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NO ORDER, una nuova rivista italiana
Data: 23.09.2011

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Quella delle riviste d'arte, in Italia (e in Europa naturalmente), è una storia – davvero esemplare – che racconta e attraversa, da angolazioni teoriche e critiche differenti (e a volte divergenti), il mondo delle metodologie, dei grandi racconti e della loro fine, del moderno e del postmoderno appunto, delle esposizioni, dell'arte e dei suoi sviluppi, intrecci, regole e casi creativi. Di un mondo che cambia senza sosta e mostra i solchi, a volte impalpabili, del meraviglioso processo immaginifico tracciato dall'umanità.

Dalla parigina “Gazette des Beaux-Arts” (1859) al berlinese “Jahrbuch der Königlich Preussischen Kunstsammlungen” (1880) – senza dimenticare “Zeitschrift für Bildende Kunst” del 1875 o il newyorkese “Harper's Bazaar” (1867) interamente dedicato ad un pubblico femminile –, dall'“Archivio storico dell'arte” (1888) che chiude i battenti nel 1898 per diventare, grazie ad Adolfo Venturi, “L'Arte” (1898), dalla “Revue de l'Art” (1897) alla milanese “Rassegna d'Arte” (1901), a “The Burlington Magazine” (1903), la storia – e lo storico – dell'arte ha utilizzato la rivista quale strumento di organizzazione e divulgazione, di studio e approfondimento dei materiali archeologici e storico-artistici per costruire e ridefinire i tempi dell'arte, le sue varie declinazioni.

Una vicenda che, con i movimenti dell'avanguardia storica, ha costruito piani di lavoro, ha evidenziato programmi, ha fondato riflessioni e ha intavolato dibattiti necessari sul presente e sui vari progetti moderni dell'arte. “Poesia” (1905), “Le futurisme” (1911) e “L'Eroica” (anche questa del 1911), “Dada” (1917), “291” (1917), “De Stijl” (1917), “Il giornale dei futuristi” (1918), “Cannibale” (1920), “LEF” (1923) e “Novy LEF”, “Surréalisme” e “Révolution surréaliste” (1924), “Fortune” (1930) e “Minotaure” (1933). Sono soltanto un piccolo ventaglio di riviste e bollettini attraverso le quali gli artisti, i critici e i teorici hanno scritto e sperimentato, in prima persona, la costruzione del nuovo.

Un campo, quello delle riviste, che nel secondo Novecento si fa – con maggiore vigore – spazio di militanza, luogo di confronto e di dibattito serrato. Basti pensare, almeno in Italia, ai vari “Marcatre” (1963), “Bit”, “Quindici” e “Flash Art” (tutte del 1967), “Carta Bianca” (1968). All'indimenticabile “Made In” (il bollettino voluto da Lucio Amelio che ha fatto cadere l'importanza del catalogo). A “Segno. Attualità Internazionali d'Arte Contemporanea” (1975), “Taide. Materiali Minimi” (1980), e, via via, ai più recenti “Tema Celeste” (1994), “Arte e Critica” (1995), “Exibart on paper” (2001), “ArtKey” – ora “ArsKey” (2001), “Nero” (2004), “Mousse” (2006), “Kaleidoscope” (2009), “Cura” (2009) e “Artribune” (2011).

A queste riviste va aggiunto, oggi, un nuovo progetto editoriale, ideato, coordinato e curato da Marco Scotini, che mira a “registrare il reale” con un intelligente repertorio di riflessioni sul sistema internazionale dell'arte contemporanea. Protetta dal solido usbergo del NABA – Nuova Accademia Belle Arti (Milano), la rivista “NO ORDER. ART IN A POST-FORDIST SOCIETY” (edizione bilingue, italiano/inglese – info, noordermag.org) si presenta come uno spazio di solida indagine sullo stato delle cose presenti. Divisa in tre sezioni – “Time Zone”, “Play Time” e “Time Machine” – la rivista costruisce preziosi panorami sulle temperature artistiche e culturali più attuali calibrando la propria linea di pensiero all'interno di punti cardinali che chiamano alla memoria termini cruciali quali “pluralità”, “differenza”, “multiculturalismo”, “mondializzazione”, “identità”. Notevole è, ad esempio, il discorso affrontato da Lorenza Pignatti (discorso che apre, tra l'altro, la sezione “Time Zone”) teso a leggere lo spazio creativo nel campo della geografia e a fare da apripista a tutta una serie di interventi internazionali che propongono spaccati culturali inediti su paesi quali Russia (Viktor Misiano), Repubblica Ceca dove c'è «un entusiasmo idealista a basso budget» (Vit Havránek), Romania (Ruxandra Balaci), Turchia (Vasif Kortun) e Croazia (Ivana Bago e Antonia Majaca). Mappe attente a definire i luoghi e le loro estrazioni culturali, gli spazi e i nomi dell'arte, i sogni e gli inevitabili problemi.

Di notevole interesse e coinvolgimento sono, inoltre, alcuni argomenti racchiusi nella sezione “Play Time”. Andris Brinkmains, che firma l'intervento di apertura (“Educazione”), sottolinea l'importanza di ritornare alla «coscienza collettiva» per «rimettere in discussione tutto il sistema educativo e le sue gerarchie». Partendo dal lavoro di Maciunas, Astrit Schmidt-Burkhadt schiude un'analisi serrata sulla “gestione del potere” e sulla “riorganizzazione del sapere”, mentre Stephen Willats, con “Network casuali”, analizza alcuni parametri della società contemporanea. Maurizio Lazzarato, propone, dal canto suo, un discorso ampio su “Governo e valorizzazione dell'arte e della cultura” con un punto sull'“intellettualità collettiva (o di massa)” davvero prezioso. Diviso in cinque punti, “Il Brand Manifesta” di Marco Scotini, è, infine, una delle ultime tappe della corposissima (e gustosa) sezione “Play Time”. Una tappa in cui l'autore attraversa e legge, con lucidità, l'industria culturale, i suoi progetti e i suoi pubblici, le sue grandi manovre all'interno di una macchina chiamata, appunto, “Manifesta”.

“No Order Magazine” è, insomma, un cantiere critico e teorico di natura pluridisciplinare e polifonica, che interroga il mondo della vita attuale per mostrare – senza le varie epurazioni dettate dal mercato o dal mondo della politica – lo stato dell'arte e del capitalismo, della cultura e della nostra pulsante contemporaneità.





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