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MUSE TERRENE SI RIVELANO ALLA GALLERIA GAGLIARDI DI SAN GIMIGNANO
Data: 15.04.2013

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Vai all'evento: MUSE. Il Femminile in mostra a San Gimignano

Vai alla sede: Galleria Gagliardi San Gimignano

Gli artisti correlati: Annalù, Tina Sgrò, Roberta Serenari, Cristina Iotti, Ilaria Margutti, Claudia Giraudo, Roberta Ubaldi, Marica Fasoli, Cristina Volpi, Claudia Leporatti, Stefania Orrù, Martha Pachòn, Dorian Rex, Emila Sirakova, Paola Staccioli


Curioso. Alla Galleria Gagliardi di San Gimignano, punto di riferimento ventennale della scena artistica contemporanea, si è appena inaugurata una mostra, Muse, curata da Alberto D’Atanasio (fino al 21 Aprile) che pare il continuum naturale di un percorso contemporaneo già avviato da altre realtà artistiche e museali. Prendiamo la contestuale Un’idea di bellezza presso il CCCS di Firenze, il raffinato estetismo di Galliani a Reggio Emilia, il perfettismo pittorico di Tiziano alle Scuderie del Quirinale, l’articolazione formale del confronto italo-giapponese a Palazzo Cordellina, il racconto emozionale delle sette artiste nel leccese, la lavorazione morbida e ricca del Rinascimento alla sua prima primavera a Palazzo Strozzi; tutto ci parla di bellezza, della necessità di rintracciarla in un gesto, un materiale, un’ispirazione.

Curatori, galleristi, artisti, sono alla ricerca di quel potere affabulante che li costringa a narrare gli eventi dal punto di vista migliore. Così Stefano Gagliardi ha guardato nella direzione che gli è parsa la più esemplificativa – non per questo banale – del concetto di bellezza, di purezza e incanto dello sguardo. Ha aperto le porte all’universo femminile, terreno articolato e in continua espansione, zona creativa dove trattenere e amplificare ogni singola percezione. La Galleria, baluardo contemporaneo a difesa di un sentire antico, orchestra ben quindici artiste accostando scultura, pittura e fotografia in un gioco di rimandi e allusioni, umorismi e precipizi dell’inconscio. Annalù, Marica Fasoli, Claudia Giraudo, Cristina Lotti, Claudia Leporatti, Ilaria Margutti, Stefania Orrù, Marta Pachòn, Dorian Rex, Roberta Serenari, Tina Sgrò, Emila Sirakova, Paola Staccioli, Roberta Ubaldi, Cristina Volpi, sono moderne Muse dal grande potere seduttivo.

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Roberta Ubaldi

Non hanno bisogno di contiguità quanto di composizione armonica, così per promuovere il rapporto tra arti differenti in una relazione di ruoli D’Atanasio e Gagliardi studiano le collocazioni delle opere come fossero scene dove le donne amano muoversi e la materia può parlare rivelando “dentro” e “fuori”, oltreché il perimetro di indagine. Il corpus di opere è proprio come il corpo femminile, diversificato, affiorante, sinuoso, elegante, coinvolgente. E’ un andamento liberatorio che apre allo sguardo persino l’invisibile. La Volpi, ad esempio, già incontrata a Firenze in un contesto parateatrale, offre il rebus ed anche la soluzione. Si ammanta di lirismo quella sua insistenza di micrografiche tessiture, orditi di parole e segni che si fanno percettibilmente tridimensionali e nelle quali è custodito, testimoniato un vissuto. Raggiungibili nel tempo, più terrene delle Muse cui si legano per alchemica assonanza, le artiste condividono con il visitatore forze e paure, memorie del corpo – in primis Ubaldi, Serenari e Margutti – e della mente, sì da non lasciare niente di intentato. Il bello trova nesso ed effetto in questa cavalcata indomita verso l’esterno.

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Claudia Giraudo

La nudità è rivelazione e accettazione al contempo, definisce la leggerezza che solleva la donna da condizioni imposte o manifesti estetici massificanti. Quella della Giraudo – Il cielo coperto ora ricama, olio su tela 100X100 - è immediatamente concupiscibile, le sue forme si proporzionano alla fierezza e mostrano come lo sguardo debba essere morale, giacché si tratta di un ambito interiore che s’impone su quello esteriore spazzando via ogni convezione. Divertente – e ci dicono del tutto casuale – anche l’accostamento con la statuetta di arenaria vecchia di diecimila anni conosciuta con il nome di Venere di Willendorf. Bellezze a confronto nella distanza siderale, primitivo e contemporaneo si connettono nel nome di un sodalizio di pensiero: l’estetica si appaga nella corporeità, nella rispondenza tra volumi interiori ed esteriori che creano la forma perfetta; sono Veneri corazzate di energie positive e debordanti. Impossibile separare il momento creativo da quello esistenziale, così le autrici sintetizzano nell’opera il proprio vissuto, emotivizzano la conoscenza che hanno del mondo e plasmano la materia, fosse anche virtuale, in modo da rendere l’arte stessa una lente d’ingrandimento che indirizza la ricerca. In questo senso può accadere che il rapporto vivo e diretto con le sostanze utilizzate dalle autrici inducano a considerare in ugual misura l’arte – nel suo risultato finale - e la tecnica da questa introiettata.

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Marta Pachòn

Annalù, che ci accoglie sul principio dell’allestimento, esibisce proprio questo processo dove la forma equivale a formatività, ad un farsi continuo di mondi immaginari – sosteneva Focillon- connessi alla vita, alla storia, allo studio dello stile. I suoi lavori uniscono vetroresine e cortecce come per ricondurre l’acqua ad altri elementi complementari, legare la natura alla sua memoria, e la memoria personale all’ambiente in cui questa si è formata per via diretta e indiretta. Nel caso di specie risulta fondamentale l’habitat particolare che ha visto crescere Annalù sia come donna che come artista. La casa di palafitte sul Piave, un fiume salato o dolce a seconda delle correnti, una nonna “barcara” che ha traghettato vite e ricordi, sono tasselli che l’autrice trasforma in tante farfalle di carta in graduale disperdersi nel flusso stigmatizzato dell’acqua, suo elemento primario e fondante. Abilissima nella costruzione di sfumature, pieghe e trasparenze, àncora il suo mondo ad uno stato fluido che per sua natura non può essere interrotto, fermato. Non si tratta di stare o andare, quanto di conservare ciò che la memoria – e l’acqua – passando, attira a sé. Della stessa potenza evocativa sono le porcellane pigmentate della Pachòn, che a farle tintinnare dal vento si produce un’estetica musicale di non trascurabile importanza. I vuoti infinitesimali creati sulle conchiglie da un pennino mosso con puntigliosa perizia sono la cruna attraverso cui passa la sensibilità femminile, il suono sottile e delicato che abbraccia il colore in una danza che dà vita alle forme e all’estro. Nella coralità di voci spuntano le singole individualità, Muse accomunate dallo sforzo – sottolinea Gagliardi – di rappresentare l’intima essenza della donna, e aggiungeremmo, comporre una narrazione armoniosa che nella modulazione di nuove forme e bellezze arrivi ad un ampliamento della definizione di Donna.

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Cristina Volpi


In copertina: Annalù (particolare)





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