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Le esposizioni e le emergenze della critica in un libro di Stefania Zuliani
Data: 17.05.2012

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Nell'occhio del mirino critico e teorico, le esposizioni (in tutte le varie declinazioni linguistiche) sono, da tempo, luogo di una riflessione ardente che, se da una parte evidenzia la sempre più crescente blockbusterizzazione e dilagante spettacolarizzazione, dall'altra schiude un dibattito (necessario e intelligente direi) sulla nascita di una nuova disciplina, la storia delle mostre, che guarda contemporaneamente ai territori felici dell'arte – l'arte è «une histoire d'expositions» ha suggerito Jérôme Glicenstein in un suo recente lavoro del 2009 – della critica d'arte e di una storia dell'arte contemporanea illuminata. Quella che rompe gli argini di un accademismo sin troppo ingolfato e decide di aprirsi al presente e alle presenze, ai luoghi e alle esemplari occasioni del tempo, più precisamente.

A questo scenario Stefania Zuliani ha dedicato, di recente, la sua ultima monografia, “Esposizioni. Emergenze della critica d'arte contemporanea (Bruno Mondadori, Milano 2012, pagine 136, euro 12). Un freschissimo lavoro che propone, attraverso una scrittura serrata (morbida ed erotica direi), alcune importanti panoramiche sullo scacchiere dell'arte e della critica a partire dal «valore critico (e creativo?) dell'esposizione». Di un territorio segnato dalla rinascita, mi pare, di alcuni spazi virtuosi che lasciano davvero sperare. Si tratta, avverte l'autrice, di un dibattito che evidenzia «la necessità di sperimentare, dentro e fuori gli spazi deputati, procedure di creazione ed esposizione più disponibili a rinunciare al privilegio esclusivo della visualizzazione dell'opera a favore di una capacità di relazione (e di educazione) che non si risolve in estemporanea partecipazione o in attivismo ma che è, innanzitutto, indagine analitica, verifica dello statuto dell'arte e della critica, dei loro codici specifici, e, assieme, della loro incidenza e ricaduta al di là delle ragioni del testo, nello spazio pubblico e sociale». Un panorama che ricuce, ancora, una (ormai antica) scollatura e ristringe una «alleanza dimenticata», quella tra l'arte e la critica – «o, meglio, tra artisti e critici» annota Zuliani. Una alleanza (decisamente necessaria) che schiude nuove speranze, appunto, nuovi orizzonti.

Legato ad una precedente riflessione apparsa nel 2009 (“Effetto museo. Arte, critica, educazione”), questo nuovo libro di Stefania Zuliani presenta una sfilata di argomenti – felici intuizioni e altrettanto felici argomentazioni mai poste – che vanno dal recupero basilare, da parte della critica, del dialogo (di un confronto con l'artista, dell'«intervista, diventata ormai a tutti gli effetti un vero e proprio genere della critica d'arte»), all'analisi di un recente fenomeno dedicato alla storia delle mostre d'arte contemporanea, dalla “solitudine del curatore” al “museo a venire”, dall'arte pubblica ai “monumenti a tempo”. Per giungere, via via, ad una riflessione sul project studio (“l'atelier come spazio critico”) e sull'“arte della cura”. Tante piste – tante riflessioni incalzanti – che riflettono sul presente dell'arte. Sulle attitudini di certa critica e teoria attuale. Su una scena in continuo mutamento e riassestamento. Su un insieme di forze che mostrano uno spazio in cui la critica ha il compito e la responsabilità «di non chiudersi nelle stanze protette delle accademie o negli affollati salotti dei media e neppure nel backstage mondano del circo espositivo, tentando di dare parole e significato presenti ad un passaggio che non trova approdo, in una ricerca che non esclude il fallimento e sceglie comunque di affrontare lo spazio del possibile, di cui l'arte non tradisce la differenza. Perché ogni opera», avverte Zuliani in un frizzante epilogo che nega l'epilogo per la critica d'arte, ogni opera «d'arte o di critica, è sempre una chimera, ma, come scriveva Balzac ad apertura della Comédie, la chimera poi “diventa realtà, e dobbiamo cedere ai suoi comandi e alla sua tirannia”».








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