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“Entre siempre y jamàs”. Il Padiglione America Latina – IILA alla 54. Biennale di Venezia.
Data: 25.05.2011

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Vai all'evento: Padiglione America Latina - IILA

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Gli artisti correlati: Christine De La Garenne, Mirta, Narda Alvarado, Julieta Aranda, Leticia El Halli Obeid, Neville D ́almeida, Juan Fernando Herrán, Sila Chanto, Reynier Leyva Novo, María Rosa Jijón, Walterio Iraheta, Regina José Galindo, Adán Vallecillo, Rolando Castellón, Humberto Vélez, Claudia Casarino, Fernando Gutiérrez, David Pérez Karmadavis, Martín Sastre, Alexander Apóstol Alberto De Agostini, Gianfranco Foschino, Olaf Holzapfel Con Teresa, Dionisia, Noelia E Luisa Gutiérrez, Bjørn Melhus, Sebastián Preece



Il 2011 non è solo l’anno del 150° anniversario dell’Unità d’Italia, ma segna anche il coronamento dei festeggiamenti per il Bicentenario dell’Indipendenza dell’America Latina. Tra il 2009 e il 2010, infatti, ha trovato il suo svolgimento, attraverso 15 città del continente sudamericano, il progetto “Menos tiempo que lugar”. “Entre siempre y jàmas” è invece il titolo della mostra del Padiglione America Latina – IILA (Istituto italo – latino americano), che traccia la conclusione del percorso avviato negli ultimi due anni in Sud America. E’ lo scrittore uruguaiano Mario Benedetti a tessere il filo conduttore tra i due eventi espositivi. I due titoli, difatti, sono versi delle sue poesie, che hanno offerto al curatore tedesco Alfonso Hug lo spunto per costruire un percorso affascinante attraverso le nazioni del Sudamerica. 20 sono i paesi latinoamericani rappresentati in questo viaggio, che si dipana tra lo spazio e il tempo, per raccontare la storia e il presente di una terra ricca di tradizioni antiche, ma segnata dalle ferite della colonizzazione e oggi coinvolta nei meccanismi globali.
Insieme a Mario Benedetti, fondamentale figura ispiratrice di Hug e di Paz Guevara è stato Simòn Bolìvar, con la sua Carta de Jamaica, una lettera scritta del 1815 da Kingston. In essa il rivoluzionario venezuelano tracciò la sua ideale visione di un’America unita dagli Stati Uniti fino al Cile e all’Argentina e invitò i popoli americani all’unità; non mancò però di esprimere il proprio rammarico per il futuro incerto della sua terra. Con la profonda convinzione che un’arte contemporanea attenta osservatrice delle dinamiche sociali e culturali possa essere strumento per un processo di purificazione della politica, il Padiglione America Latina – IILA propone un viaggio fisico e geografico, alla scoperta delle nazioni sudamericane, e contemporaneamente suggerisce un viaggio attraverso un arco di tempo. Tempo e spazio, quindi, come realtà complementari, l’una e l’altra imprescindibili per comprendere il mondo. L’aggancio di questo itinerario al tema della Biennale lanciato da Bice Curiger, ILLUMInazioni, ha così dato l’opportunità di delineare un percorso espositivo che si svolge seguendo tre vie, intraprese dagli artisti – esploratori, alla ricerca di modelli alternativi rispetto a quello urbano convenzionale.
Fernando Gutiérrez, Reynier Leyva Novo, Leticia El Halli Obeid, Alexander Apóstol, Christine de la Garenne, Sila Chanto, Claudia Casarino, Regina José Galindo e Martín Sastre seguono la traccia “La Storia rivisitata”. Argomenti principali delle loro opere sono i moti rivoluzionari che, durante il XIX secolo, condussero i loro paesi all’indipendenza, rievocati attraverso i luoghi, gli odori, i personaggi; ma anche una riflessione, spesso amara, sulle promesse della storia e della politica, raffrontate alla situazione attuale.

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Alexander Apóstol (Venezuela)
"Yamaikaleter", 2009
Still da video, colore, audio,  21 min.
Courtesy: l’artista

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Regina José Galindo (Guatemala)
"Looting", 2010
Scultura136 x 38 x 38 cm
Prodotta da Hause der Kulturen der Welt, Berlin, Germany, and Prometeogallery di Ida 
Pisani, Milano, Italia.
Foto: Judith Affolter / Marlon García Video: Mike Rettel / David Pérez
Courtesy: l’artista e Prometeogallery di Ida Pisani, Milano/Lucca


“L’Eredità indigena” è invece il tema della seconda sezione della mostra, in cui Narda Alvarado, Neville D’Almeida, Humberto Vélez, Olaf Holzapfel, María Rosa Jijón e Alberto Maria De Agostini hanno indagato le tradizioni delle popolazioni locali (riscoprendo le danze, le musiche, il rapporto viscerale con la natura, l’architettura, ma anche il paesaggio incontaminato di alcune regioni) per rivalutarle come possibili modelli che potrebbero avere il potere di mettere in discussioni le abitudini e lo stile della vita contemporanea.
Infine, con “La Precarietà del Contemporaneo”, Juan Fernando Herrán, Walterio Iraheta, Bjørn Melhus, Sebastián Preece, Rolando Castellón, Adán Vallecillo, David Pérez Karmadavis, Gianfranco Foschino e Julieta Aranda mostrano la realtà attuale dei loro paesi: dalla povertà della villas argentine e delle favelas brasiliane, alle moderne soluzioni architettoniche che segnano un nuovo possibile stile; dalla militarizzazione del Messico, alla speranza di una coesione tra Haiti e Repubblica Domenicana; dalle possibilità non realizzate degli artigiani alla vita rurale di alcune zone e al suo diritto alla contemporaneità.

Le suggestioni proposte dalla mostra sono molteplici, ma seguono un percorso coerente e interessante, che può davvero essere punto di partenza per un discorso nuovo sulla contemporaneità e spunto per una riflessione su un possibile futuro da costruire.

In copertina: Julieta Aranda (Messico)
“You had no ninth of may”, 2009
Istallazione
Costruzione in mattoni raffigurante l’International Date Line
Dimensioni variabili
Courtesy: l’artista e 1/9 unosunove, Roma/Milano






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