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Ministro, favorisca la dichiarazione dei redditi...
Data: 05.03.2012

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La pubblicazione delle dichiarazioni dei redditi da parte di ministri e sottosegretari rappresenta una novità assoluta per lo Stato italiano. Questa iniziativa è da valutare con interesse poiché va nella direzione di una maggiore trasparenza nel rapporto tra istituzioni e cittadini. Le cifre che vengono fuori dalla lista delle rispettive dichiarazioni sono molto alte rispetto allo stipendio medio di un lavoratore italiano, ma, per dovere di cronaca, c'è da dire che i componenti del consiglio dei ministri occupavano cariche di rilievo già prima della “chiamata alle armi” da parte di Mario Monti.

Il Ministro della Pubblica Amministrazione, Filippo Patroni Griffi, sta già studiando una norma per imporre la pubblicazione dei redditi anche a quei dirigenti che rivestono incarichi pubblici a livello locale e nazionale. Lo stesso ministro il 23 febbraio ha presentato alla Camera un primo elenco relativo agli stipendi dei super-manager della pubblica amministrazione, ma purtroppo reperire queste informazioni risulta assai difficoltoso. In Parlamento, per esempio, i redditi di deputati e senatori per legge devono essere noti, ma per poterli inserire on line c’è bisogno una liberatoria, che, purtroppo, è stata firmata solo da un terzo del numero totale dei parlamentari. Tra coloro che l'hanno sottoscritta troviamo Bersani, Casini, Di Pietro, mentre non è ancora pervenuta la firma di alcuni esponenti di spicco della vecchia maggioranza come Berlusconi, Bossi, Alfano, Fini e Schifani.

I problemi congeniti della nostra politica sono oramai noti, ma vale la pena ricordarli: corruzione, infiltrazione mafiosa, scarsa trasparenza nelle gare d'appalto, evasione fiscale, mancanza di meritocrazia, debolezza delle istituzioni, conflitti d'interesse di varia natura. In Inghilterra, per esempio, i politici non sono chiamati a rendere noti i propri redditi, ma a dimostrare di non ricoprire più incarichi per evitare pericolosi cortocircuiti tra interessi pubblici e privati. Operazioni di questo tipo difficilmente potrebbero essere avallate oggi in Italia, poiché il governo Monti rischierebbe di perdere immediatamente quei numeri che ne garantiscono la sua esistenza. Per quanto riguarda, invece, le vicende strettamente legate a Lorenzo Ornaghi, Ministro della Cultura ed ex rettore dell'Università del Sacro Cuore, non riusciamo a cogliere segnali di discontinuità rispetto ai suoi predecessori. Se, infatti, l'esecutivo di Mario Monti si è contraddistinto per un forte attivismo nei suoi primi 100 giorni di governo (con iniziative controverse ma che meritano attenzione), al momento non c'è sul tavolo nessuna proposta concreta che affronti problemi legati al mondo della cultura. Il solo tema dibattuto pubblicamente si riferisce a maggiori sgravi fiscali per i privati che sponsorizzano iniziative culturali; proposta, questa, in grado di garantire un po' di ossigeno al mondo dell'arte e della cultura, ma che, alla lunga, rappresenta l'ennesimo effetto placebo per un settore che sta vivendo anni drammatici. A fare le spese di questa situazione difficile non sono ovviamente gli alti dirigenti o le realtà “consolidate”, ma quel sottobosco, formato in gran parte da giovani, che si contrappone alla cultura “ufficiale”, e da cui potrebbero nascere i cambiamenti più duraturi.

Il problema non è analizzare quanto guadagnano i nostri politici o i dirigenti culturali, ma piuttosto cosa propongono per uscire da questa situazione, con chi si confrontano, come pensano di incidere in un tessuto sociale allo sbando come quello italiano, che avrebbe bisogno di investimenti mirati in settori nevralgici come cultura e istruzione. L'agenda politica relativamente a questi temi è vuota, tanto che risulta anche difficile discutere di proposte che non esistono.

Tuttavia, la crisi in cui è sprofondato il nostro settore non dipende solo da fattori esterni, è inutile mettere la testa sotto la sabbia. La corruzione, infatti, non è solo quella che si consuma all'ombra degli uffici pubblici, ma risiede anche nelle coscienze di molti dei personaggi del mondo dell'arte. Da questo punto di vista i critici sono sicuramente le figure più a rischio, poiché a loro, in Italia, è stato demandato il compito di “filtraggio” della proposta artistica e culturale. Per attuare un cambiamento vero ci vorrebbe, come direbbero gli indiani, un “panchakarma”, ovvero una purificazione completa del corpo dal suo interno, che coinvolga la politica e le alte sfere del settore cultura. La stessa crisi economica altro non è che una crisi umana e di coscienza. I problemi, infatti, non risiedono nella mancanza di risorse economiche, ma nel modo in cui queste vengono gestite. I venti miliardi di euro destinati alla Tav Torino-Lione basterebbero per rilanciare istruzione, cultura e turismo.

È importante, quindi, inserire in settori nevralgici della macchina amministrativa figure di alto profilo morale e professionale per garantire il rispetto delle normative in essere; lo stipendio di questi, seppure alto, sarebbe allora meritato e in pochi se ne lamenterebbero. La questione morale rimane quindi il passaggio obbligato sulla strada del risanamento, che fa il pari con l'onestà intellettuale in riferimento al mondo dell'arte e della cultura.





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