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MIA Fair 2012: Intervista con Fabio Castelli
Data: 30.04.2012

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Vai all'evento: MIA Fair – Milan Image Art Fair 2012

Vai alla sede: SuperstudioPiù



Progettato come un’enorme agora, o un dedalo piuttosto, un crocevia ideale e fortuito in cui le persone possano incontrarsi prevedibilmente, ma inaspettatamente possano incontrare anche se stesse. Riflesse sulle pareti di questo labirinto: pareti d’immagini, nel senso più ampio del termine. Immagini fisse o in movimento, immagini pluricromatiche o monocromatiche, realtà e finzione che si abbracciano in un inestricabile nodo. Riflettersi nelle immagini, non su degli specchi. Immagini che ci assomigliano, o che ci rigettano; immagini che raccontano un mondo temuto o desiderato, noto o ignoto … non ha importanza. O non più di quanta ne abbia la scelta individuale. Mia fair è l’occasione in cui, i segni di un pennino intinto nella luce, possano rivendicare un loro posto esclusivo nel mondo dell’arte; Mia Fair vuole essere il luogo in cui gli artisti possano incontrare i galleristi, i curatori, i critici e mettersi in gioco. Conoscersi. E decidere assieme, cosa ne sarà della fotografia, della grafica, dell’immagine.
Mia Fair si appresta, dunque, ad inaugurare la sua seconda edizione presso lo presso lo spazio espositivo di Superstudio Più – Milano, che resterà aperta al pubblico dal 4 al 6 Maggio 2012. In seguito al successo di pubblico dello scorso anno, Milan Image Art Fair - la prima fiera d’arte in Italia dedicata alla fotografia, si apre alla video-arte. Con il dott. Fabio Castelli, primo artefice di questo evento, scopriremo su quali terreni si coltiva “la prima fiera d’arte in Italia dedicata alla fotografia e la video arte”, chi effettivamente coinvolge, e verso quali direzioni si esplicherà l’intrapreso percorso della fotografia. E non stupitevi, se chiameremo “futuro” l’analogico.

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Photographers Limited Edition, Albert Watson, Kate Moss in Torn Veil - Marrakech, 1993, Courtesy Albert Watson

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LADIES ON DA ROOF (2000), Digital C.Type (foto), legno di noce, scatole di sapone (cornice), 130x95 cm, ed. 3/7.
Courtesy Galleria OltreDimore di Bologna


Roberta D’Intinosante:
Un enorme successo quello registrato durante la prima edizione di Mia Fair 2011. Sul comunicato leggiamo cheall'Italia mancava ancora la sua fiera dedicata alla fotografia e alla video arte”. Mancava la fiera o mancava l’interesse? Intendo, ritiene di aver saputo comunicare efficacemente l’entusiasmo per una sua passione, o di aver sapientemente cavalcato l’onda di un interesse nascente?
Fabio Castelli: Esistono due filoni d’interesse: la cultura della fotografia “classica” che fa riferimento a maestri come Ghirri e Giacomelli, per parlare di autori italiani, ed un secondo filone che utilizza la fotografia affiancandola ad altri mezzi espressivi, come il disegno, la pittura, la scultura, la perfomance, il ricamo … ecc. La connessione tra questi due filoni, nonché la possibilità alla portata di tutti di approcciare la fotografia, la quale non presuppone necessariamente un talento nel disegno, piuttosto che nella manualità o in qualunque altra tecnica espressiva, poiché è sufficiente disporre di un telefonino per scattare una foto … hanno creato le condizioni per un Mia Fair. Poiché, uno strumento così vicino agli utenti, così accessibile, favorisce anche l'interesse nei confronti di questa disciplina, di questa forma d'arte. Inoltre, senza dubbio, l’interesse che da sempre nutro nei suoi confronti, mi ha permesso di sviluppare un evento che effettivamente va incontro e interpreta, quelle che sono le aspettative di un pubblico che ama l'arte, e che vuole essere vicino a questo mondo permettendo, nonostante i tempi difficili che viviamo, di accogliere e soddisfare il desiderio di possedere opere d'arte.

R.D.I: Si ritiene ancora la fotografia un nuovo linguaggio, una fonte ancora in buona parte inespressa, dunque colma di potenzialità. Quali pensa che potranno essere i nuovi sviluppi? In quali direzioni si muoveranno?
F.C: Il fascino della fotografia è declinata in moltissimo modi e quindi quello che Mia Fair cerca di rendere evidente è una fotografia utilizzata come linguaggio di arte contemporanea. Rispetto a questo, l’evolversi delle tecnologie, delle tecniche, è una questione secondaria, non credo che l'aspetto tecnico sia rilevante: sono mezzi a disposizione perché l'artista possa fare la sua arte. La cosa più importante non è l'aspetto tecnico ma l'aspetto del pensiero, il progetto sotteso all'opera. Ed è, magari, curioso evidenziare come ci sia un grandissimo interesse da parte dei giovani, dei ventenni, nei confronti della tecnica di stampa in camera oscura. Sentito come qualcosa di antico, talmente lontano … curioso, quindi, assistere a questa rievocazione dell'analogico rispetto al digitale. In una differenza di appena quindici anni, tra il ventenne e il trentacinquenne si riscontra un’estrema divergenza d'interesse: nel primo il fascino dell'analogico, mentre nel secondo è preponderante l'interesse per il mondo del digitale. Non si può allora parlare di frontiere sotto il profilo tecnologico, le frontiere semmai riguardano la capacità di resa delle emozioni, dei contenuti. L'uso della tecnica è estremamente importante in quanto deve essere più vicino possibile al linguaggio artistico dell'autore il quale può usare le diverse modalità di stampa, per sottolineare i contenuti e le risultanze estetiche della sua opera. È importante che venga colta la differenza tra una stampa ink-jet su carta cotone e quella denominata lambda montata sotto perspex. Questa è il compito che sono chiamati a svolgere una decina di laboratori presenti in fiera.

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Artista: Alicia Martín Titolo: Singularidades Anno:2011 Tecnica: c-print su alluminio Dimensioni: 120x120 cm Edizione: di 6 Courtesy: Galica e l'artista

R.D.I: Man Ray affermò di dipingere ciò che non poteva fotografare, Paul Klee dalla sua specificava che scopo precipuo dell’arte era “rendere visibile”. Esiste ancora qualcosa che non può essere fotografato?

F.C: Man Ray nonostante i rayogrammi (che comunque per essere prodotti utilizzano oggetti reali e luce) era legato al concetto di fotografia come mezzo per riprodurre la realtà. Concetto per il quale la tecnica digitale ha segnato il definitivo superamento. Non mi viene in mente nulla che non possa essere fotografato. Anche le emozioni, che non sono necessariamente qualcosa di invisibile, magari di impalpabile possono comunque essere sempre rappresentate attraverso l'idea geniale di qualcuno che voglia cimentarsi in quest'operazione.

R.D.I: Che ruolo ha la grafica, Photoshop, in tutto questo?
F.C: Io cerco di non annettere l'aspetto tecnico della fotografia alla fotografia stessa: sono strumenti che sicuramente aiutano l’espressività, ma non vorrei che la fotografia fosse vista esclusivamente come un mezzo attraverso cui si cerchi di visualizzare solo la realtà. Ormai siamo oltre questo discorso. “Fotografare”, etimologicamente, vuol dire “disegnare con la luce”. Oltretutto con il digitale la luce non è essenziale. Infatti la fiera si chiama “Milan Image Art: non parliamo esclusivamente di fotografia ma parliamo di “immagini”. Per questo ci stiamo aprendo anche alla video-arte dove l'immagine è arricchita dal movimento e dal suono.

R.D.I: Sul comunicato leggiamo, ancora, “il ricco programma culturale previsto supporterà un collezionismo consapevole”. Oggi chiunque si diletta a premere un grilletto e chiunque dichiara di fare “foto artistiche”. In una sua precedente intervista stabilisce un discrimine tra l’artista e l’autore, asserendo che il primo utilizza la fotografia come linguaggio, e il secondo a scopo documentaristico. Ma tra coloro che presumono di utilizzare la foto come linguaggio, dicendo cose più o meno interessanti, come riconoscere “l’Artista” ?
F.C: Questo è il tema dell'arte contemporanea. Non possiamo fare un distinguo tra l'artista che utilizza la fotografia come mezzo espressivo o un artista che utilizza qualsiasi altro mezzo. Il riconoscimento dell'arte in quanto tale, è un riconoscimento difficile nell'arte contemporanea. Molti artisti del passato, “contemporanei” nella loro epoca di riferimento, non erano compresi, apprezzati. È soltanto il tempo, a far emergere le loro grandezze oppure le loro grandi valenze. La stessa cosa vale per l'arte attuale: vedremo quello che sarà veramente arte, quello che rimarrà nel tempo, per ora cerchiamo di far delle proposte estremamente diversificate, e vedremo ciò che si confermerà e resisterà nel tempo. Oggi, come ieri, può accadere che quello che è il valore attribuito dal mercato non corrisponde al valore estetico e qualitativo dell'opera, oppure vediamo opere significative, poco apprezzate dal mercato e ancora, opere di autori che sostenuti da potenti gallerie che con operazioni di marketing molto sofisticate e alleanze con case d'aste e musei raggiungono prezzi formidabili. Bisognerà vedere la tenuta nel tempo di tali valori.

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Artista: Art Kane Titolo: The Who Anno: 1968 Tecnica: Archival Fine Art Digital Print Dimensioni: 70x100cm Edizione: 7 Courtesy: Art Kane / Wall Of Sound Gallery

R.D.I: Mia Fair presenta una serie di iniziative interessanti, come l’esposizione riguardante l’editoria, sicuramente una lezione di buon gusto; l’invito rivolto alle gallerie, ad esporre un solo artista ma soprattutto, il self-book. È di questi tempi la polemica sui cataloghi, sui testi curatoriali incapaci di raccontare una mostra nella sua specificità temporale, del senso che le è sotteso. Com’è nata la volontà di offrire a ciascuno la possibilità di costruire il proprio catalogo personalizzato?

F.C: È una delle peculiarità del format, poiché ritengo che sia difficile, per un artista, comunicare efficacemente l'idea sottesa ad un progetto, con una singola foto, o due foto come abitualmente vediamo nelle grandi fiere, dove le gallerie hanno la possibilità di presentare molti artisti e per questo, giocoforza, non possono che dare uno o due fotografie per ognuno. Questo è un limite per un pubblico interessato a comprendere quale tipo di progetto ci sia dietro le opere presentate. Per questo ho ritenuto che fosse effettivamente importante dare questa possibilità agli autori. Ogni artista ha il suo stand, e per ciascuno un catalogo con le immagini del progetto presentato che, con i testi critici e la biografia permette di fare un piccolo ma esaustivo excursus sull'autore. Lo sforzo di redigere e produrre più di 200 cataloghi è condiviso con PAN, il nostro sponsor tecnico che condivide con noi le fatiche e ci assiste con grande competenza e... pazienza. Mia Fair, infatti, è un format che nasce anche per rispondere alle pressioni di tutti quegli artisti che chiedono visibilità ai loro lavori. Ovviamente, prima sottoponendoli ad un comitato scientifico che effettui un controllo di qualità. Ma concedere a tutti la possibilità di esporre anche se privi dell’intermediazione di un gallerista; anzi, uno dei moventi di Mia Fair è proprio “mettere in relazione”. Dare quindi la possibilità agli artisti, di mostrarsi al mondo dei galleristi, al mondo dei curatori, al mondo dei critici in modo tale da poter trovare in quattro giorni di fiera ad un curatore con il quale poter intraprendere un percorso successivo. Prova del successo di questa iniziativa è che sui più di trenta autori che lo scorso anno si sono presentati autonomamente, quindici di loro questa anno sono stati “portati” da una galleria.

R.D.I: Se dovesse tirar fuori una coordinata, un comun denominatore nelle produzioni fotografiche attuali, un soggetto, un approccio, una prospettiva ricorrente … saprebbe individuarla? O meglio, è riscontrabile?
F.C: Non avendo una risposta immediata vuol dire che non ho colto questo comune denominatore. È una bella domanda. Effettivamente la situazione generale del nostro paese, del nostro mondo potrebbe rendere evidenti delle questioni che sono fondamentali per la vita del pianeta, delle problematiche sociali, o i rapporti tra occidente e oriente, ci sono grandi temi. È chiaro che si trovano in molti casi riferimenti a questi grandi problemi, ma credo che non ce ne sia uno solo sentito in modo corale.

In copertina: Riflesso su fotografia di Beatrice Helg, foto di Gianluigi Di Napoli





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