Clelia Belgrado / Dettaglio evento





Clelia Belgrado - Myanmar Birmania: Luce, acqua, presenze

Dal Friday 07 December 2007
al Monday 24 March 2008

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Comunicato stampa evento: Clelia Belgrado - Myanmar Birmania: Luce, acqua, presenze

Inaugurazione: venerdì 7 dicembre 2007, alle ore 18.00

Castello D’Albertis Museo delle Culture del Mondo Genova
8 dicembre 2007– 24 marzo 2008

La mostra fotografica è costituita da una quarantina di immagini in bianco e nero scattate da Clelia Belgrado nel 2005 e si divide in due sezioni: Luce ed Acqua e Presenze, che ancor più di una denuncia sociale, hanno rappresentato per l’autrice le modalità in cui la realtà birmana le si è presentata, invitandola a tornare indietro sui suoi progetti iniziali per poi riprendere in punta di piedi.

Nel nord-est dello stato Shan, sul Lago Inlè, provenendo dai villaggi su palafitte, i pescatori Intha spingono le imbarcazioni dal fondo piatto. In piedi, a poppa, si reggono su una gamba sola, mentre con l’altra remano. Questo non solo consente loro di dar sollievo alle braccia (anch'esse usate per remare) durante i lunghi spostamenti ma, soprattutto, di vedere meglio le kyun myaw (isole galleggianti), i beda (giacinti d’acqua) ed i pesci.
Movimenti leggeri ed eleganti i quali, avvolti da un profondo silenzio, si trasformano in una magica danza di luce e acqua.

I bambini partecipano assorti alla grande festa per la cerimonia del Shin-Pyu (noviziato) prima di ricevere l’abito monacale e la ciotola per le offerte, diventando così Samanera (novizio) ed ottemperare agli otto precetti del buddhismo Therevada.
Le donne Pa-o si bagnano dopo il mercato di Tauggyi.
La vita, il gioco ed il duro lavoro sulle chiatte lungo i fiumi Ayeyarwaddy e Chindwin.
I visi decorati con il Thanaka.
Il tramonto sul ponte U Bein vicino a Mandalay.
Tutto questo costituisce l'affresco impalpabile di un mondo nel quale regnano silenzio e dignità, operosità e gentilezza. La calma pervade ogni azione, mentre sguardi e sorrisi autentici avvolgono l'anima con le loro presenze.

Clelia Belgrado svolge in Myanmar (Birmania fino al 1986), come scrive Denis Curti “un reportage atipico” . La fotografa organizza una sequenza a metà fra il genere giornalistico e quello del ritratto, in un lavoro con un forte carattere di teatralità che non manca di trasmettere il sapore ed il fascino di una terra ed una cultura che rimangono, nell’epoca della comunicazione globale, fra le più misteriose e lontane.

Il volume, con saggi di Denis Curti, Roberto Mutti,e Fabrizio Boggiano, presenta 60 immagini suddivise in due sezioni: In Luce e Acqua , la fotografa ritrae i pescatori del lago Inlè e le loro movenze sospese fra danza e ritualità; in Presenze l’oggetto della ricerca sono i volti delle persone, le ritualità quotidiane, la vita, il gioco ed il lavoro in un mondo dove regna silenzio e dignità.

Clelia Belgrado

Laureata in Lettere con indirizzo storico artistico presso l’Università di La Trobe, Melbourne – Australia.
Vive e lavora a Genova.
Si avvicina alla fotografia nel 1997 frequentando i corsi di Giuliana Traverso (DONNA FOTOGRAFA) con sedi a Genova e Milano.
Negli anni successivi sia in Italia che all’estero segue diversi corsi e workshops di ritratto e sulla stampa in bianco e nero.
Nel 1999 attraverso “Vision Quest” un Photographic Arts Retreat Center a Saint Paul nel Minnesota, USA, inizia una ricerca ed un percorso fotografico sulle varie etnie e culture dei popoli delle Americhe, intraprendendo Workshops e Servizi Fotografici in Guatemala, nelle riserve Indiane Lakota Sioux del Sud Dakota (USA), ed in Perù.
Nel Giugno del 2004 inizia una collaborazione con Joe Englander Photography Workshops, Dallas USA, insegnando “Italy the Enviromental Portrait”.

Il giorno volge al termine permettendo alla notte di avvicinarsi e allungare le mani sulla quiete del paesaggio. Gli ultimi lampi di luce rimbalzano nell’ acqua immobile ricreando il magico effetto del magma primordiale.
Silenziose figure, simili a fantasmi interiori, si avvicinano traditi dal sommesso mormorio che le loro imbarcazioni producono nel contatto con quel liquido scuro e denso che le sostiene.
Enormi reti a forma di cono restano sospese in attesa di catturare le straordinarie emozioni legate all’esistenza. L’aria unisce la luce all’acqua, silenziosamente, permettendo a entrambe di conservare quei sentimenti, contenuti negli occhi di chi osserva, che riconducono alle origini dell’universo. Visi di bambini interrogano l’infinito, così come donne intente a lavarsi giocano nell’acqua emanando candore e innocenza quasi protagoniste di un rito di purificazione. La mente si spinge in territori metafisici nei quali il tempo è sospeso alla stregua di un potente filtro emozionale percorso soltanto da celestiali riflessioni che scandiscono un ineguagliabile ritmo di vita.
Questa terra, straordinariamente affascinante, è attraversata da una impalpabile magia originata da una popolazione che vive ancora secondo i ritmi secolari. I suoi abitanti generano questa delicata atmosfera ricca di spontaneo calore e serena cortesia. Nonostante i luoghi incantino gli occhi è la popolazione che li abita a dominare la memoria. Una volta incontrati, entrano a far parte di noi rilasciando, lentamente, la poesia contenuta nel loro quotidiano esistere e la dolcezza degli sguardi.
La loro paziente attesa, gli occhi distesi a scrutare l’infinito sono quel “piccolo veicolo” che segna indelebilmente la nostra anima.
Il valore della semplicità, i sorrisi immensi sono solo alcune delle sensazioni che restano in noi estendendo il significato di una umanità che ci salva spingendoci in una introspezione indispensabile per costruire il nostro privato destino spirituale. Il sommesso sussurro dell’acqua e la raffinata potenza della luce avvolgono i sensi trascinandoci nell’ascolto profondo per una terra e un popolo capaci di cambiare la nostra esistenza.
Restando immobili.

Fabrizio Boggiano


E’ potente e surreale la luce che informa le immagini di Clelia Belgrado.
Sembra filtrare attraverso le fronde di un grande albero, poggiandosi con
accecante intensità sui dettagli minimi di inquadrature invase da ombre
impenetrabili. Il suo lavoro acquisisce così un forte carattere di
teatralità, al punto da ingenerare talvolta nell’osservatore l’impressione
di trovarsi di fronte a messinscene orchestrate da un’abile regia. Eppure,
tutt’altro che frutto di accurate ricostruzioni, gli scatti realizzati dalla
fotografa di origine genovese descrivono la realtà di una popolazione,
quella di Myanmar (Birmania fino al 1989), fiaccata da un’interminabile
crisi politica nazionale ma insieme animata da una straordinaria
spiritualità. Per raccontarla Belgrado organizza una sequenza a metà fra il
genere reportagistico e quello del ritratto o, per meglio dire, compone un
reportage atipico attraverso una serie di ritratti fotografici. Si tratta in
particolare di ritratti ambientali, ovvero nei quali tutto ciò che circonda
il soggetto, in questo caso le magiche atmosfere di luoghi reconditi e
antichi, riveste un ruolo fondamentale per la sua stessa descrizione. A
testimonianza di questo, la porzione dell’inquadratura occupata dai
protagonisti umani è spesso minima, mentre ampio spazio viene riservato alla
rappresentazione della scena. Vengono in mente i ritratti di Diane Arbus ed
Henri Cartier-Bresson, nei quali una bizzarra umanità d’oltreoceano così
come famosi personaggi del mondo dell’arte e dello spettacolo vengono
ripresi laddove il fotografo li ha incontrati piuttosto che sullo sfondo
uniforme di uno studio, dando vita a un sottile gioco di rimandi.
All’interno di questo schema emerge con evidenza la scelta della fotografa
di concentrare lo sguardo sulla ritualità che governa la quotidianità (non
soltanto religiosa) degli uomini e delle donne di Myanmar, i cui gesti
appaiono immancabilmente misurati e calibrati: ne risulta che ognuno si fa
simbolo di un intero popolo e di un’intera nazione, senza tuttavia scadere
nel pericolo dell’omologazione, ma riconoscendo la profonda dignità
dell’individuo.

Denis Curti


L’ ELEGANZA E L’EQUILIBRIO


Viaggiare ha un senso che non consiste, come pure si è portati a credere, nel movimento attraverso lo spazio, ma nella più complessa alchimia di un rapporto nuovo che si stabilisce fra l’osservatore e il mondo, per lui nuovo, che improvvisamente lo circonda e lo avvolge in una totalità inaspettata. Sono sensazioni di cui un tempo si aveva una precisa consapevolezza ma che oggi, in un’epoca in cui la frequenza dei viaggi ha contribuito a banalizzare l’eccezionalità di questa esperienza, sembrano quasi del tutto dimenticate o sottovalutate. Quando le si recuperano è perché ci si trova di fronte a un mondo profondamente diverso da quello con cui quotidianamente ci si confronta. Da ciò nasce una riflessione di più ampio respiro capace di scavare più nella direzione della riscoperta dei valori che nella sorpresa di fronte al nuovo, più nella dimensione del tempo che in quella dello spazio. Per quanto, infatti, siamo razionalmente consapevoli della differenza che separa il mondo industrializzato di cui facciamo parte da quello rimasto ai margini dell’evoluzione economica e tecnologica, osservare direttamente quest’ultimo ci lascia emotivamente spiazzati. Si tratta di un fenomeno relativamente recente: i primi viaggiatori borghesi che si avventuravano ben oltre i confini fino ad allora conosciuti – parliamo dei borghesi perché troppo poco ci lega ai mercanti antichi o agli avventurieri rinascimentali – sembravano avere una capacità analitica particolarmente acuta, asciuttamente scientifica. Grazie a questa sapevano osservare paesaggi, uomini, costumi con lo sguardo entusiasta e il taccuino pronto a raccogliere appunti che, quando non avevano come esito opere letterarie, andavano a completare uno schema mentale solido al cui interno tutti i dati avevano una collocazione precisa. Non è un caso se proprio in Francia e Inghilterra, paesi che maggiormente contribuirono a quel cupo processo cui fu dato il nome di colonialismo, nacquero bellissime discipline come l’etnologia e l’antropologia il cui scopo era di razionalizzare l’esistente, catalogare la realtà, dare risposte precise su quanto di nuovo o di inquietante capitava di osservare. In tal modo l’uomo moderno si trovò a recuperare una nuova e più solida dimensione della tolleranza: lo fece tramite il relativismo culturale che gli fece conoscere l’esistenza di molteplici vie parallele, e come tali ugualmente apprezzabili, percorse dagli uomini più diversi per ottenere i medesimi risultati.


In questo quadro, la fotografia ha rappresentato un elemento di grande importanza. Se, infatti, da un lato ha assunto un ruolo “scientifico”, legato alla documentazione e alla descrizione realistica, dall’altro ha acquisito una dimensione artistica per la sua capacità di interpretare le sensazioni e i sentimenti di quel tipo di viaggiatore che amava esprimersi più con la letteratura che con la saggistica. Fotografia e letteratura sono quindi diventati due aspetti di uno stesso modo di confrontarsi con la realtà, soprattutto quando è apparsa come profondamente diversa da quella che siamo abituati a considerare nostra. Proprio questa è, a nostro avviso, la chiave di lettura più adeguata per comprendere il lavoro realizzato da Clelia Belgrado in Birmania. Per quanto tecnologicamente avanzata, la sua macchina fotografica si è come trasformata in un elemento dotato di una straordinaria semplicità concettuale: quella di cogliere solo alcuni elementi e di collocarli poi al centro dell’attenzione.
Circondati da un’architettura che ha impresso nella pietra il ricordo di un’antica grandiosità, gli abitanti mettono in mostra la loro serenità interiore che si ritrova nei volti dei bambini intenti alla lettura, nelle posture estremamente controllate dei piccoli monaci seduti sui gradini o eretti con lo sguardo fiero e il capo circondato da un parasole che sembra un’aureola. Il rapporto con i luoghi viene colto da Clelia Belgrado con particolare acume: ora è un gruppo ad affacciarsi su un’antica terrazza in pietra, ora sono le arcate di un chiostro a inquadrare in fuga prospettica la figura di un monaco, ora è l’enorme statua di un Buddha sdraiato a rendere piccolissimi i fedeli che a lui si avvicinano con devozione. Perfino gli alberi sanno raggiungere proporzioni gigantesche come quelle dei rami che sembrano proteggere il cammino di un carro contadino che si muove lentamente sulla strada. Come spesso succede nei paesi che sono stati capaci di non dimenticare la loro storia, anche in Birmania le cerimonie fanno parte della quotidianità che si ritrova nella bellezza sgargiante dei costumi ma anche nella semplicità dei gesti di quanti entrano nell’acqua per le abluzioni sacre con la lentezza di chi conosce bene il senso del movimento volto alla ricerca di un equilibrio interiore.
E’ proprio la capacità di cogliere questi aspetti – ben più profondi della curiosità superficialmente reportagistica per gli usi locali cara agli osservatori meno attenti – che fa del lavoro di Clelia Belgrado una ricerca di stampo sottilmente filosofico, basata com’è su alcuni essenziali elementi come la luce, l’aria, l’acqua, l’equilibrio. L’uso del bianconero e la linearità delle composizioni sottolineano questa intenzionalità che si ritrova pienamente quando i soggetti diventano i pescatori. Nella cornice di un paesaggio dove i profili delle montagne si inseguono con tonalità via via più tenui, le stesse usate nei dipinti classici orientali per creare la profondità delle prospettive, barche lunghe e sottili fendono la superficie avanzando in un silenzio che domina l’insieme della scena. Qui l’acqua e la luce divengono un elemento unico grazie al quale la fotografa coglie l’essenza della realtà che le si para di fronte. Per quanto siano intenti al loro lavoro, i pescatori si muovono come se danzassero: i remi sembrano ideali prosecuzioni dei loro arti, le reti oggetti che accompagnano i loro gesti accorti, la scelta di avvicinare o meno le prue delle barche un’attenta scelta scenografica. Invece tutto è dettato dalla necessità, ma è una necessità che per essere tale deve esistere solo come frutto di un equilibrio con la natura e non come una forzatura nei suoi confronti. Si sta in bilico sulla prua solo se il corpo sente la barca come una parte di sé, si ottiene una buona pesca solo se si rispetta la preda che pure verrà catturata mentre l’acqua stessa sembra rispondere con la sua pacatezza ai gesti ponderati dei pescatori. Nella foschia leggera, negli accentuati controluce, nei tagli arditi scelti per sottolineare la dinamicità dei gesti, Clelia Belgrado mostra la sua capacità di penetrare con intensità ma anche con delicatezza la realtà che con lei osserviamo esaltandosi con immagini che sanno talvolta raggiungere la dimensione della metafora. E’ il caso della fotografia che riprende dall’alto una rete leggera lanciata verso il cielo un attimo prima che ricada nell’acqua: qui si trovano la brillantezza della luce sulla fitta trama della rete, il contrasto fra il bianco del soggetto e il nero dell’insieme, l’equilibrio del gesto appena fatto dal pescatore, l’armonia data dalla forma circolare. Ed è bello pensare che tutto questo sia stato colto non durante una cerimonia o di fronte ai segni architettonici di un’antica grandezza, ma in un momento umile della vita che non sa esistere senza rivelare una grande eleganza.

Roberto Mutti





Evento collaterale alla mostra "MYANMAR: Luce, Acqua, Presenze" a Castello D'Albertis

La libreria Books in the Casba di Via Prè 137r espone 12 fotografie inedite di Clelia Belgrado e presenta il volume "MYANMAR: Luce, Acqua, Presenze" (SilvanaEditoriale, 2007) alla presenza dell'autrice, del critico Fabrizio Boggiano e del direttore di Castello D'Albertis Maria Camilla De Palma. Durante la serata verrà servita una scelta di tè orientali gentilmente offerti da MUMA nonsolotè di P.zza Truogoli di S.Brigida.

Per tutta la durata della mostra sarà possibile ottenere presso la libreria lo sconto del 10% sugli acquisti, previa presentazione del biglietto di ingresso alla mostra “MYANMAR: Luce, Acqua, Presenze” di Castello D’Albertis Museo delle Culture del Mondo. Allo stesso modo a Castello D’Albertis si potrà accedere con biglietto ridotto a € 4.50 previa presentazione di scontrino che documenti un acquisto presso la libreria Books in the Casba.

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