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“Il re è nudo”. Un nuovo libro di Federico Ferrari
Data: 13.09.2011

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Che oggi occorra un pensiero critico in grado di trasformarsi in faro etico per un mondo aggredito dalla trasparenza postmoderna (Turkle), dalle manovre di multinazionali e mammut dell'arte senza scrupoli, è davvero cosa indispensabile. Che poi sia necessario scoprire le carte e destrutturare daccapo i vari sistemi che sfilano sulle passerelle planetarie per mostrare abiti e orpelli d'ogni genere (il tutto utile a nascondere i “ponti cardinali” che hanno con i territori della politica e dell'economia globale) è ancora più doveroso. Che sia indispensabile ristabilire dei contatti tra il collettivo massificato e le varie coscienze individuali, è, tra l'altro, urgente. Tanto quanto impellente appare ritrovare l'unicità del singolo e, assieme all'unicità, la sua effettiva responsabilità morale. Una responsabilità morale e intellettuale in grado di smascherare gli scandali del contemporaneo. Di un contemporaneo che, proprio perché legato ad un'attualità spinta ai limiti di se stessa, accetta con ipocrisia – grazie ad una ideologia dominante di mercato – ogni tipo di linguaggio, di opere o di escamotage pseudocreativo.

A queste problematiche di grande respiro, Federico Ferrari ha dedicato, di recente, un agilissimo volume di appena 72 pagine (che evita la pedanteria accademica) per intessere un discorso pungente sulle questioni più scottanti del presente dell'arte e della vita. Sull'assenza della democrazia, ad esempio. Sulle manovre malsane della politica. Sulle degenerazioni che accompagnano prospetti curatoriali, indescrivibili mancanze critiche (una sorta di castrazione o «autocensura critico-teorica»), analisi bigotte, strapoteri di grandi collezionisti o di istituzioni museali che evitano la sperimentazione e propongono mostre precostruite, prese a prestito dai mostrifici internazionali.

Il re è nudo. Aristocrazia e anarchia dell'arte (luca sossella editore, 2011). Con questo titolo Ferrari consegna al lettore una serie di saggi – L'arte contemporanea, Per una critica dell'economia politica dell'arte, Dell'essenza dell'arte e della politica, La vocazione democratica e Aristocrazia e anarchia dell'arte – che attraversano il mondo della vita e dei mille significati che la riguardano, per evidenziare un paesaggio in cui l'«arte di corte del tardo-capitalismo» pare essere giunta ottimisticamente alla sua fine.

«Tutti possono osservare continuamente come il “mondo dell'arte” si riproduca all'infinito su una sola matrice, nella quale si intrecciano in modo indissolubile mercato, jet set internazionale, mondanità varia e assoluta inconsistenza critica». Un mondo pero, che sta sfiorendo («siamo alla fine di un'arte di regime la cui volgarità e povertà intellettuale e visiva è sconcertante») sotto la pressione di una serie ristretta di artisti e critici – veri compagni di strada, a detta di Filiberto Menna – che, «appostati sul ciglio del tempo (chi intriso di risentimento, chi indifferente a tutto)» preferiscono «resistere all'immondizia e all'insensato che domina il presente» e attendono «un nuovo tempo o, con spirito messianico, il tempo che verrà».

Con Il re è nudo, passo successivo d'un discorso avviato ne Lo spazio critico. Note per una decostruzione dell'istituzione museale (2004, n. 20 della stessa collana sossella), Federico Ferrari destruttura, così, un sistema, quello dell'arte appunto (e, assieme, quello imprescindibile dell'economia e, naturalmente, della politica), «divorato dal mercato o da una ancor più impalpabile, e per questo pericolosa, riproduzione del sempre identico, in una moltiplicazione di cliché dettati dalle regole ipersemplificanti della moda, della pubblicità e di una globalizzazione che livella, verso il basso, l'esercizio del gusto». Un sistema che, se in anni non sospetti «quasi nessuno osava» attaccare (e far vedere pubblicamente il paludismo dilagante che lo impoveriva), oggi mostra alcuni focolari di contestazione. Focolai che, pur non riuscendo appieno ad estirpare la gramigna del capitalismo, esibisce segnali di viva contestazione “aristocratica” ed “anarchica”. Dove aristocrazia vuol dire consapevolezza, responsabilità, libertà, condivisione, etica del fare, progetto (futuro?) dell'arte. («La comunità artistica dell'arte non ha nessun re, nessun papa e nessun principe. Non c'è nessun individuo che detti le regole»). E anarchia, da canto suo, reale contestazione (critica e teorica), indispensabile voce sul destino di un mondo da riconquistare e, via via, decontaminare.





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