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Da Ancona a Firenze guardando il Mediterraneo. Intervista a Virginia Zanetti
Data: 10.07.2013

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Mentre in Egitto infuria la rivolta e l’emergenza in Siria continua ogni giorno ad aggravarsi, chiude ad Ancona la 16° edizione della Biennale del Mediterraneo. Per circa un mese oltre 200 artisti, intervenuti da paesi come Turchia, Montenegro, Algeria, Libano, Siria, Egitto e Giordania, hanno dimostrato con il proprio lavoro come la comunione tra i popoli sia realmente possibile grazie al dialogo e alla condivisione di un progetto unico. Sotto la guida di otto curatori (Charlotte Bank, Alessandro Castiglioni, Nadira Laggoune, Delphine Leccas, Natasa Bodrozic, Ivana Mestrov, Marco Trulli e Claudio Zecchi) i partecipanti al’evento hanno avuto l’opportunità di confrontarsi sul rapporto tra arte e territorio, inteso come contesto socio-culturale, antropologico, storico-politico ed economico, sperimentando e dando vita a nuovi e diversi canali di informazione. Tutte le opere sono state suddivise in undici capitoli tematici quali la scomparsa delle Utopie, la memoria del presente, la fine del modernismo e la crisi della rappresentazione. Tra queste, emblematico è il contributo della giovane artista toscana Virginia Zanetti, che ha voluto raccontarci dell’esperienza appena conclusa e dei suoi futuri sviluppi.

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Dalla pittura all’installazione all’arte relazionale qual è il percorso che ti ha condotto fino a Walking on water. Miracle and Utopia, quali sono stati i momenti che maggiormente hanno segnato questa tua evoluzione artistica e le idee che ancora oggi continuano ad animare il tuo lavoro?

In generale ogni mio ultimo lavoro contiene tutto il mio percorso e viceversa i miei primi lavori ne contenevano i semi, esattamente come la parte che contiene il tutto. Dopo alcuni approcci alle più diverse espressioni artistiche, a diciannove anni ho sentito per la prima volta che la pittura sarebbe stata la pratica che, più di ogni altra, mi avrebbe aiutato a dar forma a ciò che in me non aveva forma ed è così che è iniziata la mia avventura all’Accademia di belle arti di Firenze con la classe di Adriano Bimbi nel Mugello. Lì, entro spazi dismessi e riadattati a studio e abitazione, dipingevamo dalla mattina alla sera, preparavamo le nostre tele, i colori, discutevamo insieme a pranzo e a cena in totale connessione col territorio e i suoi abitanti. Ritraevo chiunque incontrassi sul mio cammino, creando una sorta di archivio di ritratti, questa non era già “arte relazionale”? Il successivo incontro con il buddismo mi ha reso infine consapevole dell’importanza del linguaggio artistico come strumento di comprensione del rapporto dialettico con l’altro e mezzo per dar forma alle relazioni invisibili che sostengono l’esistenza.

La 16° edizione della Biennale del Mediterraneo è dedicata all’errore come parte integrante del processo di formazione e di apprendimento dell’individuo. Valicando questo confine, il tuo lavoro ha toccato i limiti del Miracolo e dell’Utopia, in che modo? Cosa distingue l’uno dall’altra?

Mentre riflettevo sull’errore, come spesso mi accade, il mio pensiero è stato interrotto da una immagine: Gesù che cammina sull’acqua, un miracolo descritto nei vangeli di Marco, Matteo e Giovanni, divenuto ormai sinonimo di un’impresa apparentemente impossibile. Il Miracolo e l’Utopia sono posti in relazione tra loro da un identico grado di erroneità, entrambi si presentano come estremo irrealizzabile e irraggiungibile poiché se il Miracolo non si adegua alle regole della logica comune, l’Utopia esclude a priori una sua possibile realizzazione. E’ così che se fosse attuata l’Utopia questa avrebbe la forma del Miracolo, le cui cause sarebbero rintracciabili in fenomeni soprannaturali o divini.  Il Miracolo coincide con l’Utopia quando il sogno del cambiamento arriva a manifestarsi nella nostra vita. Questo sogno per me si è concretizzato nell’incontro con questo territorio e  nella possibilità di svilupparne le sue potenzialità. Quando ho visto per la prima volta il Trave, dalle immagini satellitari, non potevo immaginare quanto ci fosse ancora da scoprire. Leggenda vuole che, un tempo, questa linea di terra, generata dall'incontro di due placche tettoniche e che oggi si estende per circa un chilometro a pelo d’acqua, fosse un vero e proprio ponte simbolo della fratellanza dei popoli del Mediterraneo, purtroppo distrutto dalla furia degli elementi. Lo scoglio, il cui aspetto è oggi quello di un ponte crollato e inaccessibile a causa delle frane e della fitta vegetazione, è tutt’ora oggetto di continui studi geologici anche se per gran parte degli abitanti locali rischia di diventare solo un ricordo. È così che riportando l’attenzione sul recupero dell’area, per la sua valenza simbolica, ho deciso di ambientare qui la performance che avrebbe dato vita a Walking on water. Miracle and Utopia.

Con che tipo di realtà ti sei dovuta scontrare? 

Il mio progetto, per le difficoltà logistiche che presentava, ha inizialmente spaventato sia l'organizzazione che le istituzioni ma, superate le difficoltà iniziali, abbiamo messo a punto un piano per la sicurezza di tutti i partecipanti, lavorando insieme con grande entusiasmo. La mia attitudine ai progetti site-specific si basa su un assunto imprescindibile: sfruttare le difficoltà come risorsa, con la convinzione che ognuno abbia la possibilità di trasformare lo stato delle cose da una condizione distruttiva ad una costruttiva.

Chi erano e che ruolo hanno avuto i partecipanti alla performance? Qual è stata la tua posizione nei loro confronti?

La maggior parte dei partecipanti alla performance sono stati gli stessi artisti e curatori della Biennale, che ne sono diventati di fatto i protagonisti. L'intento era quello di procedere sugli scogli sommersi dando l’impressione di camminare sull’acqua e interpretando in modo personale l’idea di Miracolo e di Utopia. Il mio ruolo è stato semplicemente quello di suggerire un immaginario e di aver cura dei miei compagni di viaggio. Ogni mia performance non è una messa in scena ma l’insieme di azioni aperte all’imprevedibile, il cui esito spesso sorprende anche me. In questo caso, il punto raggiunto attraverso l'azione collettiva, nonostante le rocce taglienti e le meduse, è stato di gran lunga più lontano rispetto al quello dove ero arrivata da sola perché mossi da un sentimento di fiducia reciproca. Ci siamo davvero confrontanti con il potere della collettività e del credere in ciò che si stava facendo.

Come è stata la restituzione formale?

Ho scritto a molte persone perché mi raccontassero la loro visione di Miracolo e di Utopia e questi testi sono diventati materia viva per due interventi: un quadro a parete in formato A4 e 1500 manifesti da distribuire al pubblico con la visuale panoramica del Trave sul fronte e una selezione di interventi testuali sul retro.

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Quali sono stati i contributi che hanno reso possibile l’attuazione di questo progetto?

Il progetto è stato portato a compimento grazie al contributo delle singole persone che insieme hanno formato una squadra di lavoro, dai curatori della Biennale, in particolare Alessandro Castiglioni, Marco Trulli e Claudio Zecchi, alle impiegate dell'assessorato alla cultura del Comune di Prato, quindi tutte le persone che hanno fermamente creduto in questo progetto ed hanno lavorato alla sua realizzazione.

Alla luce di quanto affermato, un Mediterraneo unito è un Miracolo o un’Utopia? 

In generale credo che questo sia possibile se non ci si pensa più come entità separate. Pensare solo ai propri interessi immediati vuol dire vivere il proprio Sé senza prospettiva relazionale, sia in senso ambientale che temporale, esattamente lo stesso sentimento di insensata avidità che ha portato l’essere umano alla crisi attuale.

Dopo l’esperienza di Ancona hai ripreso senza sosta la tua attività espositiva in tutta Italia e all’estero, quali saranno gli sviluppi di quest’opera?

Sì è un periodo molto denso in cui la formalizzazione artistica coincide con la mia vita,  una sorta di estensione che va avanti in modo quasi spontaneo. Ogni progetto/opera nasce e fiorisce da quello precedente, ricombinando liberamente suggestioni e linguaggi. La seconda fase di Walking on the Water. Miracolo e l'Utopia si svolgerà a Firenze nell'ambito di Firenze Estate e si inserirà nella programmazione di Riva attraverso un progetto di mecenatismo pubblico curato da Forward. Anche in questo caso, la performance si aprirà a tutte le possibilità d’esito, quindi anche all’errore, giacché camminare/rotolare sull’acqua dentro delle sfere trasparenti è un’azione non facile e che richiederà molto allenamento. All’interno di una dimensione ludica l’opera vorrà suggerire una presa di coscienza circa l’interdipendenza tra uomo e ambiente come necessità del dover “reimparare a camminare” questa volta sulle acque dell’Arno. 





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