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Jim Goldberg. Deutsche Börse Photography Prize 2011
Data: 23.05.2011

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In the open see don’t have border”. Lo sguardo di Jim Goldberg


“A documentary storyteller” è la garbata quanto affascinante definizione che dà di sé Jim Goldberg, il fotografo americano, fresco vincitore del Deutsche Börse Photography Prize 2011, che ha consacrato gli anni più recenti della propria attività alle storie dei cosiddetti “nuovi europei”: uomini e donne testimoni di sofferenze e soprusi, ma anche di una tenace speranza; profughi, clandestini e rifugiati in fuga da scenari di guerra, oppressioni, povertà, violenze e realtà devastate dalla piaga dell’Aids per cercare di raggiungere l’Europa e iniziare una nuova vita.
Membro dell’agenzia Magnum e vincitore nel 2007 del Premio Cartier-Bresson, Goldberg ha votato tutta la sua ricerca all’analisi dei mutamenti sociali e antropologici che coinvolgono i diversi volti delle società contemporanee, secondo un approccio, per certi versi molto vicino al cinéma vérité, di tipo narrativo e sperimentale. I suoi progetti fotografici, da Rich and Poor (1977-1985), a Raised by Wolves (1987-1993), fino all’attuale Open See (dal 2003) – confluiti in celebri volumi ed eventi espositivi – raccontano di realtà ai margini, al di fuori del mainstream, e lo fanno altresì grazie a un uso innovativo di parole e testi, spesso scritti dagli stessi protagonisti degli scatti, che si mescolano alle immagini aprendo a dimensioni empatiche inaspettate.
Goldberg inizia a esplorare le potenzialità di questa pratica in Rich and Poor, un’icastica e graffiante rappresentazione della contemporaneità americana (non del tutto priva di una certa ironia) in cui l’autore accosta ritratti di persone disagiate nelle loro case ad altrettante immagini di uomini e donne dell’alta borghesia. Le fotografie sono accompagnate da parole, aspirazioni, illusioni, brevi commenti e riflessioni sulle proprie vite, annotate dai soggetti degli scatti direttamente sulla carta fotografica, in un insieme dal forte impatto emotivo che tratteggia, per smascherarli, i (falsi) miti imperanti del potere e della felicità. In forte continuità con questa riflessione si pone il lavoro sulle subculture giovanili, Raised by Wolves, che vede Goldberg confrontarsi con le vicende umane di una giovane ragazza scappata di casa la quale si trova a vivere la dura realtà degli outsiders per le strade di San Francisco e di Los Angeles. La serie documenta le difficili esperienze di questi ragazzi di strada, il loro rapporto, tra gli altri, con gli operatori sanitari che li assistono e con la polizia, ricostruendo uno straziante spaccato della società americana e delle sue contraddizioni. Gli scatti, accompagnati da video, oggetti, documenti e testi manoscritti, gettano una luce vivida – mai patetica o scontata – su una stagione complessa come quella dell’adolescenza, costellata di insidie e incertezze e contemporaneamente attraversata da una costante ricerca di condivisione e felicità, inducendo a riflettere, oltre che sulla dimensione privata, su quella pubblica e sulle responsabilità morali, sociali e politiche delle istituzioni.
Il suo ultimo progetto, Open See, è dedicato all’immigrazione, una tematica drammaticamente attuale in questo momento storico. Open See (poetico e insieme profetico refuso) nasce in occasione dei Giochi Olimpici di Atene 2004 con l’intento di documentare la difficile situazione dell’immigrazione in Grecia, un Paese che conta circa 2 milioni di profughi, la maggior parte dei quali vive in clandestinità nella totale impossibilità di avvalersi dei diritti fondamentali e di lavorare legalmente. In seguito al conferimento del Premio Cartier-Bresson Goldberg trova i finanziamenti per ampliare il suo progetto e decide così di intraprendere un viaggio nei Paesi d’origine dei suoi soggetti, tra cui l’Ucraina, la Liberia, il Bangladesh. Risultato di questo lavoro – tuttora in progress – è una strepitosa raccolta di fotografie, video-stills, polaroids, vecchie immagini e testi scritti a mano, in grado di creare un universo narrativo frammentario di grande suggestione che rompe definitivamente con le regole tradizionali del genere documentario. Gli aspetti più discutibili del reportage fotografico contemporaneo, quali la desensibilizzazione dello spettatore causata dal bombardamento mediatico di immagini di sofferenza cui è sottoposto, o la possibile spettacolarizzazione dell’immigrato e del suo travaglio, sono indirettamente esorcizzati nel lavoro, che assume le forme di un’osmosi, una sorta di collaborazione creativa con i soggetti fotografati, anche grazie alla possibilità loro offerta di raccontare le proprie storie direttamente attraverso i propri volti e le riflessioni che li accompagnano.

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Jim Goldberg, Greece


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Jim Goldberg, Africa

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Jim Goldberg, Bangladesh

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Jim Goldberg, Bangladesh

Questi ritratti, ambientati in scene di strada o interni domestici, restituiscono le vite in sospeso di queste persone in immagini di una bellezza rarefatta e sfuggente. Una luce diffusa illumina le composizioni, talora intensamente mosse e sfocate, vivificate dai colori a tratti tenui, a tratti intensamente saturi. Goldberg suggerisce ulteriori livelli di senso grazie all’occasionale ricorso a manipolazioni, sovrimpressioni e montaggi di grande potenza espressiva, che schiudono allo spettatore inediti orizzonti interpretativi. È tuttavia l’uso di parole mescolate alle immagini la cifra stilistica più significativa di tutta la sua produzione. Goldberg incoraggia spesso le persone che fotografa a scrivere sui loro ritratti, dando vita a risultati talvolta scontati, talaltra del tutto inaspettati, spesso persino profetici, frutto di appunti semplici, di speranza e di dolore, magari banali, ma sempre intensi e – amaramente – poetici. Una delle immagini simbolo di questa prassi è il ritratto di un ragazzo del Bangladesh, Syed, che intorno al proprio profilo ha scelto di scrivere “My dream is to go to Europe”: un messaggio di una semplicità disarmante, che sa scavare nel profondo delle coscienze. I testi scritti nelle lingue delle persone ritratte, creano un’aura di mistero intorno ai quei volti e alle loro storie; una condizione che forza – smascherandolo – il gesto voyeuristico dello spettatore, portandolo a interrogarsi, e ad essere interrogato, sul proprio ruolo di fronte alle immagini. Malgrado Goldberg abbia affermato “I'm not a politically radical person. In fact, I'm much more interested in being radical aesthetically”, la sua opera ha delle evidenti implicazioni politiche e sociali. Il suo approccio dinamico e innovativo al genere documentario è estremamente efficace nel veicolare suggestioni, pensieri e messaggi. Una delle immagini più intense, forti e pregnanti del ciclo è Ukraine #3, il ritratto di una giovane famiglia in cammino verso il futuro e la speranza, un nuovo Quarto Stato, un’allegoria post-moderna – utopica e distopica allo stesso tempo – ricca di reminiscenze storiche e culturali. Esiste un fil rouge che corre sotterraneo per tutto il lavoro, ed è legato al concetto di ‘testimonianza’. La testimonianza di migranti, profughi, clandestini, vittime di tratta e rifugiati provenienti dall’Africa, dal Medio Oriente o dall’Est Europa, in fuga da realtà drammatiche e pronti ad affrontare immense difficoltà guidati dal desiderio di libertà e da un’indomita volontà di sopravvivere, in cerca di una stabilità e un futuro migliore. Questi “nuovi europei”, pur provenendo da scenari travagliati, ci sanno raccontare con misura e dignità storie di coraggio e speranza. Sebbene tocchi principalmente il panorama e le problematiche legate al contesto greco, il progetto Open See abbraccia una molteplicità di tematiche di più ampio respiro e solleva il problema del razzismo e della persecuzione culturale a livello globale. La forza di queste fotografie risiede nel rispetto e nell’umanità dello sguardo con cui sono state scattate; nel loro tentativo di instaurare un dialogo; nella capacità di porre delle domande senza avere la pretesa di indicare delle risposte.
È del tutto banale sottolineare la drammatica urgenza che il tema dell’immigrazione riveste, oggi più che mai, nel nostro Paese. I recenti episodi hanno dimostrato la mancanza di volontà non solo di gestire, ma anche più semplicemente di affrontare questo aspetto. Abbiamo assistito ad una forte ostilità, a proposte ridicole e del tutto inadeguate, nonché a un grottesco teatrino di tira e molla con gli organismi internazionali. Di fronte a fotografie come quelle di Jim Goldberg prende corpo, inevitabilmente, tutto il peso di questa inadeguatezza e si viene indotti a una riflessione. Confidiamo fortemente che davanti all’attuale scenario internazionale i Paesi dell’Occidente si pongano delle domande, che abbandonino la politica del rifiuto che cerca di ostacolare l’immigrazione con metodi anacronistici e inadeguati, che capiscano la portata del fenomeno e la sua rilevanza, che si fermino a riflettere sulla problematica – che non significa, fatalmente, problema; semmai lo implica il suo sordo e incondizionato rifiuto – e si preparino ad affrontare una delle più importanti sfide del futuro.





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