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Inside the White Cube, la traduzione italiana di un volume esemplare
Data: 13.06.2012

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In estate, grossomodo da giugno a settembre, Brian O'Doherty (artista e teorico irlandese conosciuto anche come Patrick Ireland, almeno fino al 2008) e sua moglie, la storica dell'arte Barbara Novak, trascorrono del tempo a Todi, in Umbria, in una casa acquistata nel 1977. Una casa che l'artista ha trasformato in opera d'arte totale (opera aperta al pubblico, a pagamento e su appuntamento contattando www.todiguide.com). “La Casa Dipinta”, questo il nome della dimora umbra di O'Doherty e Novak, al numero 25 di Via delle Mura Antiche (nei pressi di Piazza del Popolo, ad angolo con Via di Santa Prassede), rappresenta non solo un luogo unico e prezioso ma anche lo spazio privilegiato in cui la teoria e la pratica dell'arte si incontrano. La casa difatti è cornice intima dell'opera e l'opera – è stato lo stesso O'Doherty a evidenziarlo in un intervento tenuto nella primavera del 2006 alla Graduate School of Architecture – a sua volta cornice delle attitudini linguistiche proposte dall'artista, spazio di azione e di riflessione. Di una riflessione che O'Doherty ha avviato nel 1976 per analizzare proprio i luoghi dell'arte, i territori dell'allestimento, “l'ideologia” che sta alla base “dello spazio espositivo”. Una riflessione – diventata ben presto “un classico” (Th. McEvilley) – che, oggi, finalmente, un editore illuminato, Johan & Levi, ha tradotto in Italia per rimediare ad una mancanza sconcertante e imbarazzante. “Inside the Wite Cube. L'ideologia dello spazio espositivo” (Johan & Levi, Milano 2012, pagine 146, euro 20) è, difatti, un importante strumento («definito uno dei testi d'arte più significativi del XX secolo») per leggere gli oggetti in rapporto al loro contesto, per rivalutare i luoghi dell'esposizione e l'esposizione stessa.

Accanto ai quattro capitoli delle varie edizioni inglesi (l'ultima è del 1999) dedicati alle “Osservazioni sullo spazio espositivo / Notes on the Gallery Space”, al rapporto tra “L'occhio e lo spettatore / The Eye and the Spectator”, al prezioso “contesto come contenuto / Context as Content” e alla “galleria come gesto / Gallery as a Gesture”, l'edizione italiana propone anche un quinto capitolo, “Studio e galleria. Il rapporto tra il luogo in cui l'arte si crea e lo spazio in cui viene esposta / Studio and Cube. On the relationship between where art is made and where art is displayed” appunto. Si tratta di un saggio (pubblicato a New York nel 2007) in cui O'Doherty, a distanza di anni, torna ad analizzare lo spazio espositivo per calibrare il pensiero, questa volta, sui luoghi intimi della creazione. Su un ambiente, lo studio dell'artista, «che, per il pubblico, diventa il locus misterioso dell'atto creativo (e potenzialmente sovversivo)». Ma anche su uno spazio pensante, su uno “stile di vita congelato”, a volte, nel tempo “artificiale della galleria”. Su una “camera dell'immaginazione” attraversata in tutte le sue varie declinazioni per mostrare le vie regie di un mondo prezioso e segreto che in molti casi prende una sua vita propria e diventa opera-luogo dell'arte che richiama in campo, come sempre, la fugacità della vita.








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