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A Torino Susan Norrie ci parla del rapporto tra umanità e ambiente. Passando per il Giappone.
Data: 08.06.2011

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Entrando nella galleria Giorgio Persano ci si trova in un enorme spazio completamente oscurato. Una parete è occupata da due grandi proiezioni, e sul lato opposto si stagliano nel buio quattro fotografie e altri due video più piccoli. È Notes for Transit, il nuovo lavoro dell’artista australiana Susan Norrie (Sydney, 1953), che ha già esposto negli spazi di Via Principessa Clotilde nel 2009, dopo la partecipazione alla Biennale di Venezia.
I video in larga scala, montaggi di circa 3 minuti e mezzo sincronizzati in loop, rappresentano due scene ambientate nel sud del Giappone: l’eruzione del vulcano Sakurajima e la partenza di un satellite dalla base spaziale di Tanegashima.
Le fotografie, stampate in un formato che ricorda quello dei poster, sono incorniciate e illuminate da sembrare a prima vista dei lightboxes. I soggetti sono i medesimi delle due proiezioni, trattati con una sensibilità compositiva ed estetica che rivela la passione dell’artista per la storia della pittura.
I due video più piccoli sono invece degli appunti, notes, sorta di un backstage del progetto condotto dalla Norrie in Giappone negli ultimi due anni. Sono anche una finestra sull’idea di un work in progress in vista del nuovo progetto che l’artista presenterà alla Triennale di Yokohama il prossimo agosto, alla luce dei recenti eventi che hanno stravolto il Paese. Susan Norrie trascorrerà dunque i prossimi mesi in Giappone, da dove intende inviare alla galleria i dvd delle sue più recenti riprese. Attualmente i due video accompagnano il visitatore all’interno della fabbrica in cui si progettano e costruiscono i satelliti, ma presto saranno aggiornati con nuovi “appunti” di ricerca. È sufficiente una rapida visita alla galleria per intuire che Notes for transit è un progetto ambizioso e complesso, che affronta tematiche universali e cruciali, attraverso immagini effimere e straordinarie.
Per saperne di più ne parliamo direttamente con Susan, arrivata a Torino in occasione della sua mostra.

Francesca Berardi: Qual è l’idea che sta alla base di Notes for transit? Che cosa vuoi comunicare attraverso questo progetto?
Susan Norrie: Quello che mi interessa è la relazione tra ambiente e tecnologia, tra ambiente e umanità in un certo senso. Il Giappone è emblematico. È stato devastato dalla bomba atomica, che dal punto di vista del rapporto tra umanità e ambiente è forse la peggiore catastrofe mai accaduta. Ora, dopo l’11 marzo, deve nuovamente confrontarsi con una situazione simile, un disastro ambientale aggravato dalla negligenza di alcune scelte, come la decisione di costruire centrali atomiche vicino al mare.
Quello che sta accadendo in Giappone è in molti modi una metafora di ciò che succede nel mondo in generale. Per diverse ragioni, nel corso dei secoli, è andata perduta la memoria di episodi in cui l’uomo si è confrontato con le forze della natura. Le persone hanno dimenticato del loro rapporto con l’ambiente e ne abusano, soprattutto rispetto al consumo di energia e alla conseguente ricerca di risorse. L’umanità dovrebbe fermarsi, ricordare e mettersi di nuovo ad ascoltare la natura. Agire in modo responsabile, seguendo semplici misure di regolazione.
Disastri naturali e causati dall’uomo sono temi presenti nel mio lavoro già da diversi anni, una quindicina direi. C’è una forte relazione tra i due tipi di incidenti. Basti pensare alla vicenda di Chernobyl. Oppure a quello che è successo a Java nel 2006, che è poi il soggetto di HAVOC, il mio precedente lavoro. L’eruzione del vulcano causata dalle trivellazioni per la ricerca di gas e petrolio, è stata emblematica e le conseguenze dell’incidente sono ancora evidenti. La condizione di quell’area è ancora in continuo cambiamento, gli equilibri dell’ambiente e della vita delle popolazioni autoctone sono stati stravolti.

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Volcano, 2011, Stampafotografica, 114 x 104 cm, Courtesy galleria Giorgio Persano

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Launch, 2011, Stampa fotografica, 114 x 104 cm, Courtesy galleria Giorgio Persano

F.B: Puoi parlarci dei due grandi soggetti che hai scelto per Notes for Transit? Un vulcano e una base spaziale. Che relazione hanno?
S.N: La scelta dei due soggetti è il risultato di un lungo lavoro. La mia ricerca in Giappone si può dire sia iniziata nel 2004, anche se è da due anni, dal 2009, che collaboro con una crew di operatori di ripresa giapponesi per raccogliere materiale per questo progetto. La regione dove si trova lo space center, il Kaishu, è molto interessante. Le isole dell’arcipelago hanno anche una storia singolare. Quel luogo ha una situazione politica, sociale e ambientale particolarmente instabile, è un intreccio di forze forse unico al mondo. C’è Tanegashima, dove sorge il centro spaziale fondato negli anni Sessanta dagli americani, da cui la JAXA lancia satelliti per monitorare i cambiamenti climatici e la presenza di gas nell’atmosfera. Su quest’isola è avvenuto anche il contatto tra l’Europa e il Giappone e pare che sia il luogo attraverso cui è stato introdotto nel Paese il primo fucile, portato dai portoghesi. Poi c’è Okinawa, dove si trova una base militare e dove sopravvive un gruppo di Ainu, una popolazione autoctona e tradizionale dell’area. E infine c’è Sakurajima, dove si trova il vulcano, che sembra avere un potere di predizione. Ha eruttato a ridosso della prima e della seconda guerra mondiale e per tutto l’anno scorso è stata attivo. Le riprese in mostra risalgono allo scorso gennaio, poco prima degli aventi che hanno messo in ginocchio il Giappone. Mi sono trovata a lavorare con un operatore cinematografico giapponese, che vive a più di tre ore da Sakurajima e conosce la regione molto bene. Collaboriamo da circa due anni e ho iniziato a fidarmi di lui a tal punto da non sentire l’esigenza di correre sempre sul posto, anche se il processo di testimonianza rimane sempre fondamentale per me. Io ero molto affascinata e interessata dall’attività di questo vulcano e lo monitoravo da molto. Facevo ricerche sul web, seguendo le informazioni dell’agenzia meteorologica giapponese, che lavora con mezzi molto sofisticati, e affidandomi anche al parere di scienziati. Poi ho avuto un’intuizione molto forte e ho contattato il mio collaboratore per dirgli di partire e andare a riprendere il vulcano. Lui è andato e l’ha colto al crepuscolo, mentre una nave passava casualmente di fronte. È stato fantastico quando l’ho saputo. Lui è divenuto uno dei miei occhi in un certo senso. Abbiamo lo stesso modo di osservare, entrambi vediamo la fragilità del mondo.

F.B: Quando parli del tuo lavoro fai riferimento spesso a termini e metodi che possono essere associati alla pratica del documentario. Come concili l’arte e il documentario?
S.N
: Il mio lavoro riguarda l’arte e la vita, e il documentario anche riguarda la vita, i fatti che accadono. E il mio lavoro artistico non è solo immaginazione, ma anche informazione, ricerca. La tecnologia digitale ha cambiato tutto e i confini tra le pratiche, le categorie, si confondono. Molti artisti stanno incominciando a guardare il mondo diversamente, attraverso mezzi e in condizioni che un tempo erano molto costosi mentre ora sono a disposizione di tutti.
Ci sono questioni che voglio fare emergere, che desidero sottolineare come artista, come persona che sta al mondo. Non voglio confinarmi in un mondo tutto mio, come artista io sono parte del mondo. Cosa porto al mondo è il modo in cui lo guardo, in cui metto insieme le immagini che raccolgo. Il montaggio è una fase molto importante per me. Un tempo spesso alteravo la velocità delle riprese, ma ora non lo faccio più, rispetto il tempo delle cose mentre accadono. Quello che porto al mondo è anche il modo in cui creo rapporti di collaborazione con le persone. Questa è la ragione per cui i miei progetti richiedono un lungo periodo di lavoro. Ci tengo a stabilire e coltivare rapporti di collaborazione intensi, mantenendo sempre un rigoroso rispetto per i ruoli. Mi chiedevo come fosse possibile lavorare a un progetto sul Giappone senza un giapponese. Per me sarebbe stato assurdo, come sottrarre qualcosa che non mi appartiene.

F.B: Attualmente prediligi il video e la fotografia, ma ti sei dedicata anche alla pittura. Cosa significa per te la pittura, continua a influenzare il tuo lavoro?
S.N:
La storia della pittura ha influenzato molto il mio lavoro, in particolare il montaggio. E poi riconosco una forte relazione tra documentario e la storia della pittura. I dipinti sono memoria di luoghi e situazioni, sono racconti del tempo in cui sono stati realizzati e questo aspetto mi ha sempre affascinato moltissimo.

F.B: Cosa significa per il tuo lavoro da artista essere una donna? Mi è capitato di trovare la parola femminismo associata al tuo nome. Ti definiresti femminista?
S.N
: No, non mi piace il termine femminismo. È una definizione, un modo di inscatolare e ridurre qualcosa di complesso. Mi sembra controproducente affrontare la storia della condizione della donna in questi termini. Se ci pensi ancora poche decine di anni fa i nostri diritti erano chiaramente inferiori a quelli degli uomini, il diritto di voto è un chiaro esempio. La nostra condizione era quella di una razza considerata inferiore.
Quello che mi interessa dell’essere donna non è tanto prendere parte a una lotta di genere quanto il modo di guardare il mondo. Noi siamo in grado di osservare in modo diverso, riusciamo a parlare dell’indicibile. Le donne hanno elaborato un vocabolario nuovo, in un certo senso.

F.B: Hai nuovi progetti per il futuro?
S.N:
Ad agosto parteciperò alla Triennale di Yokohama. Sono davvero contenta di poter presentare in Giappone un lavoro realizzato in collaborazione con dei giapponesi. Essere stata invitata a partecipare, a febbraio, è stato poi fondamentale per pormi delle scadenze rispetto a una ricerca che sto portando avanti da tempo. Fino a quel momento la mia unica preoccupazione era comprendere ancora più a fondo la cultura giapponese, approfondendo le relazioni con la gente del posto. Un lavoro del genere, la realizzazione di un film, poteva tenermi impegnata ancora anni. Avere una scadenza è stato importante.
In futuro ho poi un progetto legato alla Francia, un progetto piuttosto ambizioso.

F.B: Sei arrivata a Torino per fermarti qualche giorno in occasione delle tua seconda mostra da Persano. Che impressione ti ha fatto la città?
S.N:
L’impatto è stato fantastico, l’atmosfera e le persone mi sono piaciute molto. Trascorrere qualche giorno qua è stato utile anche per capire meglio l’Arte Povera, un movimento molto conosciuto anche in Australia e che io ho avuto modo di apprezzare. È un’arte sempre presente, che va e viene, perché riguarda le persone e il rapporto con l’ambiente, i processi di generazione dell’energia . È interessante riscoprire questo modo di guardare il mondo, prestando attenzione agli elementi base della natura e ai loro processi. Mi rendo conto che in un certo senso anche i miei progetti ruotano intorno a questi temi. È curioso, ma in qualche modo è così.

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Notes  for transit, Video, Courtesy galleria Giorgio Persano, Photo Paolo Pellion, Torino

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Notes  for transit, Video, Courtesy galleria Giorgio Persano, Photo Paolo Pellion, Torino






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