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Intervista alla curatrice “aliena” Gaia Serena Simionati
Data: 20.06.2013

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Ubi leonis pellis deficit, vulpina induenda est

“Vi ripeto che la banca è qualcosa di più di un essere umano. È il mostro. L’hanno fatta degli uomini, questo sì, ma gli uomini non la possono tenere sotto controllo” 1 

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Gaia Serena Simionati, photocopyright @ Samina Sayed

GC: Prolungata fino al 25 luglio date le numerose presenze, hai curato da Poggiali e Forconi la mostra Deficit/the Lack!, concentrandoti sul concetto di "mancanza" o deficenza. Com’è nata l’idea?
GSS:
In un paese di deficienti quale sembra il nostro oggi, il titolo mi è sembrato perfetto. Deficit, è un franco-latinismo detestato dai puristi, dalla terza persona del presente indicativo del verbo latino deficere che, letteralmente, significa “manca 2”.
Lo spunto mi è nato solo osservando la realtà che ci circonda dove manca tutto e mancherà sempre di più: la cultura, le scuole, i soldi, gli investimenti, addirittura il governo! Assurdo, solo noi. In questo Paese manca il credito, manca la liquidità, manca il lavoro. Non avrei mai potuto fare questa mostra, ad Abu Dhabi, in Qatar, a Londra o Parigi. Qui, in Italia, tanto più a Firenze che vive ancora del suo splendore passato, mi sembrava un assetto calzante.
Più che mancanza, qui è deficienza nel senso latino del termine deficere, seppur applicato a scenari diversi, con sfumature alterne. Nella mostra tre artisti: un polacco, un americano e tedesco, come nelle barzellette, affrontano tre tipi diversi di gap. Simbolico e metaforico nella pittura di Klusik, fisico e mentale nelle video-installazioni di Michalek, cognitivo nel lavoro del geniale maestro Farocky.

GC: Cosa manca al panorama artistico italiano per ri-partire?
GSS:
L’Italia e il suo sistema artistico non possono limitarsi a ripartire dato che sono fermi al XVI secolo. Qui si deve proprio “rinascere” come la fenice dalle sue ceneri, (perché di questo si tratta oggi), per poter competere con la qualità, l’intelligenza, le strutture museali e gli investimenti che si trovano all’estero.
Siamo rimasti veramente indietro e, viaggiando, lo verifico quotidianamente. Sembra sempre che qui nessuno si osservi, si faccia un esame e si confronti con i migliori, cioè certi stati stranieri. Viviamo di uno splendore passato che però è solo un riflesso illusorio e non vive di luce propria. Questo, prima di tutto è un deficit, ed è veramente ingannevole persistere, oltre che poco costruttivo e lungimirante. Specie per le generazioni a venire. E’ un po’ come se una ex-modella ora novantenne non avesse più gli specchi in casa e non fosse consapevole del suo degrado fisico.

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David Michalek, Becky, 2013, Mixed media installation, view at Poggiali e Forconi Gallery


GC: Nel catalogo citi Fedro, come mai? Il passato che ritorna?
GSS:
Ubi leonis pellis deficit, vulpina induenda est 3. Fedro suggeriva allora che “qualora risulti difficile o impossibile spostare un ostacolo con la forza, si deve aggirarlo con la furbizia se si vuole raggiungere lo scopo prefissato”.
Esatto. Così dicendo, Fedro torna in auge oggi per aiutare ad affrontare la doppia crisi. Una dei media, evidentemente economica. E l’altra più misteriosa, interiore, in cui la difficoltà di adattarsi a un mondo sempre più incerto, in continuo cambiamento, con numerosi competitors, allarma tanti.
Idee e creatività aiutano in questi casi a procacciare la volpe, la cui “pelle” è data da arte e cultura. Queste non solo fanno riflettere, ma stimolano e favoriscono la sinapsicazione con gli elementi neuronali. In sostanza, rendono più intelligenti. Che in questi momenti non guasta!
Dalla saggezza antica a oggi, mi sono domandata quindi dal termine anche troppo inflazionato di deficit bancario e di paese, cosa manchi alla serenità umana, allo sviluppo sinergico, al dialogo proficuo verso una crescita reciproca.
Il termine latino compare anche ambiti diversi. Ad esempio, in medicina “deficit” denota una menomazione o l’inabilità di una funzione neurologica: perdita della parola, del linguaggio, della memoria, della vista, della destrezza, dell’identità, di funzioni vitali come di capacità motorie. E gli artisti, con punti di vista di tre generazioni a confronto, esplorano questi campi in toto.
Spesso accade che il ponte incolmabile di dialogo tra denaro e cultura rappresenti un grave deficit per l’andamento non solo dell’economia, tanto più dell’arte, senza la quale l’uomo non potrebbe sopravvivere. La società contemporanea appare così frastagliata in due zolle totalmente separate: da un lato soldi, dall’altro approfondimento.
Questo gap non contribuisce più a creare quei capolavori indelebili come nel cinquecento quando papi, re e ricchi mecenati finanziavano idee senza tante remore. Firenze, che è stata culla Par Excellance del Rinascimento, diviene oggi sede rediviva della mostra Deficit. In Italia l’“ammanco” culturale assume oggi proporzioni sempre più devastanti, tanto da spegnere totalmente i cervelli di coloro che, essendone muniti, sono costretti alla fuga all’estero. Le idee da sempre una priorità nei secoli scorsi per invenzioni, scoperte, cultura, spariscono e lasciano spazio solo all’arroganza del Dio denaro che, da solo, rimane uno strumento bieco e sterile.
35.000 anni fa nasceva l’Arte e le prime manifestazioni di una spiritualità di esseri umani con un cervello simile al nostro. Siamo tutti e ancora animali visivi e dobbiamo sperimentare prima di vedere. Gli artisti sono quindi visionari oltre che ricercatori e sciamani, unici in grado di curare una società malata.
Oggi non solo l’Italia, ma il mondo intero vive in deficit. Globale! Si pensi a famiglie intere che non riescono più a sopravvivere, quando solo pochi anni prima erano invece indentificate come benestanti.
Ahimè, mancano non solo i soldi. Anche il pianeta è in deficit. Di terra, come in Palestina e Israele. Di acqua, come in molte regioni che si stanno sempre più desertificando; di materie prime, spesso causa di guerre o causa di piogge torrenziali o stellari di meteoriti, terremoti, tsunami. Solo a causa di una sciagurata gestione del pianeta, delle sue risorse, dettata da interessi malauguratamente privati, lontanissimi dalla poesia, ci si trova carenti. Di idee, di terra, di soldi, di funzioni vitali, di capacità motorie, in deficit. Di amore, in sostanza!
Di sicuro il capitalismo sta generando tristezza quindi è una “religione” destinata a tramontare. Come l’approfondimento e, speriamo di no, l’amore per l’arte.

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Gaia Serena Simionati, photocopyright @ Samina Sayed

GC: C'è stata una grande attenzione dei media per l'installazione museale Deep play di Harun Farocky. In questo caso si parla di deficit cognitivo?
GSS:
Il maestro lavora su realtà parallele ed è ovvio che allarghi, così facendo, gli orizzonti cognitivi e di consapevolezza. Questo accende interesse, ovviamente. Dato che in questo paese prevalgono perlopiù il calcio e la “gnocca”, grazie a un certo “imprenditore della materia” che ha contribuito a diffonderne il modello, ho deciso di ragionare al contrario.
Mi spiego meglio. Se la gente va solo allo stadio e in discoteca, io ho portato in mostra, il calcio e corpi nudi. Ciò premesso, a un livello più sofisticato, questa passione degli italiani viene sviluppata sia da Harun Farocky, uomo geniale, contorto, assoluto, sia da David Michalek.
Il primo, film-maker, cineasta, nasce come documentarista e il focus dei suoi progetti è spesso il rapporto tra visione e percezione. Il rapporto tra immagine e potere è oggi strettamente correlato e proprio su questo rapporto si fonda parte dell’opera del geniale e camaleontico regista che, con la video installazione Deep Play per la prima volta in Italia, avvolge lo spettatore come se egli entrasse letteralmente in modo fisico e consapevole all’interno di un bozzolo tecnologico. Un utero mediatico fatto, in questo caso, di televisioni!
In un’era altamente tecnologica dove un Grande Fratello perenne spia i movimenti bancari, gli spostamenti fisici, i guadagni, la salute e la vita intera di un essere umano, il sofisticato video-maker, acclamato a livello internazionale, analizza con una monumentale video-installazione, simultaneamente da 12 diverse prospettive, uno dei maggiori eventi mediatici degli ultimi anni: la registrazione della partita Italia-Francia del 2006 ai mondiali di Berlino.
Elaborando su 12 schermi video-games, proiezioni, schemi di gioco, immagini della FIFA o sequenze d’animazione in 2D e 3D, le prospettive d’introiezione si modificano totalmente e la partita diviene un’opera d’arte vera e propria. I filmati che ne risultano contribuiscono a far riflettere su qualcosa di più ampio che il mero intrattenimento calcistico. Ad esempio come si formano i significati e come vengono assimilati!
Inoltre si esplora l’impatto delle nuove tecnologie dell’immagine sulla coscienza dell’individuo e della società, ovvero il gap tra la tecnologia visiva e la sostanziale perdita di focus e d’attenzione su quello che si sta osservando. Metafora della vita che diventa sempre meno vissuta: la partita giocata si perde a favore di quella virtuale, fatta di schemi di gioco, video e moviole, proiezioni animate.
Anche il gioco di ruoli di spettatore, osservatore o osservato, giocatore o arbitro, qui si confonde. Prevale l’elegantissimo verde, un colore - stacco netto del campo di calcio - già di per sè opera d’arte, pensato con duchampiana memoria quando ogni oggetto decontestualizzato e ricollocato in un altro contesto, assume valenza artistica.
Questo, oltre a fornire consapevolezza su ciò che circonda l’essere umano oggi: occhi tecnologici ovunque che ci filmano, ci osservano, rilevano ogni nostro gesto, allude anche a un deficit chiaro di perdita di focus nel rapporto tra intrattenimento e la tecnologia che vi allude. Eccessi di attenzione dati da carta stampata, film, tv, radio, riducono la potenza di un evento, qualsiasi esso sia, a un mero successo mediatico e risultato di pubblico, perdendone interamente l’integrità, la purezza e, a volte, la poesia intrinseca.

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Bertrand Lamarche, Réplique (Baphomêtre), 2008, installation, projector, reflector, motor, tripods

GC: E l’altro suo video Nothing Ventured, Nothing Gained è connesso alle economie?
GSS:
Quando ero piccola adoravo giocare a Risiko. Il mio obiettivo era spesso quello di distruggere le armate gialle e, conquistare la penisola della Kamchatka, era sempre una mia priorità. Certo era un grande rischio avventurarsi a distruggere un’intera armata, ma anche se nessuno osava mai sceglierlo, per me era lo scopo più stimolante e, spesso, proprio questo coraggio veniva premiato con la vittoria. Anche se forse era solo fortuna, l’atteggiamento da allora, mi ha insegnato che “chi non risica, non rosica” che è anche il titolo del video del maestro Farocki in tedesco: Nicht ohne Risiko. In inglese: Nothing Ventured, Nothing Gained.
Studio etnografico sul capitalismo pre-crisi, esso affronta una tematica estremamente attuale che reitera la storia: imprenditori in cerca di partnership per finanziare un’idea vincente. Ovvero vi si esplora la lacuna tra mondo dell’imprenditoria e denaro, versus idee e creatività. Un deficit sempre più incolmabile.
Quando Guglielmo Marconi si rivolse al ministero delle Poste e Telegrafi, guidato dall’onorevole Pietro Lacava, illustrando l’invenzione del telegrafo senza fili e chiedendo finanziamenti, non solo non ottenne risposta, ma il ministro liquidò l’idea con la scritta alla Longara, intendendo il manicomio posto nell’omonima via a Roma.
Ora come allora, questa spesso è l’interazione tra leader economici, politici, e idee; tra coloro che detengono i fondi e coloro che usano invece il cervello, migliorando l’umanità, tacciati di follia, solo perchè le loro idee sono talmente avanti che risultano ai più incomprensibili. Questo dramma d’ignoranza italiana o globale s’intreccia perfettamente con la tematica di Nothing Ventured, che diviene triangolazione tra comunicazione, media , tecnologia.

GC: Come giudichi il legame con il mondo del calcio? Può essere uno specchio della nostra società?
GSS:
Certo! C’è molta competizione, i giocatori, i cosiddetti player che ci sono anche in azienda, tutti violenti, spesso razzisti, mi sembra il quadro identico di un’Italia che non va e che non è più campione del mondo da 7 anni.

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Krzysztof Klusik, Stars can only get brighter / Paloma, 2012, 90x110 cm

GC: Chi sono gli Alieni che hai portato a Milano?
GSS:
Gli alieni siamo tutti noi! Basta solo sapersi riconoscere. La mostra dal titolo I am also an Alien! rifletteva proprio su questo. Sulle diversità e la capacità di giudizio. Su chi giudica cosa e perché.
Leggendo la trilogia di Stieg Larsson a un certo punto la protagonista, surreale personaggio di Lisbeth Salander, indossa una maglietta con scritto I am also an alien! Lisbeth è un alieno e si sente tale. Anche lei. Come molti di noi.
Un esserino con una famiglia devastata alle spalle, poco prestante fisicamente, piena di tatuaggi, quasi anoressica, apparentemente autistica, Lisbeth ha un cervello meraviglioso. Chiusa in un suo mutismo dovuto a sofferenze regresse, caratteriale secondo i giudizi superficiali della gente comune, in realtà Lisbeth è geniale e sa sorprendere quei pochi a cui consente di avvicinarsi.

GC: Come è nata l’idea?
GSS:
Lo spunto mi è nato con Freaks, il meraviglioso film di Tod Browning del 1932, in cui si vedono riuniti a cena dei “mostriciattoli” con una donna bellissima. Il termine Freaks, molto crudo in inglese, sta a indicare infatti “capricci della natura”, ovvero persone affette da acondroplasia e varie altre deformazioni fisiche. Il film, che ne sonda la mostruosa condizione, si presenta invece come un’amara, caustica, ma anche toccante allegoria sulla “diversità”, affermando che spesso è proprio dietro la “normalità” che si nasconde la vera “mostruosità”. Questa è infatti la vera chiave di lettura della mostra I AM (ALSO) AN ALIEN!

GC: Il disagio diviene quindi potente fonte di riflessione. Dalla letteratura all’arte, queste sono le caratteristiche tipiche di artisti che si sentono incompresi e lo rimangono! Pur avendo idee originali, molto all’avanguardia rispetto alla comprensione della gente media, si chiudono in momenti di solitudine con se stessi e, spesso anche in mezzo agli altri. Su quali tematiche si fonda la mostra allora?
GSS:
La mostra si focalizza quindi su tematiche quali l’identità, la ripetizione alienante del gesto, la ciclicità della creazione o la clonazione umana nata dalla tecnologia di guerra, dalla realtà virtuale, gli avatar, il loro rapporto con gli esseri umani, la scissione dell’io. In sostanza l’Altro da noi!
Il tema proposto, estremamente attuale, è “caldo” sempre di più anche in Europa dove, la vicinanza con il diverso è spesso fonte di scontri, polemiche, dolore, ma anche arricchimento e scambio.
Per non parlare delle sempre più frequenti teorie e avvistamenti di presenza aliena sulla terra, supportate da Allen Hayeck nella teria del “contattismo” o di archeologia spaziale. I cinque artisti invitati: Harun Farocki, Bertrand Lamarche, Emmanuel Régent, Diego Soldà, Benjamin Contant, con le loro potenti visioni, seppur in modi diversi, illuminano il percorso di riflessione.

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Harun Farocki, Deep Play, 2007 Deep Play ˝ Harun Farocki, 2007, installation view

Nel film La cosa da un altro mondo del 1951 diretto da Christian Ryby si scatenano le nostre proiezioni sul rapporto con altri esseri provenienti da universi paralleli: paura, curiosità, emozioni conflittuali. Il film di fantascienza narra di una spedizione di scienziati in Alaska per la caduta di uno strano oggetto. I due lavori video installativi di Bertand Lamarche, presenti in I AM (ALSO) AN ALIEN! incarnano proprio l’essenza del film.
Da un lato una pianta gigante minacciosa e letale in The Umbelliferus Plot e, dall’altro, una macchina che genera forme organiche, ectoplasma energetico in continuo movimento, misto tra l’entropia, l’ipnotico e la meccanica, in Réplique, (Baphomêtre).
Le stesse condizioni di disagio si trovano in un film di Wolf Rilla, geniale regista inglese degli anni ’60. Ne Il villaggio dei dannati, si narra la storia di bambini che s’impossessano segretamente del paese. Seguace forse della teoria del contattismo extraterrestre sviluppatasi in quegli anni, o degli studi emersi sui fenomeni inerenti gli incontri ravvicinati di IV tipo dell’astrofisico Allen Hayeck, Rilla stupiva per la povertà degli effetti speciali, unita però a un espressionismo nella fotografia in cui, un gioco di contrasti tra luce e ombra, creava stati d’animo angoscianti e suggestioni inquietanti che assalivano lo spettatore. Nell’eredità del contrasto oggi si parlerebbe di X MAN o, meglio, di X BOYS.
Con una dinamica fantasticamente simile a quella di Rilla, il lavoro del maestro Harun Farocki presenta risultati tecnologici mescolando video games a fiction e realtà, in cui il virtuale risulta più autentico della realtà. Si rivisitano nei suoi film in modo catartico le paure generate dalla guerra, dalla colonizzazione non pacifica, attraverso l’apporto della tecnologia anche virtuale. Si spiega quindi facilmente l’assonanza della riflessione dell’artista con quella di Rilla. Per entrambi indagine psicologica sulle paure umane, sospese tra terra e cielo, vita e morte, spirito e materia.
Esperto di memoria e tecnologia di guerra, convinto assertore pacifico e in controtendenza, nei suoi film e documentari Farocki raggiunge il massimo livello d’impatto emotivo dato da sorpresa, tecnologia o potenza dei temi trattati. In mostra si esplorano quelle che Sigmund Freud descrisse accuratamente come “nevrosi di guerra” che toccarono i soldati del secondo conflitto mondiale, descritte dagli psicologi come sindromi postraumatiche da stress.
Emmanuel Régent, è presente come un vettore alieno. Tutto il suo lavoro è cosmo-riferito. E così sono le sue pitture d’acrilico. I quadri dal titolo Nebulose ad esempio, identificano, in piccoli spazi colorati, oggetti non identificabili. Ovvero la memoria.
L’opera scultorea di Diego Soldà è l’essenza dell’alienazione, data dalla ripetizione del gesto. Fare per il fare, per il fare, per il fare, così, all’infinito. In modo quasi autistico, egli s’interessa non tanto al risultato finale, quanto alla sua essenza ontologica. Di una bellezza inquietante, silenziosa, monocorde, sono sculture, meteoriti che piovono addosso con tutto il loro peso. Sono atomi, quasar7 che si autoalimentano, si rigenerano, strato su strato.
Infine nei suoi grandi quadri, usando la sezione aurea, che ne regola ogni singolo rapporto geometrico, Benjamin Contant perplime il fruitore che, nei volti non finiti, nelle espressioni di falso sorriso, nel dolore del giudizio collettivo contrapposto alla solitudine del singolo, rievoca tematiche e fisionomie care a Francis Bacon, sapendole però ben adattare a uno spazio armonico, intriso di colori e architetture alla Piero della Francesca. Contant ha una naturale propensione per una pittura spaziale dove il rilievo geometrico s’intride di una valenza quasi emozionale che si trasmette facendo un uso particolare di angoli retti, tratti verticali, orizzontali.  


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Gaia Serena Simionati, photocopyright @ Samina Sayed

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1. John Steinbeck, Furore, Bompiani, Milano, 1998, p. 42
2. La voce francese che agli inizi figurava negli inventari per indicare gli articoli mancanti, nel XVIII secolo incomincia a entrare nella terminologia finanziaria. Coniato dal banchiere ginevrino Jacques Necker nei primi mesi del 1789, alla vigilia della Rivoluzione Francese, esso indica la situazione economica di un’impresa nella quale i costi superano i ricavi, o di un ente pubblico nel quale le uscite superano le entrate.
3. “Quando manca la pelle del leone, bisogna indossare quella della volpe”, Fedro.

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David Michalek, Figure Studies, 2012, HD video on multiple screens, audio, view at Poggiali e Forconi gallery

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Bertrand Lamarche, The Umbelliferous Plot, 2005, DVD Video 23 min


In copertina: Krzysztof Klusik, Gaia, 2013, 60x120 cm





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