi collages e di alcune grandi installazioni realizzate in questi anni (da Eine Symphonie des Grauens a Johnny a Robespierre a Enciclopedia dei fiori da giardino etc...): posti all'inizio della mostra, servono più di qualsiasi spiegazione. Come diceva Napoleone, un disegno vale più di mille parole.

V.P: Ciò che più mi ha più colpito della mostra è stata la sensazione diffusa di entrare in contatto con una dimensione fortemente privata ed emozionale, una sotterranea e intima geografia del vissuto che converge genuinamente con l’approccio di Testori alla critica d’arte. C’è un forte senso di naturalezza nel percorso espositivo, eppure non tutte le opere sono state realizzate per la mostra. Come le hai ripensate per il luogo? Come hai lavorato su Testori e sugli spazi?
A.M:
Diciamo che, volendo, è possibile dividere la mostra in due parti, seguendo la suddivisione dei piani. Al piano terra c'è una sorta di “presentazione” del mio lavoro a Giovanni Testori. Devi sapere che Testori, nel momento in cui entrava in contatto con l'opera di un artista che lo affascinava particolarmente, cercava di circondarsi del maggior numero possibile di opere di quest'artista, appunto, in modo da ricavarne poi – attraverso l'osservazione continua, lo studio, la ricerca – le passioni, l'indole, la vita stessa del pittore. Un percorso a ritroso che parte dalle opere e finisce all'artista. Per questo al piano terra ho cercato di presentare le radici del mio lavoro (i disegni, i primi collages) e le loro declinazioni più mentali (i giardini di libri, la biblioteca fotocopiata, Dracula) ed emozionali (Johnny, sorta di grande collage di immagini in movimento, e Easy Come Easy Go, la deposizione realizzata con del nastro adesivo su tapparella, che dà il titolo alla mostra). Al primo piano, invece, ho fatto in modo che la mia vita entrasse in contatto con quella di Testori: in quelle stanze la famiglia viveva, dormiva, scopava, nasceva, cresceva, moriva, pregava etc... Immagina di tracciare una linea dritta, quindi due parallele, una sopra ed una sotto: quella sopra è la mia vita, quella sotto la vita di Testori. Il percorso delle nove stanze al piano superiore è una sorta di curva sinusoidale che tange, alternativamente, le due linee, ed incrociandosi con la linea di mezzo – quella che potremmo definire “delle opere” – dà vita appunto alle installazioni che parlano al contempo di me, di lui, e del mondo tutto attorno. Arrivarci è stato davvero un casino. Per la prima volta in vita mia credo di aver faticato molto ma molto di più a concepire l'intero lavoro/percorso piuttosto che a realizzarlo fisicamente (sebbene anche la realizzazione abbia comportato tre mesi di intenso lavoro).

V.P: Il tuo lavoro è costellato di riferimenti più o meno espliciti – oltre che alla musica, al cinema e alla letteratura – alla storia dell’arte: cito, su tutti, i tuoi
collages e gli Haiku (brevi sketches ironici e irriverenti sul sistema dell’arte). Si tratta, a mio parere, di un approccio vitale e autentico, molto lontano da un certo “citazionismo di maniera”. Quanto è importante per te lo studio e il confronto con l’arte del passato e del presente?
A.M:
Nulla si crea e nulla si distrugge, ci hanno insegnato a scuola. Sulle magliette ultras una volta c'era scritto: Rispettare il passato. Credere nel presente. Lottare per il futuro. Frase retorica? Forse, ma essenziale: lo studio del passato mi ha permesso, e mi permette, di trovare ogni volta stimoli per soluzioni plastiche nuove e, al contempo, il confronto col presente mi spinge a rendere queste soluzioni non solo nuove, ma funzionali ad un passo successivo. Per questo col tempo ho imparato – controvoglia – persino a viaggiare, a muovere il culo per respirare quello che succede tutto attorno.

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Andrea Mastrovito, I migranti di Lampedusa,
dal ciclo Le cinque giornate
Museo del Novecento 2011


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Andrea Mastrovito, Johnny, 2006

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Andrea Mastrovito, No one leaves/No one lives
, 2011

V.P: Parliamo del tuo rapporto con i libri. Oltre ad utilizzarli come materiale e strumento di lavoro, dalle tue opere sembra trasparire un vero amore, sia per l’oggetto materiale, fatto di carta e inchiostro, che per la lettura.

A.M:
Beh, quando qualcuno mi chiede del mio rapporto coi libri, penso sempre ad un capitolo di On the way to work di Damien Hirst, in cui lui stesso ammette di aver imparato tutto quel che sa di arte dai libri, dai libri d'arte e dai libri d'artista. Sfogliare libri è fondamentale, credo, per ogni artista. Senza cadere poi però nel citazionismo: l'arte non è letteratura.

V.P: Quali sono le tue ultime letture?
A.M:
Le ultime letture? A parte il Dylan Dog, ultimamente ho letto Destini peggiori della morte di Vonnegut, e Cecità e Caino di Saramago. Oltre a numerosi cataloghi: sfogliare libri su Boetti, Ortega, Goya, Dürer, Gilbert & George mi rilassa ed aiuta moltissimo...

V.P: Sei un artista vulcanico, che utilizza un numero non precisato di tecniche – dalle più tradizionali come il disegno, il collage o il video fino al cutter, la fotocopia, l’incisione su muro, etc. – e materiali – quali carta, chiodini, fili... Quali sono le tecniche e i materiali che prediligi o ai quali ti senti più legato? Com’è il tuo processo di creazione?
A.M: Direi che quasi tutti questi lavori, tecnicamente, nascono dall'incisione. Sì dall'antica tecnica incisoria, praticata per anni in accademia: lì ho imparato – a fatica – a ripulire il segno. Sai Viviana, il segno incisorio è inequivocabile. Ti dice tutto, ovvero ti parla e ti racconta se chi l'ha fatto sapeva o meno cosa stava facendo in quel momento. Così ho cominciato a distinguere i segni tra “intelligenti” e “coglioni”. Cerco sempre di eliminare i segni più coglioni, quelli che, inevitabilmente, ti scappano e rovinano tutto. Certo, non sempre ci si riesce e, anzi, a volte sono proprio quegli incidenti che fanno nascere altri lavori...

V.P: Nei giorni scorsi al Museo del Novecento hai dato vita a una serie di performances dal titolo Le cinque giornate, in cui il pubblico per cinque sere consecutive ha dato vita a una sorta coreografia da stadio componendo, grazie all’accostamento di tanti cartoncini, una serie di disegni monumentali da te realizzati ispirandoti a episodi salienti della storia e dell’attualità d’Italia. Vuoi fare un bilancio di questa esperienza?
A.M:
Per la prima volta da tanti anni a questa parte, ho temuto di non farcela. Sai quando non vedi la fine del tunnel? Ero molto provato dalla mostra a Casa Testori e, due giorni dopo, dovevo inaugurare questa serie di interventi. Ebbene ancora la mattina del 5 aprile, giorno della prima performance, non avevo ben chiaro in mente cosa fare. Poi, per miracolo, tutto ha funzionato alla perfezione, grazie a Dio, e grazie a tutte le persone che mi hanno supportato alla grande. Credo che il mio lavoro non esisterebbe senza la gente – e qui mi riallaccio alla tua domanda successiva (avevo infatti chiesto ad Andrea “Più in generale, com’è il tuo rapporto con il pubblico?”, ndr) – si nutre della massa e anzi si lascia plasmare da essa. A Casa Testori volevo che il tutto fosse una grande festa, come per ringraziare tutti coloro che in questi anni mi hanno aiutato ogni santo giorno, anche solo con un sorriso, se non addirittura intervenendo fisicamente nei miei lavori Al Museo del Novecento ho addirittura cercato di far sì che fosse il pubblico stesso il protagonista, dapprima invitandolo a dipingere con me i 32 cartoncini fronte-retro durante il giorno e poi, la sera, chiedendogli di far vivere le immagini dipinte. Mi sono rimesso interamente a loro, col rischio (poi successo, la sera del mercoledì) che nulla funzionasse e che il lavoro di tutta una giornata andasse perso in 30 secondi...

V.P: Hai all’attivo numerose esperienze lavorative ed espositive sia in Italia che all’estero – in Europa e negli Stati Uniti. Ci sono delle differenze nel lavorare per un pubblico italiano o internazionale?
A.M:
No, non ne trovo, solitamente sono talmente invasivo che cerco di colonizzare lo spazio attorno a me ricreando il mio habitat naturale originario...

V.P: Quali saranno i tuoi prossimi spostamenti e a cosa stai lavorando ora? Hai già un progetto in mente che ci puoi anticipare?
A.M:
Beh fra un mesetto circa sarò a New York, provo ad andare a star lì per un po’, ho bisogno di cambiare aria per tanti motivi, personali e non... Poi beh, ci sono molti progetti in questo momento, da lavori a Parigi ad una grossa installazione a Londra, dalla personale da 1000eventi di settembre (con una serie sui Martires) all'abside di una Chiesa in costruzione qui a Bergamo... Insomma, come diceva il grande Gianni Bugno, “vedremo....”.

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Andrea Mastrovito, Libraries are not made, they grow, 2008-2011

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Andrea Mastrovito, Senza titolo, 2009

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Andrea Mastrovito, dalla serie Lo studio Testori, 2011


In copertina: Andrea Mastrovito, The Island of Dr. Mastrovito - Governors Island, New York 2010






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