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Una storia dell'arte come storia delle mostre disegnata da Antonello Negri
Data: 10.01.2012

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I discorsi sull'arte e sulla critica a lei dedicata muovono, negli ultimi decenni, sulle mostre temporanee d'arte contemporanea – quelle mostre che hanno scritto le narrazioni dell'arte e hanno costruito, via via, il nuovo – per aprire percorsi utili a ripensare la discussione sull'arte da un'angolazione privilegiata, quella delle esposizioni, che mostra questioni, formule e snodi esemplari, o meglio, “sicuri”, per la ricostruzione della storia. “Il ruolo delle mostre nella critica contemporanea”, una giornata di studi tenuta a Salerno (il 18 dicembre 2010), negli spazi della Fondazione Filiberto Menna, immediatamente dopo una mostra dedicata alla figura di Harald Szeemann (a cura di Stefania Zuliani), è uno delle primissime dimostrazioni di questo itinerario riflessivo.

Quando studiamo l'“Arte Povera” o la “Transavanguardia” ad esempio (volendo citare due correnti nostrane), non è necessario soltanto attraversare le loro fasi teoriche – ambedue apparse, tra l'altro, sulle pagine di “Flash Art” – ma anche alcuni eventi significativi: e cioè le esposizioni attraverso le quali questi “movimenti” hanno mostrato al pubblico – nazionale ed internazionale – programmi, artisti, squadre critiche, manifesti e tutti i vari satelliti che girano attorno alla “messa in scena dell'arte”. “Arte Povera + Azioni Povere” e “Aperto '80”, sono, per i due ultimi movimenti italiani proposti rispettivamente da Germano Celant e Achille Bonito Oliva, stazioni imprescindibili per lo studio dell'arte e dei suoi brani dell'arte e della critica d'arte del secondo Novecento.

“L'arte in mostra” (Bruno Mondadori, pagg. 266, euro 22), un recente libro di Antonello Negri, sottolinea, appunto, questa urgenza. L'urgenza di studiare l'arte attraverso una storia delle esposizioni transitorie – “Una storia delle esposizioni” è, non a caso, il sottotitolo di questo libro esemplare – per chiarire ed evidenziare le “confluenze” dei pensieri e dei tragitti o, semplicemente, «le stazioni di partenza della circolazione delle opere».

«Per costruire una storia dell'arte dai contorni più solidi», suggerisce Negri nell'“Introduzione” al volume, «sembra meglio partire da punti d'appoggio sicuri, come in qualunque disciplina storica. Uno di questi, per l'arte contemporanea, è costituito dai momenti nei quali le opere sono presentate alla visione pubblica, essendo viste da tanti e acquisite da qualcuno, per sé o per un'istituzione (un museo, per esempio)». Partendo da questo piano regolatore e metodologico, Negri ricostruisce, così, con vivacità e puntualità storica, un percorso avvincente che, tra incontri, luoghi ed occasioni (si pensi, tra le tante, all'«exploit cubista al Salon des Indépendants del 1911» dove, grazie «alla presenza nella giuria d'ammissione di Raymond Duchamp-Villon, che facilitò molto la possibilità di allestirvi una sala cubista» parteciparono, tra gli altri, i suoi fratelli Jacques Villon e l'outsider del 900 Marcel Duchamp), mostra i volti e i dialoghi di un tempo e di una temperatura artistica in continuo divenire.

Diviso in cinque capitoli di respiro – “Salon e grandi esposizioni”, “I circuiti alternativi nella seconda metà dell'Ottocento”, “Alle fonti della modernità”, “Tra le due guerre” e “Dopo il 1945: la maniera dell'avanguardia” –, il meraviglioso volume di Negri si presenta, così, come un'ottima – e direi anche indispensabile – bussola per navigare sui mari dell'arte del secondo Ottocento e sugli oceani delle Avanguardie Storiche e per raccontare, con una metodologia irrinunciabilmente storica, gli incanti e i disincanti di stagioni dell'arte felici e uniche.







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