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“Paesaggio, Costituzione, Cemento” di Salvatore Settis
Data: 07.10.2011

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Le migliori leggi di tutela per il peggiore abusivismo edilizio.
 

L’espressione più appropriata per riassumere il senso dell’identità del nostro Paese è certamente la parola Cultura nelle sue varie sfaccettature. La prima è ovviamente quella riguardante il paesaggio, inteso come quell’insieme di beni artistici, architettonici e anche naturalistici che compongono, con la loro eccezionalità e varietà, un patrimonio appunto culturale, unico al mondo. La sua gestione e valorizzazione è senza dubbio la componente determinante di una qualsiasi scelta strategica sul futuro e sullo sviluppo del paese. Così in passato non è avvenuto. Fin dagli anni Sessanta, ma certamente in modo più rapido negli ultimi vent’anni, si è sistematicamente provveduto, come racconta Salvatore Settis nel suo ultimo libro “Paesaggio, Costituzione, Cemento” alla distruzione del paesaggio e all’abbandono di qualsiasi criterio di tutela e valorizzazione. Da tempo Salvatore Settis, archeologo di fama internazionale, ex direttore della Normale di Pisa, afferma che il paesaggio è “il grande malato d’Italia”: lo ha scritto nei suoi libri, lo ha spiegato nelle sue conferenze, lo ha denunciato ai politici. L’autore è, infatti, protagonista di una lunga battaglia contro la svendita statale del patrimonio artistico e lo sfregio sul nostro paesaggio.

Secondo Settis negli ultimi decenni abbiamo assistito ad una crescita incontrollabile del cemento e gran parte del territorio nazionale è stato sommerso da nuove costruzioni, talvolta, ignorando persino le più elementari regole della sicurezza, con la conseguenza di favorire nefaste alluvioni e frane. Settis spiega che le leggi anziché proteggerci sono caratterizzate da contraddizioni fra poteri pubblici e dai conflitti di competenza fra Stato e Regioni. Ciò che non funziona, in particolare, è proprio il livello regionale. Le Regioni, infatti, non hanno creato i piani territoriali paesistici, come previsto dalla legge Galasso e hanno incaricato i Comuni di occuparsi della questione, i quali a loro volta sono costretti a svendere il territorio a causa dei tagli. I Comuni hanno, infatti, pochi introiti, tra questi spiccano gli oneri di urbanizzazione cioè le tasse che i cittadini pagano per costruire una casa. Con la legge Bassanini, questi oneri versati dai cittadini non sono più vincolati alla realizzazione di opere di urbanizzazione, cioè strade, luce, gas, fognature, eccetera, ma possono essere usati dal Comune per qualsiasi altra spesa. Il questo modo il permesso per la costruzione di case viene concesso con grande generosità, anche laddove non si dovrebbe. “L’Italia è il paese con il minor tasso demografico in Europa, eppure è il paese con il più alto uso del suolo […]. Stiamo riducendo in misura preoccupante la superficie agricola utilizzabile” scrive l’autore. Tali circostanze determinano gravi problemi per l’ambiente, per la tutela del paesaggio e per la qualità stessa di vita dei cittadini. “La natura, sostiene Settis, è un bene comune e non può essere sfruttata a nostro piacimento perché distruggere il paesaggio significa distruggere la nostra memoria collettiva”. L’affermazione dell’interesse comune sul territorio richiede, dunque, l’azione di un potere pubblico consapevole ad ogni livello, un Ministero dei Beni Culturali dotato di mezzi necessari a svolgere i suoi compiti ma soprattutto una crescita della coscienza cittadina.

Nel libro il paesaggio è, dunque, descritto come specchio di contraddizioni, di rapine e di sprechi e al contempo come potenziale momento unificante della ricomposizione del territorio e dell’ambiente all’insegna dell’affermazione del bene comune. Valorizzare la cultura significa concretamente favorire la tutela del patrimonio culturale con precise misure di natura fiscale che agevolino il recupero dei centri storici, vuole dire progettare infrastrutture che siano efficienti e compatibili con lo sviluppo turistico di molte aree che sono tuttora irraggiungibili e vuole dire affrontare con coraggio la materia in merito al mantenimento dei beni culturali e alle attività che la valorizzano. Vuole dire in conclusione accettare una vocazione che è innata del nostro Paese e che rappresenta un’insostituibile fonte di sviluppo e di crescita. Di questo oggi abbiamo bisogno.






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