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Silenzio, parla Doris Salcedo. Plegaria Muda al MAXXI.
Autore: Stella Kasian
Data: 23.03.2012

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Gli artisti correlati: Doris Salcedo



 
Camminando lungo lo stretto corridoio di cemento a vista che immette nella galleria 2 del MAXXI, già si sente l’odore pulsante della terra umida. Il contrasto tra il materiale grezzo innovativamente scelto da Zaha Hadid per definire gli spazi interni del museo e l’energia vitale delle unità scultoree che compongono la Plegaria Muda di Doris Salcedo è solo il preambolo di ulteriori e più complessi confronti. L’ultimo lavoro dell’artista colombiana genera nello spettatore un impatto estetico notevole. Ogni singola scultura, prodotta dalla sovrapposizione di due tavolini che trattengono al centro una zolla di terreno da cui spuntano, attraverso piccoli fori sulla superficie lignea, esili fili d’erba, è distribuita con cura secondo un percorso obbligato e non certo casuale. L’attenzione al dettaglio come alla visione d’insieme svela la formazione tutta scultorea della Salcedo. Ma la magnificenza toccante che questa schiera di oltre cento opere genera, esula da ogni scopo di teatralizzazione. La bellezza è per l’artista soltanto lo strumento necessario a restituire dignità alla vita umana.

La dignità di Plegaria Muda è la dignità delle giovani vittime delle gang giovanili nei sobborghi di Los Angeles, è la dignità del popolo colombiano messo in ginocchio dalla violenza delle forze amate nazionali, è la più universale dignità umana di tutti i martiri senza nome che la storia ha collezionato in un misterioso silenzio.

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Doris Salcedo, Plegaria Muda, 2008-2010,
legno, material organic, metallo e erba, Dimensioni variabili,
Fondação Calouste Gulbenkian, Lisbona, 2011
Fotografia Patrizia Tocci
Courtesy Alexander and Bonin, New York e Fondazione MAXXI, Roma

 
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Doris Salcedo, Plegaria Muda, 2008-2010,
legno, material organic, metallo e erba, Dimensioni variabili,
Fondação Calouste Gulbenkian, Lisbona, 2011
Fotografia Patrizia Tocci
Courtesy Alexander and Bonin, New York e Fondazione MAXXI, Roma


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Doris Salcedo, Shibboleth, 2007,
cemento e metallo; lunghezza 167 metri

Installazione, Turbin Hall, Tate Modern, Londra

Fotografia di Sergio Clavijo

Courtesy the artist


Dopo aver incentrato per anni la propria ricerca artistica sulle problematiche sociali della Colombia, << il paese della morte senza sepoltura, delle fosse comuni e delle morti anonime >> , Doris Salcedo ha allargato lo sguardo alle grandi città dell’occidente, anch’esse coacervo di contrasti inappianabili. Dal 2004 è cominciato il suo viaggio nei ghetti di Los Angeles e la conseguente riflessione sulla rabbia e la desolazione all’origine delle lotte fratricide fra bande, nucleo da cui si genera Plegaria Muda.

Le sculture che compongono il lavoro, in mostra a Roma fino al prossimo giugno, sono un binomio di forza e vulnerabilità, di morte e rinascita. La strenue caparbia di una piantina capace di fendere il legno per sopravvivere convive con il bisogno di cure ed attenzioni a cui non può sopperire autonomamente. Dalla terra dilaniata di Shibboleth, intervento appositamente realizzato nella Turbine Hall della Tate Modern di Londra nel 2007, si è passati alla terra feconda di Plegaria Muda.

La ferita nel pavimento del grande ambiente che accoglie i visitatori della galleria londinese, come le fessure che incidono il legno dei tavolini dell’ultima installazione sono le cifre della memoria. La Salcedo si è da sempre proclamata custode di drammatiche storie i cui echi hanno impregnato gli oggetti intimi poi raccolti ed esibiti. L’arte trasforma i ricordi da personali a collettivi, destinandoli a riempire il vuoto dell’ignoranza e dell’omertà. Nella nobile quiete del cimitero ricreato nel museo romano ciò che risuona è un messaggio non solo di sofferenza ma anche di speranza, la speranza << che anche in condizioni difficili possa vincere la vita >>.

In copertina:
Doris Salcedo, Plegaria Muda, 2008-2010,
legno, material organic, metallo e erba, Dimensioni variabili,
Fondação Calouste Gulbenkian, Lisbona, 2011
Fotografia Patrizia Tocci
Courtesy Alexander and Bonin, New York e Fondazione MAXXI, Roma








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