ArsKey Magazine | Articolo


Un’ Opera Gallery , il drugstore dell’arte nato dalla costola di Largo Baracche
Data: 17.02.2012

vai alla pagina


Un open space, un progetto editoriale e una tanto piccola quanto innovativa galleria. Tutto questo, e non solo, è Largo Baracche, il progetto nato a metà anni 2000 da un’idea di Giuseppe Ruffo, Pietro Tatafiore e Mariano Ipri (Associazione culturale SABU), che immaginano per le gallerie sotterranee dei quartieri spagnoli di Napoli una destinazione del tutto diversa da quella che fino ad allora ne aveva fatto un deposito per motorini rubati, armi o droga. Situato in uno dei quartieri difficili di una città che durante la seconda guerra mondiale è stata bombardata circa 200 volte, l’ex ricovero antiaereo è stato riscoperto nel 2001 e inserito nell’European Urban Renewal Council, per poi esser concesso in comodato d’uso alla giovane associazione. Il grande impegno di SABU è consistito nel fare di un programma culturale, non tanto il risultato di una riqualificazione urbanistica calata dall’alto delle politiche europee, quanto il punto di partenza di un rinnovamento civile, la cui chiave di volta sta nella profonda conoscenza e consapevolezza del territorio. Una ventata d’aria nuova con cui l’associazione si propone infatti di “alzare il tasso di vivibilità della zona”, promuovendo iniziative che vanno al di là del singolo progetto espositivo e che, anche se percepite come qualcosa di estremamente inconsueto - a volte persino da parte della stessa amministrazione cittadina che non sempre si rivela un interlocutore attento -, hanno portato il marchio Largo Baracche direttamente nei luoghi istituzionali dell’arte contemporanea in città.

È così che nel 2009, dopo appena 3 anni di attività, il gruppo dei vulcanici curatori ha riempito gli spazi di Villa Pignatelli Cortes con la mostra Chiamata all’Arte, una vera e propria chiamata a raccolta tanto dei vari e affermati Kounellis, Cucchi, Longobardi, Tatafiore, quanto dei giovani e meno noti artisti locali - da Elpidio Ziello al writer Kaf -, invitati a chiedersi se e come l’arte sia ancora in grado di confrontarsi con contesti difficili, in modo concreto e non meramente rappresentativo. Sempre in quest’ottica, sono vari gli artisti stranieri arrivati negli ultimi anni a Napoli per partecipare alla mission di SABU: il fotografo francese Nicolas Pascarel, famoso per i suoi reportage, ha condotto un workshop riservato ai ragazzi del quartiere; l australiana Virginia Ryan con il progetto Terraemotus Femminile ha coinvolto invece le donne del quartiere nella realizzazione di un’opera in tessuto ricamato; e ancora la serba Marta Jovanovic (figlioccia di Marina Abramovic), che dopo Belgrado, Roma e New York, ha portato anche a Napoli il progetto Shoot me!.

terremotusfemminileryan_400



logo_originale_400

Seguono il successo delle mostre Divina Commedia ed Eruption, Napoli/New York, l’una capace di rianimare le mura di Palazzo Roccella, sede del PAN, l’altra ospitata addirittura al MADRE. Quest’ultima in particolare, frutto di una collaborazione fra gli artisti della “factory” di Largo Baracche e la galleria newyorkese White Box, ha proposto una significativa riflessione sulla leggendaria collezione Terrae Motus del gallerista Lucio Amelio, oggi visibile, per lascito testamentario, alla Reggia di Caserta. A metà anni ’80 il gallerista affermava infatti che “Napoli non è che è nata, Napoli è sempre stata, Napoli è come una cosa … non è che nasce, è là da sempre, Napoli ha tremila anni di energie, di culture. Non è che l’abbiamo fatta nascere, noi abbiamo semplicemente sviluppato un progetto per inserire Napoli all’interno di un circuito internazionale di cultura. Oggi paradossalmente possiamo dire che Napoli è capitale e Parigi non lo è più, mentre lo è ancora New York”.

Un personaggio quello di Amelio che, forse indirettamente, sembra aver ispirato l’altro progetto nato dalla costola di Largo Baracche: Un’Opera Gallery apre nel 2010 sull’esempio della galleria parigina Piece Unique di Marissa Gravagnuolo, alla quale Lucio Amelio affidò, più di vent’anni or sono, il progetto di realizzare una sorta di drug-store dell’arte nel quartiere delle gallerie storiche di Saint-German de Presse. Ogni mese un artista diverso vi espone la propria opera, una sola, visibile dalla strada a tutti, fruitori consapevoli e non. Formula riproposta con successo in via Bellini, proprio davanti l’Accademia di Belle Arti, ovvero dall’altra parte di quella via Toledo, che prende il nome da colui il quale nel XVI secolo volle destinare il quartiere adiacente ai dormitori (baracche appunto) dei soldati spagnoli.

Non male per un’ associazione di giovanissimi, neppure trent’anni a testa, che riescono a passare con tanta disinvoltura dai cosiddetti “bassi” dei quartieri difficili dove l’arte è impegno civile, ai grandi spazi espositivi dove la stessa si fa condizione di status sociale, dalle atmosfere sulfuree del ventre di Napoli a quelle rarefatte dei grandi circuiti internazionali, in uno stile g-local che è nell’identità stessa di una città con 3000 anni di storia, durante i quali non ha mai smesso il suoi abiti cosmopoliti. Il tutto supportato da un'intelligente attività editoriale, Arte Magazine, che in un solo e agile foglio pieghevole ospita mensilmente interventi sull’arte tout court, senza soluzione di continuità fra le news e gli approfondimenti di taglio storico-critico, l’archeologia e il contemporaneo, gli eventi in città e quelli internazionali.







© ArsValue srl - P.I. 01252700057