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Fluxus in Italia
Data: 11.07.2012

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Un libro nato da un felice contagio, il virus Fluxus. Curato da Caterina Gualco, “Fluxus in Italia”, da poco uscito per i tipi de “ Il Canneto Editore” di Genova, è un libro di grande interesse e per molti motivi. Celebra il cinquantenario di Fluxus, la cui nascita si fa risalire al Festival di Wiesbaden del 1962 e lo fa non solo commemorando eventi passati, sia pure di fondamentale importanza nell’arte del Novecento, ma testimoniando della persistenza dello spirito Fluxus.

Fornisce una mappa cronologica degli eventi  in Italia, conducendo in un itinerario attraverso i luoghi dello Stivale che li hanno ospitati, da Bolzano a Catania, dagli anni Sessanta ad oggi e consentendo di rendersi conto di quante presenze, anche stabili e di quali manifestazioni sia stato ospite e protagonista il Belpaese. Offre una serie di testimonianze diverse degli artisti, dei critici, dei galleristi, dei collezionisti e dei direttori di museo che hanno partecipato alle mostre, agli happenings, alle performances in questo cinquantennio e lo fa con grande levità, in italiano e in inglese. Rende possibile toccare con mano la complessità e la varietà di Fluxus, certo una delle vicende artistiche di più difficile definizione della seconda metà del XX secolo. Fornisce un percorso anche visivo ampio e circostanziato degli eventi attraverso le immagini,  che ne rivelano la molteplicità e la ricchezza.

Nato come idea alla fine dell’estate 2011 sulla terrazza della casa di Ben Vautier a Nizza, come racconta Caterina Gualco nell’introduzione, “Fluxus in Italia” si apre con una lunga cronologia per area geografica a cura di Chiara Pinardi, che può fornire un utile strumento a chi si interessa a Fluxus, ma sarà anche una guida indispensabile per gli studiosi. Seguono nel capitolo “I testimoni”  interventi di coloro che da Gino Di Maggio, a Giuseppe Morra, dall’archivio Conz a collezionisti come i Gazzerro hanno vissuto in maniera diretta le vicende di Fluxus e dei suoi artisti. 

Si costruisce così una mappa di grande intensità, delineata dall’interno dei percorsi di molte vite, idealmente chiusa o forse aperta dal contributo di Antonio D’Avossa che ridisegna la relazione tra Fluxus e la geografia, in particolare tra Fluxus e la Penisola. La cartina d’Italia in copertina, appositamente disegnata da Ben Vautier ne è  la prima testimonianza, ma altre mappe marcano i luoghi reali e immaginari che si collegano alle vicende dell’arte. Ginger Islands di George Maciunas apre il capitolo “Ridare la voce”, con interventi dei protagonisti della prima stagione che non ci sono più , facendoli rivivere, o forse sarebbe meglio dire ancora vivere. Nel successivo “Siamo ancora vivi”, si intrecciano tentativi di definire quanto è avvenuto, il testo iniziale di Eric Andersen, e sguardi tra passato e futuro, il testo di Philip Corner. In un fluido alternarsi di affermazioni e negazioni, ricordi e sentimenti passati e sempre vivi, come nel testo di Milan Knizak relativo all’espandersi del movimento, o in quello di Yoko Ono che rievoca l’incontro con George Maciunas ed i primi eventi nella New York dell’inizio dei Sessanta,  c’è spazio per testi lunghi e interventi molto brevi. Per la sintetica  riflessione di Alison Knowles sul fatto che Fluxus le appaia eterno, per  la lista di Ben Vautier su Fluxus in Italia, per i ricordi e le domande di Geoffrey Hendricks e persino per il testo di LaMonte Young sul perché si sia ritirato da Fluxus.

L’Archivio delle Immagini immette direttamente nello spirito delle vicende, con preziose documentazioni di eventi degli  anni Settanta, come quelli che vedono protagonista Giuseppe Chiari, rivelando le ragioni di molte esperienze anche attuali. Multicentrico, fluido e ricco di spunti, “Fluxus in Italia” è un libro da leggere e rileggere per penetrare lo spirito Fluxus, la sua ironia e quella leggerezza intelligente e riflessiva della quale spesso si avverte  la mancanza. 





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