ArsKey Magazine | Articolo


Vik Muniz apre il XIV Cinemambiente. “Waste Land”, o del «valore d’ uso» dell’ arte
Data: 08.06.2011

vai alla pagina

Gli artisti correlati: Vik Muniz



La quattordicesima edizione dell’ Environmental Film Festival di Torino è stata inaugurata quest’ anno dal documentario diretto da Lucy Walker – e candidato agli Oscar – su uno degli ultimi progetti realizzati da Vik Muniz e da un team molto speciale di collaboratori. L’ artista brasiliano ha lavorato per circa tre anni alla periferia di Rio de Janeiro, nella più grande discarica del mondo a stretto contatto con i cosiddetti catadores, i raccoglitori di rifiuti che si occupano di differenziare prodotti di scarto che altri – e altrove – hanno prodotto, risultato di uno stile di vita fatto di cose inutili e sempre più ingombranti, che ormai congestionano e ammorbano le nostre esistenze.

Se fossero stati gli abitanti di una delle città invisibili di Calvino, ai catadores – del resto come ai cenciaioli storici di Palermo -  sarebbe spettata la cittadinanza onoraria di un’ Anti-Leonia: gli abitanti di Leonia infatti amano godere di cose sempre nuove e diverse, ma la loro vera passione è «l’ espellere, l’allontanare da sé, il mondarsi di una ricorrente impurità» e intanto montagne di rifiuti circondano la città. Ecco, su queste montagne abiterebbero i veri protagonisti del film Waste Land, questo il titolo inglese che ci rievoca l’ opera poetica di Thomas Stern Eliot sulla desolazione della società moderna.

Secondo Zygmunt Bauman non può esservi bottega d’ artista senza un cumulo di rifiuti; davanti allo studio di Muniz i rifiuti ci sono eccome, ma aspettano di entrarvi, per essere reinseriti in un nuovo ciclo vitale. Non pensate ai Merzbau di Schwitters, nè agli assemblage di Rauschenberg; pensate piuttosto al lavoro certosino di un mandala o al pointillisme piuttosto, tanto per restare nel campo delle correnti artistiche.

Tutta la concettualità dello scarto, dell’ oggetto di uso comune decontestualizzato, detournato e reintegrato in un nuovo processo creativo, assume nel lavoro di Muniz il carattere di una vera e propria ossessione per la materia, gli oggetti e le loro caratteristiche formali, funzionali alla realizzazione di un’ opera che rimane decisamente figurativa e rappresentativa, giocata sulla dialettica tra idea e forma.  Lo stesso Muniz sembra quasi ironizzare sul gioco dell’ ante/retro tipico di chi guarda un quadro: avanti per cogliere analiticamente la texture materica, indietro per sintetizzarne l’ immagine, avanti la problematicità del frammentario, indietro la sua risoluzione visiva.
Nel film l’ artista spiega anche l’ origine di questa sorta di ossessione per il recupero e il riutilizzo. Non si tratta solo della scelta di campo di una condotta estetica green oriented, ma di un’ esperienza personale, che dà ragione non solo del suo modus operandi, ma del senso stesso del progetto concepito per Jardim Gramacho, questo il nome della favela che circonda la discarica, nata tra gli anni ’70 e ’80 da una comunità anarchica di raccoglitori.

Infatti Muniz, prima di entrare nel novero degli artisti brasiliani più quotati e pagati, scaricava i rifiuti del supermercato; questa la sua costante fonte di ispirazione, ma soprattutto il pretesto tanto semplice quanto problematico di un progetto che se per l’ artista ha rappresentato una sorta di Karma, per chi tra i catadores vi ha preso parte è diventato una vera e propria occasione di riscatto esistenziale, oltre che economico.
Il ricavato delle vendite all’ asta delle fotografie di Muniz è stato devoluto interamente ai catadores, i quali del resto sono stati i veri artefici materiali delle opere, in quanto hanno realizzato in prima persona i propri ritratti attraverso un puzzle di oggetti da loro stessi recuperati e normalmente rivenduti per il riciclo.

Oltre ad aver cambiato la vita di tutti quelli che hanno partecipato all’ impresa – per esplicita affermazione di uno dei produttori, Angus Aynsle, ospite alla proiezione del documentario presso il Cinema Massimo – Waste Land è stato l’ inizio di un percorso che ha portato l’ ACAMJG, l’ associazione dei raccoglitori di Jardim Gramacho, presieduta da Tião Santos – Marat nel film –, a disporre delle risorse necessarie per organizzare un vero e proprio centro di riciclaggio in grado di servire anche la raccolta nei comuni limitrofi.

Inoltre l’ ACAMJG è riuscito ad ottenere il riconoscimento professionale dei catadores e a porsi alla guida un movimento nazionale volto ad ottenere il sostegno da parte del governo federale.
Infine per la stessa regista Lucy Walker – presente al Festival anche con Countdown to zero–, il documentario (la cui colonna sonora porta la firma di Moby) è stato una sorta di fondamentale completamento di un trittico cominciato con i precedenti Devil’s playground e Blindsight.

Questo il sito dove trovare tutte le informazioni sul film http://www.wastelandmovie.com/.







© ArsValue srl - P.I. 01252700057