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Mibac: Il giallo del crocifisso milionario.
Data: 21.02.2012

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In questi giorni la storia dell’arte è tornata sulle prime pagine dei giornali. Ciò non per una nuova attribuzione o per un restauro finalmente riuscito, bensì per una vicenda dai contorni poco chiari riguardante l’acquisto da parte del Mibac, per volontà dell’allora Ministro dei beni culturali Sandro Bondi, di un crocifisso attribuito senza attenta verifica a Michelangelo Buonarroti.
L’acquisto dell’opera, costata più di 3 milioni di euro, risale al 2008. Una compravendita che è sfociata in una condanna penale da parte della Corte dei Conti per l’allora direttore generale e oggi sottosegretario del Mibac Roberto Cecchi, ritenuto tra i maggiori responsabili della vicenda. L’indagine, e la conseguente condanna, è scaturita proprio dal prezzo dell’opera ritenuto eccessivo in caso di erroneità di attribuzione ed eccessivamente conveniente se la paternità dell’opera fosse effettivamente ascrivibile a Michelangelo. Cecchi si difende dichiarando: “fu proprio la Corte dei Conti nel 2008 a dare legittimità all'acquisto registrando il contratto relativo” e l’ex Ministro Sandro Bondi: “rivendica con orgoglio la decisione di allora”, asserendo: «Non ho alcuna difficoltà -(la decisione)-. Venne presa da me con il parere vincolante del comitato tecnico consultivo, sia per quanto riguarda l'attribuzione sia relativamente al costo della scultura”.
Per  difendersi, il sottosegretario Roberto Cecchi ha citato una presunta dichiarazione favorevole all’acquisto del crocifisso da parte dell’allora Presidente del Consiglio dei beni culturali Salvatore Settis, testimoniata da una mail del celebre studioso del 18 novembre 2008.
Nella sua replica al Corriere della Sera del 20 febbraio, di cui riportiamo i punti salienti,  Settis- che di fatto si dice estraneo alla vicenda del crocifisso dei veleni- ha chiarito definitivamente la questione:
“Durante la mia presidenza il Consiglio Superiore non ha mai, neppure per un secondo, parlato del Crocifisso (lo fece invece il Comitato di Settore per la Storia dell’arte): è dunque evidente che non posso aver parlato in nome del Consiglio. Né posso aver fatto attribuzioni, e non solo perché non sono un esperto di scultura del tardo Quattrocento, ma perché non ho mai visto (ad oggi) quel crocifisso, e non ho l’abitudine di esprimere pareri senza aver visto. La verità è molto più semplice, anzi banale; e ringrazio Cecchi per aver citato la data dalle mia e-mail (18 novembre 2008), che aiuta a ricostruire il contesto”.
E così chiarisce: “Era allora in corso un durissimo scontro con l’allora ministro Bondi: egli tacque quando il bilancio del suo ministero subì un taglio pesantissimo di oltre un miliardo, ma si agitò quando io ne scrissi sul Sole-24 ore del 24 luglio 2008; il sottosegretario Giro ed altri mi invitarono allora alle dimissioni, che Bondi respinse. Ma la gravità della situazione mi spinse a intervenire ripetutamente nei mesi successivi, con alcuni articoli su Repubblica, uno su Die Welt e numerose interviste, in Italia e fuori. […] È in questo clima polemico che Cecchi, senza darmi particolari né sulle procedure né sul prezzo, mi chiese “abbiamo i soldi per comprare un probabile Michelangelo, che ne pensi?”. In quel contesto, c’era un solo senso possibile: verificare se avrei criticato il Ministero, magari sui giornali, perché, in tempi di magra, non destinava quei soldi altrimenti. E la mia risposta aveva un solo senso possibile: la convinzione che, anche in tempi di magra, un buon acquisto  può essere un segnale positivo. Nessuna implicazione di tipo istituzionale, né tanto meno attributivo”.
Per ora il crocifisso, che doveva essere esposto al Museo del Bargello a Firenze, è finito in un magazzino. Ci chiediamo, a ragione, come andrà a finire il giallo dell’acquisto milionario che abbiamo pagato, come sempre, a nostre spese.






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