Alexander Calder / Dettaglio evento





Comunicato stampa evento: Cinque le mostre a Satura

Con il Patrocinio di Provincia e Comune di Genova.


Riccardo Dametti
sabato 25 febbraio 2006 ore 17,00
sala maggiore - inaugurazione.
"MOSTRA PERSONALE"
a cura di Viola Lilith Russi.
Aperta fino al 15 marzo 2006.

Che cos’è che innervosisce, disturba e indigna il vedere segni e persino disegni(!) sulle pareti dei nostri cosiddetti luoghi pubblici? Questo mi sono chiesta la prima volta che mi trovai intrappolata in insoliti messaggi di “allarme”, appesi ad una parete e sospesi nello spazio di una tela: erano i quadri di Riccardo Dametti. Cosa li accomuna ai graffiti metropolitani? Suppongo la stessa urgenza, un’immediatezza di immagine e di parola che può mettere a disagio perché ce la si sente addosso, vera ed intransigente come solo una paura condivisa è capace di generare. Demoni e fantasmi di un inconscio collettivo, abituati ad albergare sopiti in una delle cavità oscure del nostro cervello, evaporano dal magazzino di rimozione, in cui solitamente scivolano pochi secondi dopo esserci stati trasmessi, via cavo, tubo catodico, inchiostro. Emersi dall’ abisso creativo che ne plasma e denuncia l’inferno zittito, si condensano in pensiero visivo: ed eccoli ricadere ad arte, come pioggia di meteoriti, sulle tele di Dametti. Lo schianto è vita, morte, avvertimento e dell’incendio cromatico in rosso e nero respirano i primi lavori dell’artista. Allarme, monito, denuncia, sembrano lampeggiare sullo strapiombo di un contrasto insanabile tra i sogni e la cruda realtà (Dreams, ’96), l’innocenza e il massacro del sistema (Isolation cell, ’97), l’urlo di chi non si riconosce in un orizzonte apocalittico di guerra e devastazione e la pretesa di una parola di salvezza eterna (Perso, ’97). Ma c’è qualcosa che serpeggia fra le trame di questi quadri, forse un ulteriore messaggio, un codice segreto o semplicemente ironico, che si diverte nel depistarci da facili letture. Lettere, parole, scritture “al contrario”, affiorano in superficie a suggerire una via, un possibile percorso creativo che ignori il prestabilito. Facendo capolino nel cielo delle false certezze si reimmergono in chissà quali acque, inghiottite in un mistero che potrebbe svelarsi nelle opere successive dell’artista. La dicotomia simbolicamente ricreata di un pesce che nuota fra il positivo ed il suo negativo (chissà forse l’artista si è ri-velato?- Dopeshow, ’00), e l’avventura creativa si libera in percorsi e colori che infrangono i limiti del contrasto, per aprirsi a volti ed esperienze che si disperdono e deformano in un esterno che è il loro interno, o in un sentire l’atto creativo come assoluta occasione di confondersi col tutto, assorbirlo, penetrarlo, sino a perdere i propri contorni (Head, Rain ’03, Vecchio ’04, City boy ‘05). Ma c’è ancora uno squarcio di mondo liricamente esplorato, forse da quelle parole sfuggenti ed enigmatiche che “si prendevano gioco di noi”? O dal pesce che nuotava nel mare del suo stesso scheletro? I più recenti quadri di Riccardo Dametti, realizzati sempre con colori acrilici, olio e gessetti, vibrano di un nuovo cuore. L’universo di segni ed emozioni è fitto e frastagliato di energie, calde, vorticose e morbide nel racchiudere e nello stesso tempo infrangere forme, barriere e persino parole (My way, ’05). Verso un’astrazione musicale, numerica (5,’05), creativa? Forse, ciò che è certa è la disarmante emozione che le opere di Dametti trasmettono al ritmo di un linguaggio che nasce, scherza, scompare, urla, si distrugge, comunicando quell’urgenza che sola può essere vita e anima dell’arte.


Cecilia Casareto
sabato 25 febbraio 2006 ore 17,00
sala prima – inaugurazione.
"CONTEMPORANEE IDENTITA’"
a cura di Mario Pepe.
Aperta fino al 15 marzo 2006.

La pittura di Cecilia, da tempo volta a ritrarre sottili situazioni psicologiche attraverso una riproduzione rarefatta del “reale”, allusiva alla solitudine della condizione umana, nei suoi ultimi lavori si arricchisce di situazioni più complesse con maggior consapevolezza della tematica ed efficace controllo formale. Nei suoi paesaggi, alla percezione visiva della realtà, sia quella della natura o quella artificiale della fabbrica, si sovrappongono spiazzamenti sensoriali, che rimandano alle dimensioni introspettive dei percorsi interiori. Sulla casa semi nascosta tra gli alberi, rivelata dalle indicazioni prospettiche dei verdi filari, la luce che filtra dal cielo burrascoso produce un effetto di sospensione surreale, un’atmosfera densa di silenziose attese. Questo uso della luce ricorda Magritte del ciclo L’empire des lumières, dove la luminosità mutevole ed equivoca al confine fra nuvole ed orizzonte fa apparire il mistero nel visibile e diventa elemento magico e fonte di inquietudine. Così un’improbabile e desolata lampada stradale che illumina debolmente un edificio metafisico dipinto di rosso o la fissità dei tre occhi di locomotiva che avanzano nel paesaggio innevato, ci portano al limite della percezione cosciente ad incontrare emozioni fatte di mistero e di malinconia. La presenza umana, che nella maggior parte delle opere è solo suggerita, viene affrontata con delicatezza nella recentissima sperimentazione sul ritratto. Nel cimentarsi con il volto, la pittrice si avvale degli stereotipi che compaiono nelle riviste e nella pubblicità, che vengono accettati come modelli di freddezza estraniante su cui fare operazioni di recupero nel tentativo di attribuire loro un’anima ed un carattere. Le stesure di colore sono quindi semplificate e volutamente monotòne per raffreddare maggiormente le immagini, salvo improvvise sorprese di tonalità calde sugli sfondi o su alcuni particolari. La vivificazione dei personaggi avviene elaborando ed intensificando con grande efficacia la luminosità dei loro sguardi. Nella maggior parte dei casi i volti occupano lo spazio del quadro a coppie, con sfondi simili ma discontinui, quasi a sottolineare una difficoltà di dialogo, o con l’intenzione di formare specularità o sdoppiamento di caratteri, che in un’opera vengono realizzati spezzando e separando le due metà dello stesso enigmatico volto di donna.


Artisti Coreani in Italia
sabato 25 febbraio 2006 ore 17,00
sala pozzo e cisterna – inaugurazione
"CON INFINITA GIOIA"
Jeong De-Kyo, Lee Bon-Gyu, Lee Don-Ho, Lee Youn-Hee, Nam Sang-Su, Choi Jl-Hoan e Song Hyun-Ho.
A cura di Pier Giorgio Balocchi.
Aperta fino al 15 marzo 2006

“…molti valenti uomini resoluti corrono al marmo con fierezza di ferri”

Così scriveva Benvenuto Cellini…e così mi trovo a trascrivere pensando ai vecchi fabbri del quartiere di San Frediano a Firenze o di Trastevere a Roma che tanti ferri devono aver piegato nel fuoco, per il bisogno impellente dei fieri scultori…e quanti mai ne avrà rifiniti e forgiati il mio amico del paesino di Torano (sospeso tra Carrara e le cave come l’immagine di un sogno) per la numerosa e stupenda colonia di Artisti Coreani che da venti anni popolano Carrara, e Torano, appunto, venendo qui tra noi, artisti amici, spesso come studenti animando le aule della Scuola di Scultura della Accademia di Belle Arti (dove insegno). Scultori già stupendamente abili a cercare i propri “cantici di Poesia per forza d’Arte”, come recita la lapide marmorea nel vicolo vicino al Duomo di Carrara sulla casa che fu di Dazzi, tanto da farmi spesso riflettere su come questi artisti si siano inseriti compiutamente nel contesto del panorama della scultura contemporanea come avvenne, due secoli fa, per gli scultori tedeschi o americani che s’inserirono tra Carrara, Firenze e Roma, costituendone infine una storia ricchissima di pagine appassionanti (si rilegga con attenzione il Fauno di Marmo e vi si troveranno pagine incredibili) e chi studierà la storia della scultura nello scorcio degli ultimi vent’anni dovrà proprio fare i conti su quanto è avvenuto a Carrara, fra Italia e Corea. Così, presento con grande gioia questa mostra di artisti coreani a Genova che è, tra l’altro, luogo stregato per i tanti artisti che (come i Coreani) si sono imbarcati cercando luoghi lontani dalla patria dove poter esprimere il proprio talento e dove altri sono sbarcati, appunto, per trovare “la bianca pietra in Carrara”. La mostra di Genova vede riunite le opere di Jeong De-Kyo, Lee Bon-Gyu, Lee Don-Ho, Lee Youn-Hee, Nam Sang-Su, Choi Jl-Hoan e Song Hyun-Ho che sono scultori inquietanti per il loro indicibile talento “nello scolpire” e che dimostrano, se ce ne fosse bisogno, come la scultura nasca dal pensiero…se si sa poi come affrontare fieramente il marmo per dare vita e solidità d’arte ai propri sogni.


SATURA D'AUTORE
sabato 25 febbraio 2006 ore 17,00
sala colonna – inaugurazione
"MOSTRA COLLETTIVA"
Collettiva di grafiche ed opere d’autore.
A cura di Mario Napoli..
Aperta fino al 15 marzo 2006.

A dodici anni dall’apertura (19 febbraio 1994) SATURA, rende omaggio ai grandi maestri dell’arte contemporanea proponendo uno spazio dedicato interamente alla grafica ed alle opere d’autore con incursioni sui giovani talenti. Lo spazio dedicato, affiancherà i cinque spazi già attivi permettendo una maggiore fruibilità tra le tematiche contemporanee, gli autori affermati, i giovani talenti ed i maestri storici italiani ed internazionali. Si parte con: VALERIO ADAMI, AROLD ALTAMAN, KAREL APPEL, FERNANDEZ ARMAN, GEORGE BRAQUE, ALEXANDER CALDER, LYNN CHADWICH, GEORGES CHEMECE, CORNEILLE, PIERO DORAZIO, PAUL FLORA, KEITH HARING, ROBERT INDIANA, ALEX KATZ, FERNAND LEGER, SOL LEWITT, ROY LICHTENSTEIN, HENRY MATISSE, FRANCOIS MORELLET, ANTON ZORAN MUSIC, PAPLO PICASSO, EMILIO SCANAVINO, DANIEL SPOERRI, VICTOR VASARELY, ANTONIE TAPIES, JOE TILSON, IAN TREMEVEN.

L'arte della grafica nasce in occidente nel XV secolo dall'esigenza di produrre più esemplari di una stessa immagine, in una società dove si sta sviluppando una nuova classe mercantile e borghese che dispone di mezzi economici e conseguentemente elabora esigenze culturali e di conoscenza fino ad allora riservati esclusivamente a ristretti ceti aristocratici. La produzione di stampe, in tirature più o meno numerose, si realizza attraverso la lavorazione di una matrice, incisa manualmente al fine di poter essere utilizzata per trasportare il soggetto su un foglio attraverso l'uso di un torchio. Le tecniche di lavorazione delle matrici derivano dall'esperienza degli incisori di metalli pregiati e ricevono un impulso fondamentale dalla quasi contemporanea invenzione del libro a stampa a caratteri mobili, alla metà del XV secolo. Le prime immagini a stampa sono realizzate con la tecnica della xilografia, detta anche silografia, che presuppone l'uso di una matrice in legno, che l'incisore lavora a rilievo, cioè togliendo la parte che non deve stampare, realizzando in questo modo un supporto che presenta il disegno in rilievo. Già all'inizio del XVI secolo, alla silografia si affianca la calcografia, tecnica che utilizza il metallo, principalmente rame e zinco. In questo caso l'incisore lavora in cavo, cioè scavando nel metallo il disegno da stampare. Quando l'incisore lavora direttamente sulla lastra si parla di incisione a bulino, se lo strumento utilizzato, il bulino appunto, toglie il metallo che non serve grazie alla sua punta triangolare; oppure si parla di puntasecca, quando lo strumento a punta si limita a scalfire e spostare il metallo a lato dei solchi. Altra tecnica su metallo è quella della acquaforte, quando l'incisione avviene indirettamente, per immersione della lastra in un acido, che si chiamava aqua fortis, lastra precedentemente coperta con una vernice resistente all'acido e disegnata, eliminando la vernice, in corrispondenza della parti che devono subire la morsura dell'acido. Alla fine del XVIII secolo si scopre la possibilità di utilizzare matrici in pietra e nasce la tecnica della litografia, con la quale le matrici in pietra calcarea, precedentemente levigate e trattate in superficie con degli acidi, sono disegnate con apposite matite grasse. In fase di stampa l'inchiostro tipografico aderisce solamente alle parti disegnate, dove trova altro inchiostro, ed è invece respinto dal resto della matrice.


Guido Rosato
sabato 25 febbraio 2006 ore 17,00
sala portico – inaugurazione
"FINESTRE"
mostra personale di Guido Rosato.
A cura di Antonella Berretti.
Aperta fino al 15 marzo 2006.

Guido Rosato, esercita il mestiere di architetto pubblico per conto del Ministero per i Beni e le Attività Culturali.

Quando non progetta musei o allestimenti, ascolta Jazz e abbandona calcina, mattoni e squadrette per guardare, con altro occhio, la realtà che lo circonda, riconquistando così quella libertà che, nel fare quotidiano, media con la razionalità del progetto e gli atti amministrativi.

Mai come in queste ultime esperienze Guido Rosato rappresenta quell’essenza nascosta della sua personalità, così gelosamente celata dalla cultura del controllo di sé.

Essenza che è il gioco, inteso come esperienza ludico – mentale, che gli fa trasporre su carta stereometrie semplici che sono contenute, o contengono , colori diversi stesi con tecniche varie.

I profili delle campiture suggeriscono l’idea di una “dialettica della trasformazione”, intesa come lettura dei vari piani in profondità, già sperimentata nelle esperienze precedenti. Questa lettura avveniva però, attraverso sapienti collage che suggerivano diverse profondità, dialoganti anche con l’involucro esterno dell’opera: la cornice. Oggi si esprime portando ad ulteriori livelli il gioco tridimensionale. In “finestre”, i suoi stati d’animo sono più liberi nella pulsione creativa che si trasmette nell’immediatezza del gesto colorato, violento o carezzevole sulla superficie della composizione, fedele ancora alla sua formazione grafica, ma nuovo nell’urgenza di esprimere anche attraverso le ”finestre”, appunto, che diventano pieghe o strappi, l’angoscia del vivere che la sua umanità trasforma con affetto, ironia, durezza.



Associazione Culturale Satura
Piazza Stella 51/a
Genova
satura@aliceposta.it
http://www.saturarte.it