Dennis Oppenheim / Documentazione
Nato a: Electric City
USA
Americano è uno dei protagonisti delle correnti artistiche degli ultimi Trenta anni. Fautore della Land Art, della Body Art e della Performance Art, non si è mai fermato ai risultati raggiunti ma si spinge sempre oltre i confini di un ambito esperenziale artistico. Punto focale della sua ricerca artistica la demateralizzazione dell’oggetto.
Nasce nel 1938 a Electric City, nello stato di Washington. Negli anni Cinquanta inizia a frequentare i corsi universitari al California College of Arts and Crafts. Dopo aver conseguito nel 1965 il Master in Fine Arts alla Stanford University a Palo Alto, nel 1967 si trasferisce a New York, spinto dalla curiosità di conoscere gli eventi artistici della East Coast e dal desiderio di uscire dall’ambiente troppo formale della Bay Area. A New York si mantiene insegnando in una scuola di Smithtown, nel Long Island. Le orme lasciate sulla neve da una delle classi, intorno ad un campo da calcio suggeriscono a Oppenheim l’idea per la realizzazione del suo primo Earthwork: il buco del terreno, del 1967. Esso rappresenta uno spazio negativo, in quanto l’oggetto non c’è, ed insieme costituisce un elemento catalizzatore del terreno circostante. Vi sono contenuti il senso di mobilità e il senso di inamovibilità. Un’azione, questa, che è solo apparentemente semplice, ma che in realtà già manifesta la profonda radicalità dell’orientamento alla base degli Earthworks. Questi, infatti, sono animati dall’intento da parte dell’artista di prescindere dal momento manuale e si esplicita nella presa di possesso di un sito architettonico che, dopo interventi e modifiche, viene riproposto come opera d’arte sottoforma di fotografia o di installazione.
Dennis Oppenheim mette fine alla rigidità e alla perentorietà dei mezzi artistico-estetici, lavora allo spostamento degli elementi fantastici, linguistici, logici e allo spaesamento dei materiali. Ne deriva l’esperienza di azioni anomale, di invenzioni visuali e cognitive improbabili.
L’artista trasferisce nello spazio primitivo della natura i segni macroscopici di un’azione umana. La spirale bianca dipinta nel cielo per mezzo di un giro di jet (Whirpool) è la proiezione di un gesto tanto umano quanto divino: l’apparizione di un fenomeno altro. L’evento fonda l’istanza di una “natura impensata”, candidata all’interno dell’insolito e dell’imprevisto.
In Study for digestion, il cervo alimentato dal gas sprigiona l’energia della natura, lo spirito e la vitalità della foresta. Qui, inaspettatamente, il corpo dell’animale converte in sostanza vitale l’energia artificiale somministrata dall’uomo.
Tutto ciò che nella vita quotidiana appare ovvio e conosciuto viene riproposto in un continuo alternarsi di familiarità ed estraneità. Oppenheim cattura e decontestualizza sia oggetti banali, rappresentazioni popolari (le casette rosse attorno al lago-urina di Study for village), che corpi umani e animali (i cavalli in corsa con coltelli alle zampe di Study for gallop). Li colloca in un clima enigmatico, piegandoli a un’altra funzione. L’alterazione dello stato naturale tende ad affermare la simultaneità di due mondi: il mondo familiare degli oggetti e dei corpi e il mondo surreale nato dalla loro combinazione.
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