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La fortuna di Rousseau in Italia da Soffici e Carrà a Breveglieri alla Fondazione Stelline
Data: 25.05.2011

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Vai all'evento: Lo stupore nello sguardo. La fortuna di Rousseau in Italia da Soffici e Carrà a Breveglieri

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Lo stupore nello sguardo


Ancora pochi giorni, fino al 1 giugno, salvo proroghe, per apprezzare Lo stupore nello sguardo. La fortuna di Rousseau in Italia da Soffici e Carrà a Breveglieri, esposizione realizzata con estrema dovizia e ricercatezza dalla Fondazione Stelline, con la curatela di Elena Pontiggia.

Non una mostra per far grandi numeri, per attrarre capitali, investitori e file chilometriche, ma piuttosto la sana volontà, sforzo di studi e ricerche, di ricostruire un attento percorso che parte dalla volontà di indagare l’eredità di Rousseau in Italia, giungendo a mostrarci inedite tele del multiformico Carrà, sempre capace di farci restare letteralmente a bocca aperta, per chiudere con una sezione interamente dedicata alla ri-scoperta di Breveglieri (1902-1948), dopo trent’anni dalla sua ultima antologica. Dell’artista milanese sono esposte tutte le opere più importanti, nella quali ritroviamo la Milano più caratteristica, San Siro, Lambrate, i giardini pubblici di Palestro, restituiti con una geniale ingenuità pittorica, che trasfigura la metafisica città sironiana in una trasognata e magica Milano a prova di bambino.

Tornando a Rousseau, spinta propulsiva dell’esposizione, la stessa Pontiggia, nel fondamentale catalogo pubblicato da Silvana Editoriale, qui vero strumento di studio e ricerca più che mera raccolta iconografica, sottolinea come l’artista parigino sia stato fondamentale per numerosi artisti italiani. Precisamente il suo influsso, scrive Pontiggia, si avverte in tre precisi momenti: nella Firenze dei primi anni dieci, dove nel 1910 Soffici fa conoscere il Doganiere con un articolo che è una sorta di manifesto del primitivismo, mentre nel 1914 cura la sua prima monografia italiana, radunando intorno a sé alcuni giovani, tra cui Rosai e Zanini; nella Milano del 1915-16 che diventa una vera capitale della pittura alla Rousseau: una città dove lavorano Carrà e Garbari, e dove tra il 1914 e il 1915 si ferma Ungaretti, interessato a ritrovare l’intensità originaria della parola come l’amico Carrà a ricercare quella delle forme; nella Milano tra i tardi anni venti e il decennio successivo, dove nel 1927 torna a vivere Garbari, dove Persico, Bardi e Belli teorizzano la maladresse (l’imperizia espressiva), ma dove si diffondono anche il rousseauianesimo neoquattrocentesco di Usellini e quello più immediato di Brevegliari. Il percorso espositivo si apre quindi con opere centrali di Rousseau, che permettono agevolmente di rendersi conto della particolare poetica dell’artista. Passerella di Poussy, 1890-’91, in prestito eccezionale dai Musei di Lugano, rappresenta un esempio emblematico della sua visione stupefatta ed “ingenua” del reale.

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Da Rousseau si passa subito agevolmente alle opere di Soffici, tra cui la sconosciuta Copia di Natura morta con caffettiera di Rousseau, ritrovata in una collezione brasiliana e realizzata da Soffici prima di vendere l’originale di Rousseau; le monumentali decorazione di Bulciano (1914), eseguite per la casa di Papini, e i famosi Trofeini (1914-15), poeticamente ispirati alle insegne dei venditori di cocomero, e dove la semplicità compositiva è modello preso da Rousseau.

Si affianca alla produzione di Soffici l’estrema ricercatezza di Carrà, presente con alcuni dei suoi massimi capolavori “rousseauniani” come La stella del Cafè Chantant, 1915-16, o come Ricordi d’infanzia e La carrozzella, in prestito dal Mart di Rovereto, in cui spiccano l’essenzialità delle forme immerse nel vuoto, che ritroviamo parallelamente anche nella sintesi ungarettiana dei versi del Porto sepolto, 1916. Interessanti sono poi le opere selezionate di Rosai, i cui omini dei primi anni Venti strizzano l’occhio alle visioni di Rousseau, sospendendo le scene “paesane” tra citazioni in suo onore e piccoli momenti di vita quotidiana; su tutti Via Toscanella, Trattoria Lacerba e Conversazione, datati 1922.

Interessante interscambio con la Pinacoteca di Brera, che in occasione dell’esposizione alle Stelline propone un approfondimento sui Fiori di Morandi del 1916, raccolti nella collezione Jesi. Il modello cui Morandi guarda per la realizzazione della sua natura morta è Mazzo di fiori con pratoline, 1910, di Rousseau, riportato nella prima monografia italiana sull’artista, curata da Soffici nel 1914. I fiori della Jesi ne sono, come ha commentato Vitali “una filiazione diretta”. Si ritrovano infatti le stesse specie fiorifere, oltre ad una medesima concezione spaziale. Differente solo la resa delle foglie, che mentre in Rousseau appaiono definite e lisce, in Morandi risentono del passare del tempo, assumendo una connotazione più naturalistica nella tendenza ad accartocciarsi e rinsecchirsi.








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