ArsKey Magazine | Articolo


VISIONI INDIPENDENTI #1
Data: 06.07.2011

vai alla pagina
Lo scorso gennaio, in occasione della mostra ‘Central Park’ realizzata da Superfluo Project all’interno di un ex parcheggio multipiano a Padova, si è svolta la tavola rotonda ‘Visioni Indipendenti’, ospiti dell’incontro erano diverse organizzazioni: Associazione E (Venezia), Fondazione March (Padova), Gabls (Belluno), Associazione Galleria Contemporaneo (Mestre), GUMstudio (Carrara); Mars (Milano); UpLoad Art Project (Trento) e Motel Lucie (Milano). Durante l’incontro si è discusso del ruolo dei collettivi non profit, del loro futuro, delle strategie di sopravvivenza di queste realtà, in bilico tra 
economia e creatività, della possibilità di produrre opere d'arte a costo zero e modelli finanziari alternativi. Recentemente è stata stampata la pubblicazione riguardante la mostra e la tavola rotonda, trovando di particolare interesse le risposte emerse dalle conversazioni tra gli interlocutori e Daniele Capra, ho proposto a Superfluo Project di pubblicare le interviste nella Rubrica.

Buona lettura!

Per maggiori informazioni riguardo Superfluo Project consultare il sito www.superfluoproject.org e l’intervista ‘Improvvisare, adattarsi, raggiungere lo scopo! Superfluo Project a Padova.’

di Eugenia Delfini in questa Rubrica.

VISIONI INDIPENDENTI #1
Interviste di Daniele Capra

Francesco Ragazzi & Francesco Urbano
Associazione E:

Venezia

Cosa vuol dire per voi “spazio indipendente”?
Se dici spazio indipendente, la prima cosa che ci viene in mente è una bella villa al mare. Regno del relax dove i rapporti con il mondo esterno non sono necessari e, se lo sono, non ti pesano. Purtroppo ci accorgiamo che è solo un miraggio. Noi, che ciclicamente cambiamo luogo di lavoro (oltre che di abitazione), purtroppo siamo abituati a ben altre condizioni. Ci siamo posizionati in minuscole cabine di proiezione, giardini selvaggi, gelide verande, magazzini e antri impraticabili, per approdare talvolta, e solo per effimeri momenti di gloria, in sedi prestigiose. Se sei davvero indipendente e riesci a sviluppare progetti validi (cosa per altro sempre discutibile), muovi pubblico, e trasformi bugigattoli e periferie in luoghi cool, raccoglierai molta più invidia e boicottaggio che stima e consenso. Cerchiamo di essere come spacciatori. Per sopravvivere e arricchirci non possiamo far altro che attrarre continuamente nuovi consumatori e renderli dipendenti da ciò che offriamo.

Da quali necessità si sviluppa uno spazio al di fuori delle logiche espositive di galleria/museo?
Chiosando la celebre distinzione coniata da Susan Sontag, potremmo dire che mentre la galleria è lo spazio del commercio e il museo quello dell'ermeneutica, il no-profit è il luogo di un'eccitante e intensa erotica dell'arte! Ci si concede il lusso della prova e dell'errore, si tentano relazioni tra opere e persone che non è detto diventino momenti consolidati della storia contemporanea. Hanno il valore che hanno: quello di esperimenti. Se arriveremo a un'invenzione brillante o ci scoppierà la casa per una combinazione sbagliata, lo scopriremo solo dopo aver provato. Noi abbiamo iniziato a lavorare assieme a Venezia ed è quindi a partire da qui che abbiamo sentito per la prima volta l'urgenza di costituirci come indipendenti. Nella città-vetrina per eccellenza, ci siamo chiesti se e come potessero esistere degli spazi di produzione culturale che si muovessero in parallelo alla moltitudine di occasioni meramente espositive. Abbiamo intuito che la risposta a questa domanda, posta proprio su quest'isola, ha a che fare con l'accoglienza. Accoglienza del lavoro dell'artista, del suo operare, più che dell'opera e dell'ansia di prestazione/esibizione che questa si porta dietro. Venezia però è solo il paradigma di una metodologia che ci sta portando altrove.

Quali sono le pecche più grandi del sistema dell’arte contemporanea? E come si potrebbero risolvere?
I sistemi dell'arte contemporanea sono tanti e non smettono mai di sorprenderci. Esistono approcci, metodi, livelli ed economie talmente differenti che non è facile trovare la matrice comune. Certamente c'è uno star system che guida la scena internazionale e con cui, volenti o nolenti, ci si deve confrontare. Spesso il confronto diventa talmente serrato da generare una separazione dal resto. La salita, l'imporsi nel campo, la giusta carriera rischiano di avere il sopravvento, con effetti spesso controproducenti. Ci interessano progetti come Superfluo perché con umiltà operano sul piano locale senza che questo svilisca il senso e la portata della ricerca artistica. E poi, cosa non secondaria, le città e gli abitanti, in questo modo, non sono una realtà parallela: sono e devono essere inclusi.

Ci fate una sintesi del vostro lavoro?
In ogni progetto realizzato finora, abbiamo cercato di mettere a frutto modalità di relazione che implicano un'attenzione passiva verso il reale: modalità che includono ad esempio l'ascolto, l'invito, la delega, il dono. Dare spazio rimane il nostro obiettivo primario: non possiamo ottenerlo senza pensare che la curatela è legata imprescindibilmente a un rapporto diretto e continuo con gli artisti, il loro lavoro e l'effetto che genera. Nel concreto, ci siamo dedicati all'apertura di luoghi di produzione attraverso programmi di residenza, festival itineranti negli atelier, allestimenti partecipati di spazi improbabili. Non abbiamo sponsor fissi, ma formiamo di volta in volta una rete di partner ad hoc. Una costante delle strategie che abbiamo attuato per finanziarci è stata il coinvolgimento di istituzioni locali, nazionali e internazionali: crediamo infatti che le realtà indipendenti debbano colmare un gap di riconoscimento tanto verso le amministrazioni pubbliche quanto verso i privati.

Se domani vi regalassero la bacchetta magica, cosa fareste?
Ci faremmo una bella villa al mare, naturalmente... Conoscendoci, però, dopo poco rischieremmo di farla diventare il quartier generale di laboratori e residenze d'artista. E a quel punto forse finiremo con imprecare proprio contro la bacchetta!

Silvia Ferri De Lazara
Fondazione March
Padova

Cosa vuol dire per te “spazio indipendente”?
Uno spazio che si inventa strategie per reperire i fondi di volta in volta e che li reinveste per sostenere una ricerca…

Da quali necessità si sviluppa uno spazio al di fuori delle logiche espositive di galleria/museo?
Dal pensare l'arte contemporanea come attivatore di un territorio, dal fare progetti che mirano a rendere il lavoro degli artisti e degli operatori culturali figure professionali riconosciute e complesse, dal credere la creatività un know-how per il problem solving quotidiano, per vincere l'imbarazzo in ascensore, le previsioni del tempo e il politically correct, come mi disse un amico.

Quali sono le pecche più grandi del sistema dell’arte contemporanea? E come si potrebbero risolvere?
L'autoreferenzialità. Coltivando relazioni interdisciplinari

Ci fai una sintesi del tuo lavoro?

Creiamo progetti articolati che hanno ricadute sul territorio e attivano nuove dinamiche di display, di formazione e di concetto. Cerchiamo i fondi progetto per progetto quasi totalmente da privati attivando una progettazione partecipata.

Se domani ti regalassero la bacchetta magica, cosa faresti?
Un centro di ricerca espanso!

Gianluca d’Incà Levis
Gabls

Belluno

Cosa vuol dire per voi “spazio indipendente”?
Il concetto stesso di indipendenza è troppo spesso inteso secondo una logica contrappositiva, revanscista, di opposizione ad un sistema, più che come un impulso alla costruzione di progetti nuovi ed autonomi. Questo fa sì che taluni spazi cosiddetti indipendenti evidenzino una matrice più ideologica che culturale. In tal modo, indipendenza diventa militanza. Ovvero, talvolta, dipendenza. L’arte, ovviamente, è politica, in quanto riguarda la polis, ma uno spazio indipendente non è un ganglio d’opposizione ideologica. È un luogo d‘azione culturale, artistica, libero, nuovo, vitalizzante: uno spazio di progetto (e invenzione, studio, scienza, poesia). La libertà culturale, ideativa, è tutto. E sta nella visione aperta, propositiva, rinnovativa!

Da quali necessità si sviluppa uno spazio al di fuori delle logiche espositive di galleria/museo?
Il sistema dell’arte ha le proprie regole, strutture, nomenclature, statuti, procedure. Gallerie e musei vanno benissimo, quelli buoni. E servono, altroché. Ma c’è sicuramente spazio – e necessità – per attivare progetti d’altro tipo. Ad esempio, occorrono reti locali, a scala territoriale, che inneschino processi nelle aree periferiche, mettendoli poi a loro volta in rete con altre realtà (indipendenti). E occorrono vivai, cioè sistemi e progetti attraverso cui sia possibile individuare gli artisti promettenti e fornir loro occasioni di crescita culturale ed artistica. Ciò soprattutto nella fase, assai delicata, che viene tra la formazione scolastica e l’inserimento nel mondo “professionistico” dell’arte contemporanea. Dobbiamo fornire rampe di lancio, per uscire dall’atopico interregno della palude post-accademia.

Quali sono le pecche più grandi del sistema dell’arte contemporanea? E come si potrebbero risolvere?

Non siamo molto interessati a risolvere le pecche del sistema, in termini generali. Il sistema-arte di un paese ha a che fare, oltreché con le logiche mercantili, con l’antropologia culturale di quella nazione, con i caratteri dei popoli, con la geografia, la latitudine, la meteorologia, l’alimentazione. Per risolvere teoricamente questi problemi si scrivono dei saggi analitici e critici sulle prassi artistiche e culturali: cioè si predica. Oppure si attivano dei progetti sani che generino nuove logiche.

Ci fate una sintesi del vostro lavoro?
A noi interessano i progetti di rete. L’approccio critico alla realtà (e quindi all’arte). Si individua un progetto, si costruisce la piattaforma logistica, poi si attiva quella culturale. La piattaforma logistica vuol dire, ad esempio, individuare spazi nuovi, imprevisti, da attivare attraverso progetti inediti. Poi bisogna creare la macchina organizzativa che sostenga la cosa e reperire i fondi necessari. Come si trovano i fondi? Semplicemente presentando a soggetti potenzialmente sensibili un progetto sensato, rispetto ad un’idea, ad un territorio. I buoni progetti hanno un buon indice di fattibilità: possono esser artistici o culturali fin che si vuole (o, fin che se ne è capaci), ma devono funzionare pragmaticamente. Nel nostro caso L’Amministrazione e gli Enti pubblici e gli sponsor privati sono i soggetti fondamentali per il sostegno.

Se domani vi regalassero la bacchetta magica, cosa fareste?
Domani non avremo la bacchetta magica. Se ce l’avessimo, forse non sarebbe bene affidarvisi. Meglio darsi da fare con le idee concrete. Le magie vengono dall’attenzione. Alé!

Riccardo Caldura
Associazione Galleria Contemporaneo

Mestre (Ve)

Cosa vuol dire per te “spazio indipendente”?
Non rendere conto ad altri se non agli artisti e agli operatori che coinvolgi dei progetti che vieni elaborando. Uno spazio indipendente non è determinato dalla fonte del finanziamento (privato o pubblico che sia), quanto piuttosto dalla salvaguardia della possibilità di poter agire in chiave propositiva, sperimentale. Cioè strettamente legata alla dinamiche interne del progetto culturale grazie al quale quello stesso spazio può caratterizzarsi.


Da quali necessità si sviluppa uno spazio al di fuori delle logiche espositive galleria/museo?
Dal bisogno di uscire dalla rigidità di quelle strutture e dalle attese che creano. Obiettivi? Una integrazione fra ricerca artistica e contesto nel quale si opera. È necessario cioè cercare il proprio pubblico, favorendo le occasioni di incontro e di reciproca riconoscibilità. Viene poi da chiedersi se in fondo non si tratti che di una prefigurazione di una comunità possibile, fluida, da nient'altro tenuta insieme se non da una condivisione – anche solo temporanea – di intenti, da una medesima lunghezza d'onda del sentire.

Quali sono le pecche più grandi del sistema dell’arte contemporanea? E come si potrebbero risolvere?
Forse il pretendere di essere sistema? Oppure non saperlo essere abbastanza! Risoluzioni: fregarsene dei vizi e delle imperfezioni, fare quel che si sente giusto innanzitutto per se stessi. E poi vietarsi con ogni mezzo, e senza la benché minima intenzione polemica verso le persone, di rivolgersi alla figura autorevole di turno immaginando di avere 'garantita' un po’ di visibilità…


Ci fai una sintesi del tuo lavoro?
Pensare, guardare, stendere qualche appunto, leggere, aspettare che le cose vengano con un minimo di grazia, non forzare (tanto non serve), non preoccuparsi dei fondi. Se questi diventano una preoccupazione meglio rinunciare. E chiedersi se vale veramente la pena di compiere tutti gli sforzi che si fanno…


Se domani ti regalassero la bacchetta magica, cosa faresti?
Sicuramente non la sprecherei per il lavoro, in questo o in altri settori!










© ArsValue srl - P.I. 01252700057