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L’avventura intellettuale di Clement Greenberg in un prezioso volume della Johan & Levi
Data: 30.09.2011

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coverInterprete dei flussi letterari d’avanguardia, amante del modernismo (dei suoi simboli, delle sue figure e dei suoi segreti). Artista per vocazione e fine traduttore per necessità. Critico d’arte tra i più brillanti del panorama statunitense e teorico impegnato a leggere le maglie del proprio tempo. Sostenitore, tra l’altro, dell’Espressionismo astratto e amico degli artisti d’area newyorkese (nel 1984 Jackson Pollock è stato etichettato, col senno di poi, come l’artista che «provò sempre nostalgia per la figura»). Clement Greenberg (1909-1994) ha tracciato, lungo il suo cammino intellettuale, la mappa artistica del Novecento americano, per disegnare – dagli anni Trenta agli anni Ottanta del XX secolo – gli abiti del nuovo. Di un nuovo letto attraverso le lenti del criticismo kantiano, del pragmatismo deweyano, del socialismo trotskista e dell’elitismo eliotiano.

In costante dialogo con gli scritti di alcuni grandi teorici – che vanno da Kant, appunto, a Benedetto Croce, da Lionello Venturi a John Dewey, da Thomas S. Eliot a Thorsten Veblen ecc –, Greenberg ha costruito la propria parabola riflessiva facendo dello sguardo («Mi ero messo davvero a guardare l’arte attorno al 1936») il primus movens dell’atto critico. Difatti, «un critico d’arte», sottolinea Greenberg in una lunga intervista rilasciata a Trish Evans, «dovrebbe avere occhio, e non c’è altro da dire».

L’allenamento dell’occhio, lo sguardo vigile sull’arte e sulle esperienze culturali del proprio tempo [al 1953 risale La condizione critica della nostra cultura (The Plight of Our Culture), un testo di grande vivacità intellettuale e di entusiasmante attualità], sono, così, punti cruciali di un discorso – e di un percorso – attraverso il quale Greenberg riconsidera la storia e compone, via via, un approccio critico all’arte di natura modernista per verificare i temi del moderno (come il bello e il gusto) «nel vivo della loro contingenza storica». Fino a tracciare la sua «definizione di modernismo […] in tutta la sua complessità delle sue sfumature». Un modernismo che è pretesto necessario a creare «l’ipotesi di un canone descrittivo dell’arte, non prescrittivo, costruito sul terreno vivo dell’esperienza, in un processo critico progressivo capace di cogliere equivalenze formali tra l’arte del passato e quella del presente».

A questo personaggio, la cui opera è stata per lungo tempo «completamente assente nel mercato editoriale» (lo ha sottolineato Luigi Fassi nel 2008, in un numero invernale di Flash Art), è stato dedicato finalmente un volume di notevole interesse. Si tratta di un’antologia critica, a cura di Giuseppe Di Salvatore e dello stesso Luigi Fassi, che raccoglie tutta una serie di interventi in cui è possibile trovare teoremi e problemi di arte, etica, estetica e politica contemporanea. Clement Greenberg. L’avventura del moderno (Johan & Levi Editore, pagine 448). Con questo titolo Di Salvatore e Fassi consegnano al lettore un volume entusiasmante e (almeno al critico) indispensabile su una figura controversa della critica d’arte internazionale.

Diviso in cinque grandi sezioni – Posizioni teoriche, Greenberg critico d’arte moderna, Analisi sociale e contesto culturale, L’ultimo Greenberg e, “annessi”, alcuni Scritti biografici – , ognuna delle quali preceduta da una lucidissima analisi introduttiva formulata dai curatori che firmano anche una notevole Introduzione, il volume evidenzia (attraverso una scelta di natura sincronica) i temi privilegiati dal pensiero di Greenberg. Di un uomo che ha scelto l’arte e la critica d’arte per coltivare il proprio pensiero. Perché la critica d’arte, «la forma di scrittura “elevata” più ingrata che conosca», è stata, per lui, la regione attraverso la quale guardare i mutamenti repentini dell’umanità.





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