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Conversazione con Loredana Longo. Dalla distruzione alla costruzione.
Data: 09.06.2011

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Vai all'evento: Loredana Longo - Neither here nor there

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In occasione della mostra personale di Loredana Longo che si terrà fino al 3 luglio negli spazi del Temporary Museum di Palermo abbiamo intervistato la video artista, fotografa e performer catanese che attraverso “Neither here nor there” propone proprio a partire dalla Sicilia un’analisi disincantata della storia contemporanea. Cemento, stracci e uomini dimenticati sono infatti i protagonisti delle opere presentate negli spazi suggestivi della Chiesa di San Mattia dell’ex Noviziato dei Crociferi di Palermo. Nelle opere di “Neither here nor there” la violenza e la rabbia che si palesano in tanti lavori di Loredana Longo lasciano spazio a una violenza più intima e silenziosa che si ripiega su se stessa per diventare tutt’uno con quelle onde del mare che ritirandosi lasciano sulla spiaggia relitti ma anche persone. Il centro della sala è occupato da “Floor#3 né in cielo né in terra”, l’installazione di cemento ed abiti neri sulla quale si erge una grande luminaria a forma di Sicilia interpretata come “luogo ormai indefinito, terra di conquista per speculatori senza scrupoli e meta obbligata per chi fugge dai drammi in patria”. “Neither here nor there” presenta anche “The Block”, una serie di fotografie e un video che mostrano uomini abbandonati sulla costa. Tali opere si fanno portavoce non solo di una denuncia sociale ma anche di un messaggio sulla caducità della vita che spinge a riflettere su quanto sia poco prevedibile il destino degli esseri umani che indistintamente, sotto il cielo e sopra la terra, sono tutti uguali.


Cristina Costanzo: “Neither here nor there”, promossa dalla Galleria Francesco Pantaleone Arte Contemporanea, è la tua seconda mostra palermitana. Una delle fotografie in mostra rappresenta un paesaggio straordinariamente invitante occupato da una zattera ancora molto lontana dalla salvezza e uomini ai quali restano soltanto i propri stracci. È un riferimento all’attuale situazione politica del Mediterraneo che attraverso la Sicilia porta sempre più immigrati in Italia? Il nostro Paese può davvero rappresentare una terra promessa?
Loredana Longo: Immagino che parlando di paesaggio invitante ti riferisca al mare, hai ragione nulla è più bello del mare, e nulla è più pericoloso. Il mare rappresenta per gli immigrati il mezzo di evasione dal proprio paese, spesso si trasforma in una trappola mortale, e chi sopravvive non sa bene cosa aspettarsi. Nelle foto e nel video del lavoro “The block” quattro immigrati sono sdraiati su un cumulo di stracci che ricoprono un cubo di cemento del porto di Scoglitti, in provincia di Ragusa. Immaginavo una enorme massa di abiti e uomini travolta dalla tempesta e scaraventata con forza in questo luogo anonimo, quasi irreale, composto da blocchi grigi. Due uomini si svegliano e riescono a liberarsi da questa trappola, come una rete di abiti, i loro stracci rappresentano la loro storia, quello che possedevano. Altri due rimangono fermi, sul fondo c’è un mare calmo, quasi rassicurante, eppure è stato la causa della loro morte. Decine di volte passando da queste parti della Sicilia avevo notato cumuli di abiti abbandonati, ora ne capisco la motivazione. Non so cosa si aspettino di trovare, e sicuramente non siamo in grado di garantirgli nulla, trovo sia una situazione imbarazzante per noi, ma anche per l’intera Europa. Gestiamo la cosa in modo troppo superficiale, non guardiamo alle motivazioni che hanno portato queste persone alla scelta di scappare dal loro paese, siamo solo preoccupati per il nostro benessere a rischio: dove li mettiamo?

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Veduta della mostra; Neither here nor there, Chiesa di San Mattia dell’ ex Noviziato dei Crociferi, Palermo


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Loredana Longo/ 2011/ Black Library, no reading please/ Site specific installation per Civitella Ranieri Foundation/ libreria, rivestimento in stoffa nera/ Courtesy Francesco Pantaleone Arte Contemporanea, Palermo

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Loredana Longo/ 2008/ Explosion#17 Happy New Year/ Italia/ stampa lambda 90x60cm/ Napoli Teatro Festival/ Courtesy Francesco Pantaleone Arte Contemporanea, Palermo

C.C: Come sostenuto da Alfredo Cramerotti nel testo “La violenza da vicino” che accompagna la mostra palermitana “la violenza è uno degli elementi costanti e impliciti del nostro modo di vivere” e molte delle tue opere riflettono sulla violenza interpretata sia come atto che come concetto. La violenza, così come la morte, ricorre frequentemente nella tua indagine, perché questa scelta?
L.L: È inevitabile per me affrontare il tema della violenza e della morte, sicuramente legati a periodi forti più che drammatici della mia vita. Dico forti perché mi hanno segnato, ma non sconfitto. Penso spesso che l’arte abbia rappresentato la mia salvezza, una sorta di autoanalisi attraverso l’arte. Tutto ciò che è soggetto alla mia violenza è anche soggetto al mio amore, amore e morte si incontrano sempre nel mio pensiero. Una cosa dipende direttamente dall’altra. La violenza è ovunque, io utilizzo degli stereotipi per rappresentarla, ma questo dipende dal mio obiettivo, amo essere chiara.

C.C: La tua precedente produzione artistica incentrata soprattutto sulla tua immagine ha successivamente preso in esame la famiglia e tu stessa dichiari che il tuo lavoro “è la rappresentazione ironica di un disastro familiare”; “Neither here nor there” sembra invece abbandonare la centralità della tua immagine così come i luoghi domestici e familiari. Cosa ha determinato questo cambiamento di prospettiva?
L.L: Dopo tanta analisi, dovevo pur superare quel periodo! Credo di aver sfogato parte della rabbia interiore, nei lavori giovanili. Ho sempre rappresentato un mondo interiore che a sua volte rifletteva una situazione più ampia, la mia famiglia è un nucleo di persone tale e quale a milioni di altre famiglie, le dinamiche si ripetono. Credo di aver spostato il mio sguardo oltre le mura casalinghe, verso quello che non sono solo io, ma che rappresenta la mia storia, le mie radici. Anche il fenomeno immigrazione ci ha riguardato da sempre: dalle invasioni che abbiamo subito ai numerosi immigrati siciliani che hanno cercato fortuna in altri paesi, si pensi all’America, all’Australia, alla Germania.

C.C: Il 15 maggio scorso è stata inaugurata negli spazi dell’Ausstellungs Raum Klingental la mostra, a cura di Cécile Hummel, Francesco Pantaleone e Andrea Roca, “Wunsch Ordnung / Desiderio Ordine” - con le opere di Adalberto Abbate, Urs Aeschbach, Benny Chirco, Andrea Di Marco, Stefania Galegati Shines, Cécile Hummel, San Keller, Lutz/Guggisberg, Markus Müller, Hildegard Spielhofer, Francesco Simeti, Loredana Sperini, Costa Vece - dove hai presentato una selezione di video. Che tipo di opere hai scelto per la mostra di Basilea?
L.L: La curatrice della mostra aveva visto i miei video “Explosion” e ha allestito una sala video negli spazi dell’Ausstellungs Raum Klingental per proiettarne una selezione. I video “Explosion” mostrano delle ricostruzioni di scene di vita familiare legate spesso a festività o momenti di incontro in cui avviene un’esplosione improvvisa che distrugge parte della scena. In seguito io ricostruisco tutto come in preda ad una sorta di rimorso, o forse come quando si vorrebbe rimettere tutto a posto, ma le tracce del passaggio di un disastro rimangono sempre visibili.

C.C: Il prossimo 8 giugno si inaugura a Roma “Wonder Art”, mostra a cura del collettivo del MLAC, Museo Laboratorio d’Arte contemporanea di Roma. Di che progetto si tratta?
L.L: Un gruppo di giovani curatori ha creato questo progetto “Wonder Art” - wonder da stupore, meraviglia - presentando opere che affrontano questo tema e gli artisti invitati sono in gran parte giovani. La meraviglia è stata anche mia per l’impegno e l’entusiasmo di questi curatori che hanno lavorato a lungo al progetto ed esporranno le opere in varie sedi a Roma. Presenterò il video “The block” e volevo fare anche una performance con un extracomunitario e degli abiti seguendo la tematica del video, ma non potrò essere presente alla mostra, sono impegnata altrove.

C.C: Fino a qualche settimana fa sei stata artist-in-residence presso la Civitella Ranieri Foundation. Vuoi raccontare questa esperienza e anticipare qualcosa sul tuo progetto finale intitolato “Black Library, No Reading Please”?
L.L: Sono stata selezionata da questa Fondazione americana che ha sede in un castello in Umbria, in una collina circondata da un bosco secolare, esattamente ad Umbertide. Per circa sei settimane, tredici persone, valutate in base al curriculum e segnalate da vari personaggi del mondo della cultura internazionale, vivono insieme. Si tratta di scrittori, musicisti, compositori, artisti visivi, filosofi o curatori. Si parla solo inglese. Credo sia stata una delle più belle esperienze della mia vita. È fuori dal comune condividere un periodo, abbastanza lungo, con delle persone così interessanti, tutte di diverse provenienze e culture, e soprattutto in una location indescrivibile. Anche in questo caso, inutile sottolineare che non si tratta di un’istituzione italiana. Arrivando a Civitella era facile cadere nella trappola di un lavoro scontato, come farsi coinvolgere dalla bellezza della Natura o dall’atmosfera fiabesca di un castello. Sono stata colpita da un’antica libreria, sospesa su un ballatoio che gira attorno alla sala centrale del castello. La Famiglia Ranieri, proprietaria della sede, ha chiuso tutti gli accessi alla libreria che diventa così un luogo segreto, inaccessibile. Ho ottenuto un permesso per poter fare un intervento. Ho realizzato un rivestimento in tela nera che facesse sparire totalmente la libreria, coprendola come si coprono i vecchi mobili prima di partire per un lungo viaggio. L’utilizzo del nero è assolutamente simbolico, il nero è il colore del lutto, del buio. Nero è anche il colore della mia città in cui mura, pavimenti e coste sono di pietra lavica. E ci sono anche precisi riferimenti a capolavori della letteratura come “Il nome della Rosa” di Eco e “L’ombra del vento” di Zafon. Durante la performance occulto la visione dei libri, facendo scendere delle tende nere, come sipari. Infine su uno scaffale trovo un libro bianco, lo prendo e mi siedo su una poltroncina, mi copro con la stessa stoffa nera, sparisco.

In copertina:
Loredana Longo/2011/ The Block 1/ stampa lambda, cm 200x 133, Courtesy Francesco Pantaleone Arte Contemporanea, Palermo












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