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Desert Inn/Desert In. Castello Svevo di Bari
Autore: Lucia Anelli
Data: 28.03.2012

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Una mostra sull’umano errare, sulla perdita e l’incommensurabile, sull’assenza e l’imprevisto è quella curata da Carlo Garzia, titolata “Desert Inn/Desert In”, prodotta da La Corte Fotografia e Ricerca, in collaborazione con la Soprintendenza ai Beni ambientali e architettonici per le province di Bari, Barletta-Andria-Trani e Foggia. Una collettiva fotografica allestita nella sala Bona Sforza del Castello Svevo di Bari, pensata come unanime terreno di confronto e riflessione su una tematica che di per sé si disperde in infinite soluzioni dello sguardo. Un progetto che Carlo Garzia, tra gli autori più significativi della nuova fotografia italiana, ha in qualche modo plasmato attraverso il lavoro dei dodici fotografi invitati. Il luogo sconfina nell’idea, lo spazio fisico nel viaggio mentale.

Deserto come perdita, attesa, concetto, dimensione percettiva. Ogni autore ne ha proposto una interpretazione, con esiti del tutto eterogenei. C’è chi, come Guido Guidi legge il deserto – umano, culturale - tra le macerie di un teatro storico e glorioso come il Petruzzelli di Bari, rivestito da impalcature e violato nelle fondamenta, oppure Stefano Di Marco, che respira la sottrazione, questa volta di vita e dignità, nelle stanze popolate da scheletri animali di un museo di scienze naturali, affastellati in una folta mandria, quasi in fuga, divenuta oggetto neutro dell’indagine scientifica. I solchi, gli attraversamenti, le pieghe di sconfinati e aridi landscape americani si traducono in momenti di assoluto, in cui il dettaglio, la texture, resta pur sempre protagonista nel lavoro di Ermanno Barchiesi.

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Anche le scheletrite strutture balneari di Michele Roberto, desolati totem, oramai svuotati da fasti e folla fragorosa, si lasciano finalmente attraversare solo dal vento, in un deserto inteso più come quiete e stasi. Un inconfessato senso di privazione/violazione e abbandono negli squallidi stanzoni di Achab, tra la batteria di materassi sfatti e decomposti e le persiane scardinate di un ex manicomio, ripreso da Roberto Toja. Più visionario Pio Tarantini, che costruisce surreali cosmogonie sospese in siderali spazi, in cui il passato nuota in un eterno presente. Un nostrano canyon di terra rossa quello ripreso da Gianni Zanni nelle cave di bauxite, tra cuspidi rocciose e liquami. Un dialogo parallelo tra terra e cielo, inconsistenza soffice e rude accumulo di pietra quella di Gianni Maffi, che con l’elaborazione digitale produce un senso di astrazione e sospensione extratemporale. C’è poi chi si affida a sfumature cromatiche indefinite – quelle delle saline di Margherita di Savoia – per tinteggiare un deserto più lieve, con spirito lirico, come Alessandro Vicario. Altra cosa gli scatti limpidi di Carlo Garzia, che pesca nel deserto del Nevada feticci di trascorsi cinematografici, tra mega scritte made in USA e pupazzoni in pensione, lasciandosi vincere dal gusto dell’ambiguità, tra un contesto alquanto pittoresco e un senso di rivelazione. Ma deserto è anche un intenso senso di geometrico isolamento, come quello colto da Cesare Ballardini sulla facciata di un casolare, con un aspetto di non finito, di interruzione, che si riflette anche in altre vedute on the road, differenti da quelle di Giovanni Zaffagnini. Dal fondo scuro, quasi inchiostrato, l’autore fa affiorare solo singoli elementi, targhe, tronchetti spogli, cartelli stradali, anonimi spettri di un’urbanità assonnata, che rivivono una centralità persa nel caos quotidiano.

Luogo, sfida, metafora. Il deserto nella sguardo di 12 fotografi selezionati da Carlo Garzia, fino al 25 aprile al Castello Svevo di Bari









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