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Annalù - Intervista al gallerista Stefano Gagliardi
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Data: 07.04.2015

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Venerdì 10 Aprile alle ore 11.30, presso la Biblioteca Umanistica di Santa Maria Incoronata (Corso Garibaldi 116, Milano), si svolgerà una conferenza stampa con interventi di approfondimento della mostra “Simulacri” di Annalù e del libro “Annalù Works 1994-2014” edito da Silvana Editoriale: parleranno l’artista Annalù, il gallerista Stefano Gagliardi, la curatrice Alessandra Redaelli ed il critico Martina Cavallarin.
Qui sotto riportiamo l'intervista -pubblicata nel catalogo che accompagna la mostra attualmente in corso alla Galleria Gagliardi di San Gimignano- al gallerista Stefano Gagliardi che collabora da tempo con l'artista Annalù.

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Oggi Annalù è certamente una delle artiste di punta della tua galleria. Quando l'hai conosciuta? Come vi siete incontrati?
Conoscevo già dal 2007 le opere di Annalù e mi ripromettevo spesso di contattarla, ma in quei momenti la sua collaborazione con altre gallerie sembrava non dare spazio ad un rapporto intensamente legato a tutto quello che comporta la permanenza espositiva nei miei spazi. Ci sentimmo casualmente per telefono nel marzo del 2012, per interposta persona, e scoprimmo che negli ultimi tempi avevamo maturato lo stesso desiderio di una reciproca conoscenza e di una possibile collaborazione. Subito dopo ci incontrammo presso il suo studio: non discutemmo né di opere né di prezzi, considerammo essenzialmente le aspettative professionali che ciascuno di noi due aveva verso l’altro e le reciproche disponibilità. Ancora oggi penso che il limite interno ad una collaborazione artistica non sia mai l’opera in sé, bensì la disponibilità reciproca nel sostenere il superamento dell’opera stessa. Chi fa il mercante cerca l’opera, chi fa il gallerista cerca una collaborazione artistica.

Qual è stata la caratteristica del suo lavoro che allora ti ha maggiormente colpito?
Prima di tutto il materiale e la capacità unica di declinarlo in modo imprevedibile e personale.
Un altro aspetto era il rigoroso ritmo geometrico compositivo dal quale ogni opera, anche la più “gestuale”, traeva forza autonoma ed armonia.

Poi avete cominciato a collaborare subito? Quali sono le prime opere di Annalù che hai portato in mostra?
Incominciammo subito. Prima però avemmo un lungo colloquio dove prendemmo in esame le condizioni di un impegno che, secondo le mie aspettative, ci avrebbe portato lontano; la prima condizione fu un’accelerazione costante di verifica delle opere già esistenti, basandomi, in modo ottimistico, su una buona presunzione di vendita. Incominciammo agli inizi del 2012 con i gioielli, con alcuni libri, con pannelli in vetroresina e, qualche mese dopo, capimmo che dovevamo rinnovare tutto partendo da un’altra qualità di resina che esaltasse in modo forte e costante due elementi fondamentali delle sue opere: la luce e la trasparenza. Salve queste, tutto il resto ne avrebbe beneficiato, qualità visiva dei colori e profondità cromatiche comprese. Capimmo anche che le opere piacevano, entusiasmavano e che, felicemente per Annalù, si potevano aprire più esaltanti sfide in relazione all’organizzazione degli stessi manufatti e ad una maggiore profondità e complessità di contenuti.

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Tu sei noto per essere uno di quei galleristi che lavorano a stretto contatto con gli artisti che promuovono.
Alcuni anni fa un vecchio falegname di San Gimignano mi disse “chi cammina sulle orme degli altri non lascia traccia”. Di fatto aveva ben sintetizzato quello che mi è più prezioso nelle molte ore che dedico al mio lavoro: il desiderio di stabilire alla galleria il primato di un’identità come frutto costante di scelte condivise, spesso coraggiose ed in alcuni casi abbastanza visionarie. All’artista, che espone per 300 giorni l’anno, in sostanza non chiedo opere ma lo sviluppo di una continuità di progetto; con questa filosofia, abbiamo sicuramente costruito nel tempo la fidelizzazione di un collezionismo che ci segue costantemente, premiando il senso delle nostre scelte. Perché questo avvenga devo per forza coinvolgere l’artista a stabilire un rapporto di dialogo-confronto, con se stesso e con la galleria, cercando di risolvere con lui, e nel migliore modo possibile, alcune equazioni fondamentali che determinano o meno il successo e la vendita di un’opera d’arte.
Non è facile!
Con alcuni artisti è come entrare in mondi paralleli con altri orizzonti e abissi sconosciuti: sono viaggi in zone sottili; con altri artisti, invece, non mi è permesso, più difficile è ascoltare i loro labirintici desideri, parole non ancora inventate, percepire immagini che per alcuni di loro hanno ancora il contorno indefinito di un’idea o di indistinte e tremule emozioni. Con tutti cerco l’approccio dell’ascolto e provo a capire in quale infinito mi trovo. Con Annalù è tutto più facile. Lei è una di quelle persone adulte che guarda con l’innocenza dello stupore di una bambina. Ma lei è anche una donna con un sentire certo,  quel sentire primigenio che imprigiona nelle filigrane trasparenti ed invisibili della materia.

Tu e Annalù avete costruito dei progetti specifici insieme?
Certamente! Lo storico della nostra attività parla da solo: all’inizio del quarto anno di collaborazione abbiamo già sviluppato tre personali insieme e abbiamo, come galleria, sostenuto la presenza di Annalù in importanti collettive. Gli artisti sono come l’acqua e io devo solo cercare solchi in cui possano scorrere  e divenire.

Le hai dato qualche consiglio? Di che tipo?
Annalù ed io ci sentiamo spesso, normalmente alla vigilia di decisioni importanti, che a volte riguardano l’intenso lavoro di galleria, altre volte aspetti più generali come il tormentato progetto-menabò del suo libro per il ventennale, la ricerca di un’affidabile fonderia per le opere della chiesa di Jesolo, la consulenza tecnico grafica delle stesse, le sue migrazioni periodiche in oriente, etc… Lei ha una natura iperattiva sempre bisognosa di mettersi in gioco e proiettata normalmente ad allargare sempre più il proprio raggio d’azione. Il dialogo con Annalù è sempre stato, fin dall’inizio, legato ad un grande rapporto di fiducia e di sincerità che nel nostro ambiente è abbastanza raro. E’ una persona capace di ascoltare e, con grande serenità, in grado di far tesoro dei giudizi altrui anche se per lei spiacevoli. Non sempre le opinioni su un’opera, su un progetto o su scelte di lavoro convergono: la cosa bella è che ne parliamo, serenamente, senza che i miei dubbi condizionino il suo procedere. Quando le opere compiute entrano in galleria inizia il rituale delle doverose verifiche:  di fronte ad esse, in modo franco e costruttivo, parliamo di formati, colori, misure, dei non facili (nel caso delle sue opere) problemi di trasporto ed imballo. Con Annalù condivido una natura perfezionistica (per alcuni, troppo esasperata) e questo ci aiuta a soffermarci in modo scrupoloso su dettagli, apparentemente insignificanti, ma che sono comunque impliciti al rigore progettuale di ogni sua opera. So che posso condividere con lei alcuni interessi primari: fra tutti quello rivolto alla forza di comunicazione dell’opera che si manifesta e si ottimizza quanto più l’opera aderisce, nella forma e nei contenuti, alle premesse poetiche sottintese o manifeste nell’abstract dell’artista. L’approfondimento in questa direzione rimane per me sempre doveroso e umilmente perseguibile. Diventa consapevolezza, identità manifesta, visione compiuta, comunicazione certa, capace di incantare e sedurre l’osservatore. A volte non è necessario ma quando sollecito il più possibile Annalù in questa direzione, spesso lei trasforma le mie aspettative in sorprendenti certezze.

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Che cosa ti aspetti da questo nuovo progetto?
Il progetto della mostra si distacca da tutti i precedenti non solo per i contenuti, ma anche per il diverso approccio metodologico che Annalù ha scelto nel proprio fare e nella nuova e più libera gestione della propria manualità. Ma il fatto più importante è la marcata esigenza-ricerca di più definite suggestioni di sintesi dove la potenza scultorea della rappresentazione prende vita grazie a grafiche più semplificate, essenziali, elementari. Sembra, in qualche modo, che i recenti viaggi in oriente stiano producendo effetti collaterali. Annalù ha intrapreso un viaggio inevitabile che senz’altro non poteva più rinviare: quello di un’identità concettuale più forte, più vicina al proprio dàimon. Mi auguro quindi che, ancora una volta, i visitatori della mostra e i nostri collezionisti apprezzino i nuovi lavori di Annalù.

Secondo la tua esperienza, che cos'è che emoziona maggiormente il pubblico e i collezionisti nel lavoro di Annalù? Che cosa vede e che cosa "sente" il fruitore nella sua scultura?
Prima di tutto l’incanto della materia, quella di una realtà solida fissata in un’apparenza liquida, in sostanza la magia di essere quello che non è e, più ironicamente, di non essere quello che sembra. Io vedo un libro dalle pagine di acqua che diventano filigrane, che si trasformano in cellule, poi in foglie, che danno vita a farfalle; come per il libro, così per altre opere, io e molti miei collezionisti, sentiamo l’impeto tumultuoso di metamorfosi sempre in atto, scansioni di un mutamento a volte celato, in molti casi sorprendentemente manifesto. Vediamo la deflagrazione dei colori mutarsi in ritmiche cromatiche scansioni: su di noi il trasferimento di una costante vibrazione emotiva e l’emozione di ricordare la naturalezza e la genuinità di linguaggi dimenticati; tornano alla memoria i sapori dell’acqua, la quiete e le melodie del vento. Magicamente sentiamo nell’anima e nella mente, di colpo, il divenire dei nostri numeri primi.











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